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Camillo Benso Conte di Cavour: breve biografia politica del principale artefice dell’unità d’Italia

Camillo Benso Conte di Cavour: breve biografia politica del principale artefice dell’unità d’Italia

“L’Italia è fatta, tutto è salvo”: queste furono le ultime parole pronunciate sul letto di morte da Camillo Benso Conte di Cavour il 6 giugno del 1861, poco prima di rendere l’anima al Creatore in conseguenza d’un attacco malarico che se lo portò via in meno di una settimana. Due ore più tardi infatti si spense a soli cinquant’anni d’età.

Appena la cosa si riseppe a Torino, come scrisse un cronista dell’epoca, “fu un lutto generale vero, schietto e non affettato”, perché se ne era andato colui che, insieme a re Vittorio Emanuele II ed a Giuseppe Garibaldi, era stato il principale artefice dell’Unità d’Italia, della quale ebbe l’onore di essere il primo Presidente del Consiglio dei Ministri, anche se per meno di tre mesi: dalla proclamazione ufficiale del Regno il 17 marzo 1861 fino alla sua morte.

Nessun dubbio che il leader politico di questo terzetto invero non troppo affiatato di personaggi molto diversi fra loro fu proprio lui, Cavour, che di fatto ridusse gli altri due più o meno al ruolo di semplici realizzatori delle sue intuizioni e dei suoi “desiderata”, tutti convergenti sul comune obbiettivo costituito dall’unificazione politica della Penisola sotto lo scettro dei Savoia.

Né avrebbe potuto essere diversamente, perché sotto il profilo caratteriale troppo irruente e troppo poco incline al compromesso era Garibaldi per poter ambire a ruoli governativi, ben diversi da quello di romantico eroe rivoluzionario che tanto bene gli si attagliava. Di vedute troppo corte era invece l’allora re di Sardegna Vittorio Emanuele Il, più a suo agio in tenuta da caccia che in livrea da corte, insofferente alle cerimonie, propenso ad esprimersi in dialetto piemontese ed eccessivamente sensibile al fascino muliebre, tanto da apparire agli occhi della regina Vittoria, quando i due s’incontrarono a Londra, alla stregua quasi di un “buon selvaggio”.

Al contrario Cavour era un uomo colto, raffinato, affabile nei modi e nell’eloquio, oltreché un ottimo oratore, poliglotta e dotato d’un innato talento per la politica e la diplomazia. Grande influsso aveva avuto su di lui, aristocratico per natali ma liberale per convinzione, la nonna paterna Filippina Sales, matriarca di famiglia che, essendo sempre stata per sua stessa ammissione “un po’ giacobina”, gli aveva trasmesso il culto degli ideali illuministi, l’insofferenza per i valori precostituiti ed una grande indipendenza di giudizio, che in gioventù gli aveva pure creato qualche grattacapo durante il servizio militare.

Tali concetti l’avrebbero coerentemente accompagnato per tutta la vita, tant’è che l’epigrafe sulla sua tomba recita: “Non potrei tradire la mia origine e rinnegare i miei principi. Sono figlio della libertà, è a lei che devo tutto quello che sono”.

I conflitti di Camillo Benso con il Re Vittorio  Emanuele II

Consapevole di essere indispensabile, non esitò ad atteggiarsi a “star” anche un po’ bizzosa, talvolta solo minacciando di rassegnare, ma in altre occasioni anche rassegnando per davvero le dimissioni dagli incarichi ministeriali, ogni qualvolta qualcosa non andasse per il verso da lui auspicato, come per esempio quando il re firmò senza il suo accordo l’armistizio di Villafranca del 1859, così ponendo fine troppo presto alla II Guerra d’Indipendenza.

Altro motivo di discordia fra i due fu costituito dalla ferma contrarietà del Cavour all’ipotesi di matrimonio dell’ormai vedovo Vittorio Emanuele con la “bela Rosin”, alias Rosa Vercellana, figlia di un sottufficiale dell’esercito sabaudo con la quale il re aveva una relazione che durava da tredici anni, allietata dalla nascita di due figli.

Quel particolare ménage para-familiare nelle Corti europee era molto malvisto, e la sola idea che si trasformasse in un matrimonio faceva rabbrividire Napoleone III, sul quale Cavour aveva puntato tutte le carte sperando nel suo sostegno alla causa dell’unificazione italiana.

Per non parlare poi del fatto che, nel trattare a quattr’occhi in quel di Plombières nel luglio del 1858 proprio con l’Imperatore dei Francesi, Cavour non aveva esitato ad offrirgli, in cambio dell’aiuto francese in un’ipotetica guerra contro gli Austriaci, la cessione della Savoia, cioè del ”berceau” della Casata di Vittorio Emanuele II, e la Contea di Nizza, città di nascita di Garibaldi, così anteponendo gli affari ai sentimenti altrui. Anche per questo Garibaldi se la legò al dito ed in un discorso infuocato pronunziato alla Camera del neonato Regno d’Italia nell’aprile del 1861 non si trattenne dal denunziare “la fredda e nemica mano del Ministro”.

E freddo il Conte lo fu per davvero, perché era conosciuto per non fermarsi davanti a niente e nessuno, pur di raggiungere i suoi obbiettivi. Come infatti scrisse di sé in una delle sue numerosissime lettere: “non importa se il re è debole; io sono duro come un macigno e per raggiungere il santo scopo che ci siamo proposto incontrerei ogni pericolo”, aggiungendo che: “la grande politica è quella delle risoluzioni audaci”.

È dunque anche grazie alla caparbia e calcolata determinazione di quest’uomo testardo che possiamo dirci una Nazione.