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Antoon Van Dyck e la Signora Sofonisba Anguissola: storia di un incontro

Antoon Van Dyck e la Signora Sofonisba Anguissola: storia di un incontro
“Quaderno di appunti” di Antoon Van Dyck con lo schizzo della “Signora Sofonisba Anguissola”, eseguito durante il loro incontro del 1624. British Museum, Londra

Un eccezionale incontro fra due mondi, due epoche e due persone d’età molto diversa fra loro ebbe luogo nella tarda estate del 1624, nella stanza di un palazzo nobiliare della splendida Palermo barocca.

Fuori imperversava una calura opprimente, che contribuiva a diffondere una terribile pestilenza, ma quella “strana coppia” risultava come sospesa all’interno di una bolla magica che la isolava dal resto del mondo, intanto che i due protagonisti di questa storia discutevano del più e del meno, mentre si studiavano reciprocamente.

Da un lato del tavolo sedeva una vecchia dama, dell’età di 92 anni suonati, fragile e minuta, ma elegantemente vestita e ancora fiera nel suo portamento, a testimonianza di una vita intera trascorsa in ambienti aristocratici. Cortesissima, aveva ancora “la memoria et il cervello prontissimo”, a dispetto dei problemi di vista che l’obbligavano a “mettere il naso sopra i quadri e le carte” per discernere qualcosa, sempre però “pigliandone gran piacere”.

Di fronte a lei, quasi sull’attenti per il rispetto che provava nei suoi confronti, stava l’autore di queste osservazioni: un giovane poco più che ventenne, fulvo di capelli, che parlava un italiano fluente seppure con quell’accento un po’ metallico tipico delle genti del Nord Europa.

Ascoltava rapito “i preziosi avvertimenti” che quell’anziana Matrona gli dispensava, mentre sul suo taccuino ne tracciava dal vivo uno schizzo. Ancora vezzosa, a dispetto degli anni, la Signora gli raccomandò “di non pigliare il lume troppo alto, acciocché le ombre delle rughe non diventassero troppo grandi”, addirittura aiutandolo in quell’opera con qualche tratto di matita eseguito con la sua mano “ferma, senza nessuna tremula”.

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Così si svolse l’incontro fra la pioniera della pittura rinascimentale declinata al femminile, la Signora Sofonisba Anguissola, e il promettente pittore fiammingo Antoon Van Dyck, convocato nel capoluogo siciliano dal Viceré Emanuele Filiberto di Savoia (nipote del famoso “Testa di Ferro”) per eseguire alcuni ritratti e la grande pala della Madonna del Rosario.

Il giovanotto ovviamente non volle perdere l’occasione unica che gli si presentava per incontrare quell’icona vivente e farle visionare alcuni suoi lavori, con la speranza di ricevere qualche prezioso consiglio.

Figlia primogenita del nobile Amilcare e di mamma Bianca, la cremonese Sofonisba Anguissola era nata nel 1532 in seno ad una famiglia decisamente “moderna” per i tempi, col babbo che, avendone subito intuito le doti in campo pittorico, l’aveva avviata allo studio di quell’arte presso la bottega di Bernardino Campi, in una città che risultava impregnata della vivacità culturale dell’epoca, grazie anche alla vicinanza geografica con le due capitali costituite da Mantova e Milano.

Proprio allora stava affermandosi anche un mondo artistico e culturale al femminile dove, per dirla con l’Ariosto, “le donne sono venute in eccellenza / di ciascun’arte ove hanno posto cura”. Così, ad esempio, accanto alle poetesse Vittoria Colonna, Veronica Gambara e Gaspara Stampa, le Duchesse Isabella d’Este, Eleonora Gonzaga e Lucrezia Borgia dimostrarono che la riscossa culturale del Rinascimento poteva originare anche dall’universo femminile, noto per la sua capacità di “ben operar”.

Dal canto suo, papà Anguissola, con sei figlie da maritare, sei doti da mettere insieme e pochi quattrini a disposizione, pensò bene, come suo primo “manager”, d’introdurre “la Sofonisba” nel giro che contava, cercandole una Corte che le desse quel sostegno economico che lui non poteva assicurarle.

Mandando in visione a destra e a manca i suoi lavori, tanto apprezzati anche da Michelangelo, gli riuscì infine il colpo grosso, quando il Re di Spagna Filippo II la invitò a Madrid come dama di compagnia e maestra di pittura della sua neo-sposa Elisabetta di Valois.

Così, nel 1559 l’Anguissola partì dalla sua città natale, che non avrebbe più rivisto, alla volta della capitale spagnola, dove avrebbe trascorso quattordici anni al servizio del “Rey Prudente” come apprezzatissima pittrice di Corte, realizzando numerosi ritratti a testimonianza dei trionfi e delle tragedie dei suoi committenti.
Si guadagnò infine il permesso di sposarsi con don Fabrizio de Moncada, figlio cadetto del Duca di Paternò, uno squattrinato cui il matrimonio con Sofonisba faceva comodo per le ricche rendite che quest’ultima si era assicurata grazie ai servizi resi alla Real Casa di Spagna.

Quando Sofonisba si trovò di fronte per la prima volta lo sposo, appena sbarcata a Palermo nel 1573, l’impressione che ne ebbe fu positiva e fra i due s’instaurò presto una buona intesa, purtroppo però di breve durata, perché a distanza di soli sei anni don Fabrizio sarebbe morto in mare, vittima di un attacco piratesco alla galea che lo trasportava.

Non avendo più ragioni per restare in Sicilia, la vedova si risolse a tornare nella sua Cremona, ma durante il viaggio di rientro su una galea comandata dal genovese Orazio Lomellini “ebbe sì cortesi trattamenti da quel gentiluomo, che si trovò in ultimo a corrispondergli con la promessa di pigliarlo in consorte”.

Fuori dagli schemi come lei, Orazio rappresentava tutto ciò che le era mancato in una vita sempre decisa da altri per lei. Pur essendo il marito molto inferiore alla consorte per rango, età e patrimonio, la coppia risultò ben assortita e il matrimonio “funzionò” per i restanti quarantacinque anni che all’Anguissola rimasero da vivere, trascorsi fra Pisa, Genova e, dal 1615 fino al suo decesso, di nuovo a Palermo.

Si capisce dunque quante cose avessero da dirsi i due protagonisti di questo bell’incontro palermitano e perché, quando nei più importanti musei di Madrid, Vienna, Roma o Parigi ammiriamo i bei ritratti realizzati dalla signora Sofonisba, dovremmo tutti esserle grati, così come lo fu il Van Dyck, per essere stata la protagonista di una rivoluzione gentile: quella della prima affermazione ed emancipazione femminile, combattuta a colpi di pennello e colori.