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Bartolomeo Colleoni: biografia di un mitico capitano di ventura

Bartolomeo Colleoni: biografia di un mitico capitano di ventura

Il termine “cojoni” nel Quattrocento certo non doveva avere la stessa valenza volgare di oggi, se a quei tempi il bergamasco Bartolomeo Colleoni, facendosi vanto del poliorchidismo che gliene aveva regalati tre, non esitò a rimpiazzare sul suo stemma nobiliare le iniziali teste leonine (“Co-leonis”) che vi figuravano, col disegno stilizzato, per l’appunto, di tre testicoli.

Che tale particolarissimo dono di madre natura gli stesse particolarmente a cuore è testimoniato anche dal grido di battaglia (“Cojo, cojo!”) urlando il quale, in circa 50 anni di onorata carriera militare, Bartolomeo riportò una serie di innumerevoli vittorie.

Nato intorno al 1400 nel Castello di Solza da una famiglia della piccola nobiltà locale, Bartolomeo rimase presto orfano di padre, deceduto intanto che difendeva da un assalto nemico il Castello di Trezzo d’Adda.

Sulle orme paterne, di lì a poco il giovane sarebbe diventato forse il più noto fra i tanti capitani di ventura del XV secolo, uomini come Muzio Attendolo Sforza, il Conte di Carmagnola, il Gattamelata, l’inglese Giovanni Acuto e Braccio di Montone.

Proprio quest’ultimo fu il suo maestro, al seguito del quale il Colleoni si avventurò fino a Napoli per mettersi al servizio della regina Giovanna II d’Angiò, della quale il giovanotto pare sia diventato l’amante a dispetto dei circa 30 anni d’età che li dividevano.

Bartolomeo Colleoni: biografia di un mitico capitano di ventura
Stemma di Bartolomeo Colleoni

La proverbiale testardaggine del nostro (il cui motto, non per nulla, era “Bisogna!”) faceva il pari col suo eccezionale fiuto per i buoni affari, che lo indusse ad offrire i propri servigi non solo al miglior offerente, ma anche al partito dato per vincente, perché si sa che nella vita è sempre consigliabile schierarsi dalla parte “giusta”.

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Così i suoi accordi e le promesse di collaborazione furono tanto numerose, quanto gli improvvisi voltafaccia e tradimenti, in una sorta di gioco a rimpiattino senza fine che lo indusse a più riprese a schierarsi ora con l’una, ora con l’altra delle due “super-potenze” italiane dell’epoca: Venezia e Milano.

Infatti, sebbene all’epoca fosse al soldo di Venezia, nel 1431 non esitò a passare dalla parte del milanese Filippo Maria Visconti, assumendo poi nel 1447, alla morte di quest’ultimo, la carica di Capo dell’esercito della Repubblica Ambrosiana, solo però per cedere nuovamente già l’anno successivo alle allettanti offerte economiche giuntegli dalla Serenissima.

Sconfitto nella battaglia di Caravaggio da Francesco Sforza, nuovo “uomo-forte” del momento, non si fece scrupolo di mettersi al suo servizio, accompagnandolo nel suo trionfale ingresso in quella Milano che, stufa dei disordini causati dall’effimera stagione repubblicana, gli offrì il trono ducale, spalancandogli le porte cittadine.

L’ultima giravolta però la compì nel 1454, quando accettò l’offerta di diventare comandante supremo dell’esercito di Venezia, che lo ricompensò con una serie di feudi nella Bergamasca (Solza, Urgnano e Romano) che lo avrebbero reso Signore di un mini-Stato personale, la “capitale” del quale sarebbe diventata il Castello della Malpaga, da lui acquistato nel 1456 quando era ridotto più o meno ad un cumulo di rovine e subito trasformato in una residenza principesca.

La sua ultima battaglia fu quella della Molinella, del luglio del 1467, combattuta contro Federico da Montefeltro, alleato dei Medici. Proprio in quell’occasione il Colleoni, per la prima volta, impiegò le armi da fuoco come artiglierie mobili, montando su carri colubrine e spingarde che fecero strage degli avversari.

Diventato ricchissimo, con l’avanzare dell’età diradò gli impegni pubblici per consacrare il suo tempo alle otto figlie femmine, ai nipoti ed alla moglie Ursina, non senza dimenticare le opere caritative.

Bartolomeo Colleoni: biografia di un mitico capitano di ventura
Cappella Colleoni dove è sepolto il capitano di ventura

Sentendosi vicino alla morte, che lo colse il 3 novembre del 1475, per un ultimo scrupolo di coscienza donò ai Veneziani, dai quali in vita si era fatto strapagare, circa 100.000 zecchini d’oro da impiegarsi nella guerra contro i Turchi.

Di certo però gliene rimasero ancora tanti, se con essi poté pagarsi la splendida Cappella omonima che, addossata alla Basilica di Santa Maria Maggiore a Bergamo Alta, ne custodisce ancora i resti mortali, in una tomba sormontata dal famoso stemma “a tre palle”.