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Alessandro “Magno”, Re dei Macedoni: le sue conquiste più importanti

Alessandro re dei macedoni le sue conquiste più importanti
“Alessandro alla battaglia di Isso”, frammento di un mosaico della “Casa del fauno” di Pompei, ora esposto al Museo Archeologico Nazionale di Napoli

“Ανίκητος ει, ω παι”, “Sei invincibile, ragazzo!”

Così rispose la Pizia, sacerdotessa del tempio di Apollo a Delfi, quando nella tarda primavera del 333 a.C. il venticinquenne Alessandro “Magno”, Re dei Macedoni, la interrogò sull’esito della spedizione che s’apprestava ad organizzare per sottomettere l’Asia, dopo aver dichiarato guerra al Gran Re dei Persiani Dario III. Tre anni prima Alessandro aveva convinto i Greci riuniti a Corinto ad unirsi a lui per partire alla conquista di quello stesso impero che circa centocinquant’anni addietro, in due distinte campagne militari, era stato sul punto d’impossessarsi dell’Ellade.

Grazie dunque all’entusiasmo ed al carisma personale di quel giovane per tanti simile a un dio e già soprannominato “ο Μέγας” (“il Grande”) per la prima volta si osava percorrere il cammino di conquista in senso opposto, da ovest verso est, dall’Europa all’Asia. Così, rinfrancato dal responso della sacerdotessa, alla testa di un esercito di circa cinquantamila soldati suddivisi fra fanti e cavalieri, Alessandro varcò l’Ellesponto per impadronirsi delle sterminate distese dell’Asia Minore.

Grazie al racconto di Plutarco possiamo ripercorrere tappa per tappa la sua marcia trionfale e persino emozionarci quando il grande storiografo ce lo descrive, felice come un bambino, mentre insieme ai compagni gira di corsa attorno alla stele di Achille eretta nel bel mezzo della piazza di Troia, per poi visitare la città come farebbe qualsiasi turista moderno, incantato dalla magia di quel luogo.

Questo piacevole stop non lo distolse però dalla sua missione, tanto più che nel frattempo Dario aveva raccolto un esercito colossale di circa 500.000 uomini (Plutarco esagerando parla addirittura di un milione) per contrastarlo. Il primo scontro avvenne sulle rive del fiume Granico, in un mese (quello di “Daisio”) considerato infausto dagli astrologi macedoni, ma per venire a capo del problema con grande senso pratico Alessandro decretò di ribattezzare quel mese col nome di “secondo Artemisio”.

In sella al suo fido Bucefalo ed al comando di tredici squadroni di cavalieri, totalmente incurante del pericolo, Alessandro combatté “μανικως” (“manikòs”, cioè: “come un pazzo”) affrontando da solo un’orda di nemici, manco fosse un super-eroe dei moderni fumetti.

Esaltati dall’eroico esempio del loro re, i suoi soldati ebbero presto la meglio sugli avversari, che finirono col darsela a gambe. Questa strepitosa vittoria fece subito pendere la bilancia dalla parte del Macedone che, quasi senza colpo ferire, poté conquistare in rapida successione Fenicia, Cilicia, Panfilia, Frigia e Bitinia.

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La seconda batosta ai Persiani la inferse ad Isso, in Siria, località in cui riuscì ad imbottigliare l’esercito di Dario in uno stretto spazio richiuso su un lato dal mare e sull’altro dai monti, per poi sconfiggerlo in una battaglia dalle quale Dario riuscì a malapena ad uscire vivo, al costo però di lasciare prigioniere dei Greci sua madre, la moglie e due figlie, tutte poi trattate da Alessandro con grande signorilità.

Sottomesso anche l’Egitto, il nostro rimase sordo alle pur allettanti proposte di pace provenienti da Dario, che gli offriva tutto il territorio ad ovest dell’Eufrate oltre alla mano di una delle sue figlie. Si giunse così alla fatidica battaglia di Gaugamela (località situata nell’odierno Iraq, nei pressi di Mosul), che si combatté il 1° ottobre del 331 a.C. e vide circa cinquantamila Greci e Macedoni opposti ad avversari dieci volte più numerosi di loro.

Per non ripetere l’errore di Isso, Dario schierò il suo esercito in campo aperto, con lui al centro e la cavalleria sulle due ali, supportata da elefanti da guerra e da una miriade di carri con le ruote falcate. I Macedoni e i loro alleati si disposero invece su due ali separate: la destra al comando di Alessandro e la sinistra di Parmenione.

Si combatté di giorno, anche se alcuni avevano suggerito d’attaccare di notte per cercare così di supplire all’inferiorità numerica con l’aiuto dell’oscurità, solo però per sentirsi rispondere da Alessandro che “io non rubo la vittoria” come un ladro che agisce nottetempo.

Il suo piano era quello d’attirare il maggior numero possibile di nemici sui fianchi del suo schieramento, per aprirsi poi un varco al centro e così puntare su Dario. Così, mentre sotto gli attacchi dei Persiani l’ala sinistra di Parmenione stava cedendo, anziché correre in suo soccorso Alessandro puntò diritto verso il Gran Re che, da uomo alto ed elegante qual era, risultava ben visibile sul suo cocchio dorato.

L’impeto dei Macedoni fece strage dei nemici che, cadendo a terra, coi loro stessi corpi impedivano i movimenti dei carri falcati e spaventavano i cavalli che, imbizzarrendosi, scalzavano gli aurighi dai cocchi. Dario ancora una volta fece appena in tempo a fuggire, ma dovette cedere ad Alessandro il titolo di “Βασιλευς της Ασίας” (“Re dell’Asia”), contribuendo così ad alimentarne il mito.