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Cesare varca il Rubicone: “il dado è tratto”

Giulio Cesare e la presa di Roma al grido del “il dado è tratto”

“Difficilius se Principem civitatis a primo ordine in secundum quam ex secundo in novissimum detrudi”, cioè “è più difficile per uno che si trova al primo posto dello stato essere sospinto al secondo che dal secondo all’ultimo”. Secondo Svetonio, questa frase, indice di un caparbio attaccamento al potere, fu a varie riprese pronunciata da Giulio Cesare, a dimostrazione della forza attrattiva esercitata su di lui dall’abitudine al comando.

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Giulio Cesare: gli anni in Gallia

Dopo gli otto anni trascorsi in Gallia come proconsole della repubblica a combattere, fino alla loro completa sottomissione, i bellicosi popoli di quel grande Paese, Cesare si era ben presto reso conto che, con lui tanto lontano, a Roma le notizie dei suoi trionfi non facevano che generare invidie e risentimenti nella fazione politica a lui avversa, quella cioè degli “optimates” che si erano stretti intorno a Pompeo, col quale Cesare aveva condiviso il triumvirato, mettendo in minoranza o rendendo irrilevanti i tribuni che invece difendevano in Senato gli interessi dei cesariani.

Così, nel dicembre del 50 a.C., l’aria nell’Urbe si era fatta pesante ed i più già paventavano lo scoppio di una guerra civile. In Senato pertanto fu messa ai voti una proposta di Gaio Curione in base alla quale sia Cesare che Pompeo avrebbero dovuto congedare i rispettivi eserciti, a pena di essere dichiarati nemici pubblici se non l’avessero fatto.

Giulio Cesare ritorna verso Roma: l’attesa sulle rive del Rubicone

Giunto alla testa di soli 5000 uomini e 300 cavalieri nei primissimi giorni del 49 a Ravenna, allora città della Gallia Cisalpina, dopo aver lasciato il grosso delle sue truppe in Gallia, Cesare, sebbene intimamente avesse già deciso il da farsi perché, come avrebbe detto dopo la sua vittoria a Farsalo sui pompeiani: “Se non fossi ricorso ai miei soldati, sarei stato trascinato davanti ad un tribunale e condannato”, per alcuni giorni si comportò come nulla fosse, per non dare nell’occhio.

Il 10 gennaio del 49 a.C. però, saputo che i senatori avevano calpestato il diritto di voto dei suoi fedeli tribuni scacciandoli addirittura dall’Urbe, mandò le sue truppe ai confini del territorio romano, allora delimitato dal corso del Rubicone. Lui invece trascorse la giornata normalmente, studiando il progetto di una scuola per gladiatori da realizzarsi a Rimini, poi andando a teatro ed infine cenando in numerosa compagnia.

Calato il buio però prese a nolo il carretto di un mugnaio trascinato da due muli, per passare il più possibile inosservato, e si mise in viaggio seguendo un sentiero sconosciuto per raggiungere i suoi soldati, ma finì col perdersi.

Solo all’alba dell’11, imbattutosi in un pastore pratico dei luoghi, poté finalmente ricongiungersi alle sue coorti che lo attendevano sulla sponda del Rubicone da più di un giorno, timorose ormai che non arrivasse più.

Per risollevare il morale di quegli uomini molto dubbiosi sul da farsi ed in parte propensi a ritornare sui loro passi per non scatenare una guerra civile, escogitò un “colpo di teatro” facendo improvvisamente apparire un giovane di statura imponente e di bell’aspetto che, sedutosi accanto a loro, prese a suonare il flauto.

Il segnale della battaglia: Giulio Cesare varca il Rubicone

Tutto ad un tratto però il taciturno suonatore tolse ad un trombettiere dell’esercito il suo strumento e, suonandolo a pieni polmoni, diede il segnale della battaglia lanciandosi di corsa sull’altra riva del fiumiciattolo.

Colto il generale momento d’euforia Cesare esclamò: “Andiamo dove ci chiamano i prodigi degli dei e l’ingiustizia degli uomini. Iacta alea est!”, ovvero (come scrive Plutarco) “άνερριφθω κύβος”.

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Il dado è tratto

E con quella traversata davvero il dado era stato gettato perché in quel preciso momento Cesare, uno dei più geniali condottieri e spregiudicati politici che abbiano mai calcato le scene mondiali, alla testa di poche migliaia di soldati si avviò a vincere tutto rischiando di perdere tutto, passando poi alla storia come il nome stesso del potere.

I sostantivi “Kaiser” o “Zar”, ma anche lo stesso titolo di “Cesare” che da lì a poco sarebbero stati utilizzati nel mondo per designare gli Imperatori, dopo tutto, erano una conseguenza proprio di quel lancio di dado.