@trentaminuti > Storia > Fatti ed eventi storici > 20 settembre 1870, la presa di Roma: l’unità d’Italia è fatta

20 settembre 1870, la presa di Roma: l’unità d’Italia è fatta

unità d'italia

Esattamente 150 anni sono trascorsi dal 20 settembre del 1870, quando l’Italia post-unitaria trovò finalmente, dopo le momentanee parentesi di Torino e Firenze, la sua capitale definitiva.

Per converso, a distanza di circa quattordici secoli dalla caduta del primo, il mese di settembre risultò fatale anche per il secondo plurisecolare Impero, seppure “sui generis”, che ebbe Roma come capitale: quello della Chiesa.

E analogamente alla fine dell’Impero Romano d’Occidente, passata sotto silenzio con la deposizione, avvenuta per l’appunto il 4 settembre del 476, dell’Imperatore Romolo Augustolo, anche Papa Pio IX dovette rinunziare al potere temporale nella quasi più totale indifferenza.

Eppure quel 20 settembre fu un giorno doppiamente epocale: per l’Italia, certo, ma anche per lo Stato Pontificio che, al termine di una storia ultra-millenaria, veniva cancellato dall’atlante politico e geografico per essere ridotto a quel piccolo fazzoletto di terra attigua alla Basilica Vaticana entro il cui perimetro ha sede ancora oggi.

Certo, i protagonisti di quella giornata non si resero conto dell’importanza storica dei fatti che stavano vivendo: Re Vittorio Emanuele II, quanto mai dubbioso all’idea di sottrarre al Papa il cosiddetto “Patrimonium Petri”, avrebbe esitato a lungo prima di mettere piede al Quirinale, fino ad allora residenza pontificia, per poi risiedervi solo per brevi periodi e malvolentieri; Pio IX invece era intimamente convinto che prima o poi l’intervento di qualche potenza straniera avrebbe restaurato lo “statu quo ante”.

Non poteva però essere d’aiuto la sua tradizionale alleata, la Francia, dove la neonata Repubblica aveva tutt’altro cui pensare che a garantire la sicurezza dello Stato Pontificio, dopo la rovinosa sconfitta rimediata sul campo di battaglia di Sedan un paio di settimane prima, che aveva posto fine alla guerra franco-prussiana e, con essa, al II Impero di Napoleone III, così costringendo ad una frettolosa rimpatriata le truppe francesi di stanza a Roma.

Il governo italiano presieduto da Lanza colse così la palla al balzo, forzando la mano al Re e costituendo un Corpo d’Osservazione per l’Italia Centrale sotto il comando del generale Raffaele Cadorna, col proposito ufficiale di “mantenere inviolata la frontiera degli Stati Pontifici dai tentativi d’irruzione di bande armate”, ma in realtà d’invadere quel poco che ne restava, ormai ridotto più o meno all’attuale Lazio.

Già l’8 settembre, in una lettera in cui gli si rivolgeva “con affetto di figlio”, Vittorio Emanuele manifestava al Papa la necessità per “motivi di sicurezza” di permettere alle sue truppe di penetrare in territorio pontificio e occupare “posizioni indispensabili al mantenimento dell’ordine minacciato”, a suo dire, “dal partito della rivoluzione cosmopolita”.

Il cortese, ma netto rifiuto espresso dal Santo Padre di fronte a quella offerta d’aiuto non gradito, né richiesto, non sortì però effetto alcuno, perché già l’11 settembre Cadorna ordinò alle sue truppe di varcare il confine, puntando su Bagnoregio, Viterbo e infine su Roma, che fu cinta d’assedio da oltre 50.000 soldati italiani, cui si opponeva un esercito di circa 11.000 effettivi pontifici, fra i quali i famosi zuavi, agli ordini del generale Kanzler.

Con sabauda precisione, Cadorna fissò per le 5,15 antimeridiane del 20 settembre l’inizio dell’attacco finale per la conquista della Città Eterna, concentrandolo sulle Porte Pia e Salaria.

A scompaginare i piani però si udirono già alle 5,10 alcuni colpi di fucile sparati dai pontifici, che causarono il primo caduto della giornata: il caporale Carlo Corsi. La battaglia ebbe così iniziò, sotto il frastuono delle cannonate che giungeva anche in Vaticano,mentre Pio IX celebrava Messa nella sua cappella privata alla presenza del corpo diplomatico al completo.

In quella che era una lotta fra forze impari, le disposizioni del Santo Padre misero subito in chiaro che la resistenza doveva essere puramente formale, al fine di evitare un’inutile strage, tanto che già alle 9,45, al termine di una riunione coi suoi generali, Pio IX ordinò di issare sul cupolone di San Pietro la bandiera bianca.

Roma era ormai italiana e il primo bersagliere a penetrarvi, attraverso la famosa breccia, di nome faceva Federico Cocito. Grazie anche al buon senso del Papa, le vittime sui due fronti furono limitate e subito iniziarono le trattative di pace, al termine delle quali la capitolazione dei pontifici fu firmata nel pomeriggio di quella stessa giornata a villa Albani.

L’ultimo giorno del “Papa-Re” volse così al termine e poco dopo il grande storico tedesco Ferdinand Gregorovius, che nell’Urbe aveva vissuto per vent’anni, scrisse: “Roma è diventata una tomba imbiancata, da cui si gratta via la ruggine dei secoli. La vecchia città sta tramontando. Qui vi sarà un mondo nuovo, ma io sono felice di aver vissuto per tanto tempo in quello vecchio”.

Una pagina di storia più che millenaria era stata voltata per sempre.