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4 settembre 476: la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, fine di un’epoca

4 settembre 476: la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, fine di un’epoca
“Il sacco di Roma dei Visigoti nel 410”, di Joseph-Noël Sylvestre,1890, Museo “Paul Valéry”, Sète, Francia.

Il 4 settembre del 476 è una data che tutti dovremmo ricordare, perché riportata dai manuali scolastici come spartiacque fra il Mondo Antico e l’Alto Medioevo.

Eppure la deposizione da parte del barbaro Odoacre di Romolo “Augustolo”, ultimo di una lunga serie d’Imperatori romani durata quasi cinque secoli, all’epoca passò quasi inosservata, “tamquam non fuisset”, cioè “come se non fosse nemmeno successa”.

Né avrebbe potuto essere diversamente, perché quel ragazzino indegnamente rivestito della porpora imperiale era ormai soltanto un fantoccio senza nessun potere effettivo, un portavoce dei “desiderata” di suo padre Oreste, ex segretario del re unno Attila poi integrato col grado di “Magister Militum” (Generale) nei ranghi dell’esercito dall’Imperatore Giulio Nepote, da lui detronizzato a tradimento con un’abile manovra di palazzo nell’agosto del 475 in favore appunto di suo figlio Romolo Augusto.

Ben presto questo appellativo tanto altisonante su sostituito dai Romani con l’ironico nomignolo di “Augustolo”, cioè “Augusto il piccolo” per distinguerlo dal grande, e dai Greci con “Μωμυλλος” (“Momyllus”) che significa più o meno “piccola sciagura”.

E tale Romolo si dimostrò nella sua assoluta incapacità di tenere insieme i cocci di un Impero ormai in stato di avanzata decomposizione, che perdeva i pezzi gli uni dopo gli altri e nel quale i barbari la facevano da padroni non solo in Gallia, Spagna ed Africa, ma persino in Italia, dove Roma, ormai ridotta a pallida ombra della “Caput Mundi” che era stata, in pochi anni era già stata saccheggiata due volte: dai Goti di Alarico nel 410 e poi dai Vandali di Genserico nel 455.

La cancrena di quell’enorme corpaccione che era stato l’Impero Romano d’Occidente era così avanzata che quando nel 476 le truppe mercenarie di Eruli e Sciri chiesero ad Oreste la cessione di terre in Italia, al suo rifiuto presero le armi e, dopo averlo ucciso in combattimento, ne deposero dal trono imperiale il figlio senza colpo ferire, risparmiandogli la vita al prezzo però di un anonimo esilio in una villa sul promontorio di Miseno, in Campania.

Se a questo punto si era arrivati, se l’Impero che era stato di Augusto, Vespasiano, Traiano, Adriano e Marco Aurelio, ridotto ad un guscio vuoto, aveva potuto essere abolito da un’orda di barbari nel disinteresse più totale, fu in parte certamente dovuto ad una serie di traumi iniziati circa cent’anni prima col disastro militare di Adrianopoli e la conseguente necessità di “romanizzare” i Goti vincitori, integrandoli per quanto possibile nei ranghi dell’esercito e della pubblica amministrazione, senza però considerare il rischio di venirne alla lunga travolti.

Tuttavia le ragioni vere di quel tracollo furono altre e tutte interne all’Impero. Contro i barbari infatti i Romani si erano sempre battuti, ma Mario e Cesare erano riusciti a venire a capo senza troppi problemi rispettivamente di Cimbri, Teutoni e Galli, mentre ancor prima di loro Quinto Fabio Massimo e Scipione l’Africano avevano alla fine vinto la guerra contro Annibale, uno dei più abili strateghi militari di tutti i tempi, dopo che quest’ultimo i Romani li aveva ripetutamente sconfitti in battaglia.

La crisi insomma non era che lo specchio di una decadenza più complessa iniziata col generale “rammollimento” di tutta una classe dirigente e militare che aveva dimenticato cosa significassero i concetti di fatica e privazioni, per adagiarsi sul lusso ed una “dolce vita” ante litteram.

Così, le campagne poco a poco iniziarono ad essere abbandonate in favore di un’urbanizzazione selvaggia e le attività artigianali delegate a stranieri che avessero non solo la voglia di lavorare, ma anche le competenze tecniche per farlo.

Costantino infine fu davvero “il Grande”, ma solo per la parte orientale di quello che con lui teoricamente era ancora un Impero unico. La sua decisione di trasferire a Bisanzio, città che poi in suo onore si sarebbe chiamata Costantinopoli, tutta la struttura amministrativa imperiale, facendone la sua capitale effettiva, avrebbe conseguentemente ridotto Roma ad un ruolo subalterno e sempre più marginale, dischiudendo così le porte ad un altro e diverso dominio su quella che era stata l’Urbe pagana: l’autorità dei Sommi Pontefici.