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Canne, 2 agosto 216 a.C.: la peggior disfatta militare nella storia di Roma

Annibale il condottiero: le battaglie e le vittorie contro Roma

Ticino, ottobre 218 a.C.; Trebbia, dicembre 218 a.C.; Trasimeno, giugno 217 a.C.

Nel corso della cosiddetta Seconda Guerra Punica non si può certo dire che ai Romani la vicinanza dei corsi o degli specchi d’acqua abbia portato fortuna, perché in queste località essi riportarono tre clamorose sconfitte contro i Cartaginesi, pur partendo in genere da posizioni vantaggiose per numero d’uomini e quantità di risorse, oltreché per la conoscenza dei luoghi.

Ma dalla parte opposta, per loro sventura, al comando d’un esercito multietnico composto in massima parte da Cartaginesi, Galli, Iberici e Libici, si trovava lui, Annibale detto “Barca” (termine che in lingua punica significa “la Folgore”), uno fra i più brillanti condottieri dell’antichità.

A quei tempi più o meno trentenne, aveva ricevuto un’educazione di prim’ordine, conosceva le lingue, ma soprattutto aveva lasciato la sua città natale da bambino, a soli nove anni, dopo che nonno Amilcare gli aveva solennemente fatto giurare nel tempio del dio locale Baal-Haman di vendicare Cartagine dall’umiliazione inflittale da Roma con le clausole del trattato di pace stipulato al termine della Prima Guerra Punica, che aveva privato Cartagine dei suoi possedimenti in Sicilia e del predominio sul Mediterraneo centro-meridionale.

Da quel momento in poi era cresciuto negli accampamenti militari al seguito del nonno e del padre Asdrubale, condividendo la dura vita dei soldati, vestendosi come loro, mangiando il loro stesso rancio e diventando non solo uno di loro, ma il migliore fra tutti.

Memore del giuramento fatto, poco dopo la morte del padre cercò dunque un pretesto per farsi dichiarare guerra da Roma. Così, cinse d’assedio Sagunto, una città-fortezza iberica che dell’Urbe era la miglior alleata a sud dell’Ebro, facendola capitolare dopo otto mesi anche per l’irresolutezza dei Romani i quali si guardarono bene dall’intervenire in suo soccorso, preferendo piuttosto perdersi in inutili chiacchiere forse perché erroneamente convinti che il pericolo fosse molto lontano.

Famosa, a questo proposito, l’amara constatazione di Tito Livio: “Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur” (“Mentre a Roma si parla, Sagunto viene espugnata”).

Anche tanta irresolutezza convinse Annibale ad osare l’impensabile: attaccare la super-potenza romana a casa sua! Così, risalita rapidamente la costa della penisola iberica e attraversata la Gallia, alla testa d’un esercito composto da circa cinquantamila fanti e novemila cavalieri, e con l’”arma segreta” costituita da trenta elefanti in tenuta da combattimento, Annibale valicò le Alpi passando probabilmente dal Colle del Monginevro fino a penetrare nella Pianura Padana e in quell’Italia che avrebbe assistito quasi impotente alle sue gesta e scorrerie per tanti anni ancora.

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Senza grosse difficoltà ebbe la meglio, come già detto, nei primi tre furiosi scontri combattuti coi Romani, che per superbia o tracotanza sino ad allora non si erano ancora resi conto del mortale pericolo che li minacciava tanto da vicino. Soltanto dopo la batosta subita sulle sponde del Trasimeno Roma fu presa davvero dal panico, convinta che la sua fine fosse prossima, ma proprio in quel momento il Barca, considerata la stanchezza dei suoi uomini e la scarsità dei rifornimenti, preferì deviare verso sud-est cercando ristoro nelle fertili pianure apule, piuttosto che dirigersi verso l’Urbe per infliggerle il probabile colpo del K.O.

Questa decisione diede ai Romani il tempo per riorganizzarsi con la nomina a dittatore di Quinto Fabio Massimo, esperto militare e uomo tutto d’un pezzo passato alla storia per la sua “magistrale inazione” che gli guadagnò il soprannome di “Cunctator” (“il Temporeggiatore”). Col nemico infatti egli preferiva ingaggiare scaramucce, tendere imboscate, privarlo di rifornimenti creandogli attorno terra bruciata o attaccarne le retrovie così provocandogli stress, fame e sfinimento, senza però mai contrastarlo in campo aperto.

Per questo, se in tanti a Roma iniziarono a disprezzarlo considerandolo un vile, Annibale però lo temeva, avendo infatti capito che la sua tattica era quella giusta per logorarlo. Pertanto, grazie ai numerosi infiltrati e spioni di cui poteva godere in campo avverso, aizzò certi “arruffa-popolo”, che in politica non mancano mai, affinché si rivoltassero contro il “Cunctator”, anche al costo di spargere calunnie sull’esistenza di un suo presunto accordo segreto con lo stesso Annibale il quale, per alimentare queste voci malevole, appositamente risparmiò i campi di proprietà del suo avversario fra i tanti che invece distrusse nel circondario romano.

Se però il valoroso Fabio Massimo non volle cambiare tattica perché, come ci riporta Plutarco, “il rimanere sbigottiti davanti alle chiacchiere della gente non si addice ad un uomo degno della sua carica, ma a chi si fa schiavo di quei malpensanti di cui invece dovrebbe essere signore e padrone”, malignità e gelosie alla fine ebbero la meglio si di lui.

Alle elezioni consolari del 216 a. C. egli fu infatti spodestato a tutto vantaggio proprio del peggiore fra quei “malpensanti”, un tale che di nome faceva Gaio Terenzio Varrone. Populista ante litteram, non solo veniva dal nulla, ma incarnava il nulla lui stesso: era infatti un ignorante plebeo, capace però d’incantare il pubblico con la sua parlantina sciolta che toccava i temi che i suoi uditori volevano sentirsi raccontare: nazionalismo, onore patrio, vendetta etc. etc.

Eletto console insieme a Lucio Emilio Paolo, senza che i due avessero la minima esperienza in campo militare fu loro affidato il comando di un esercito di circa ottantamila uomini, subito spediti in fretta e furia ad attaccare Annibale sul suo terreno. Lo scontro ebbe luogo il 2 agosto del 216 a.C. a Canne, nei pressi de fiume Ofanto, dove, nelle assolate distese apule, Annibale attendeva con impazienza i suoi nemici, convinto di averli in trappola.

Pur potendo contare su forze nettamente inferiori, quest’ultimo s’inventò due stratagemmi che sarebbero risultati vincenti. Innanzitutto dispose i suoi uomini col vento alle spalle, in una giornata in cui un fortissimo scirocco torrido sollevava nugoli di polvere, che finivano per accecare gli avversari costringendoli a distogliere lo sguardo.

Inoltre collocò le truppe migliori sui lati dello schieramento, lasciando i più “fifoni” e i meno freschi al centro, in una posizione “a sperone” che fuoriusciva dal resto delle truppe. Pensava infatti che quando i Romani avessero sfondato le loro prime linee incuneandosi proprio al centro dello schieramento cartaginese, essi li avrebbero subito dopo accerchiati rinchiudendoli con una manovra a tenaglia grazie all’azione delle ali.

E così successe! Ne risultò la peggiore strage mai subita dai Romani in una singola battaglia, una catastrofe senza precedenti che costò la vita a circa settantamila uomini e le cui dimensioni, a ventidue secoli di distanza, continuano a stupire. A causa di quella che qualcuno ha definito la “Hiroshima” dell’antichità, il destino di Roma parve essere segnato per sempre.