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Cicerone, breve biografia del più grande oratore della Roma antica

Cicerone, breve biografia del più grande oratore della Roma antica

La modestia non fu mai il suo forte e Plutarco, nel ritratto che di lui ci ha lasciato nelle sue “Vite Parallele”, non manca di sottolinearlo a più riprese. Infatti afferma che: “gli rimase come costante del carattere il compiacimento della lode e la brama ardente di gloria”, ma anche: “Pur godendo di somma influenza, si rese odioso non per qualche azione scorretta, ma perché sempre si lodava e pavoneggiava”.

Era insomma un uomo al quale “piaceva piacere”, che godeva ad ascoltarsi ancor più che nel constatare quanto gli altri ascoltassero lui, in Senato o nel Foro, ed infine rileggeva le proprie orazioni con lo stesso compiacimento con cui le leggiamo noi ad oltre due millenni di distanza.

D’altra parte, che fosse un tipo speciale lo si era capito subito, perché Marco Tullio Cicerone (patronimico ereditato da un avo che pare avesse il naso deformato da un’escrescenza carnosa a forma di cece, “cicer” in latino) nacque il 3 gennaio del 106 a.C. ad Arpino in modo “anodinos”, cioè senza doglie da parte della madre.

Dimostrò fin da ragazzo di possedere un’intelligenza fuori dal comune che se da un lato lo fece primeggiare a scuola, dall’altro gli causò qualche problema coi ragazzacci del suo borgo che, non diversamente da oggi, prendevano di mira con scherzi e lazzi il “secchione” di turno, un ragazzino che piuttosto che giocare con loro preferiva tradurre Omero ed i lirici greci.

Trasferitosi a Roma, proseguì gli studi filosofici con maestri del calibro di Filone di Larissa, lo stoico Diodato e Apollonio. Poco più che ventenne, dopo aver pronunziato la prima orazione pubblica (la “Pro Quinctio”) nell’ambito di una causa civile per lui risultata vittoriosa, si recò in Grecia ed Asia Minore per compiervi il proprio “Erasmus” personale, approfittando dell’occasione per andare a Delfi a consultare il famoso oracolo e sapere (tanto per cambiare!) quale fosse per lui il modo giusto per raggiungere la gloria.

La risposta, consistente nell’invito a seguire il proprio impulso personale e non i suggerimenti dei più, se la sarebbe ricordata per tutta la vita, mettendola in pratica fino alle estreme conseguenze. Rientrato a Roma si gettò anima e corpo nella carriera politica vera e propria che per lui (non diversamente da oggi, almeno in certi casi) avanzava di pari passo con l’attività forense.

Più si faceva un nome con le sue arringhe ed orazioni, infatti, più gradini scalava del “Cursus honorum” romano. Eletto questore di Lilibeo (Marsala) vi lavorò sodo ottenendo la fiducia degli abitanti del luogo tanto che proprio a lui, una volta terminato il suo mandato, fu chiesto di sostenere le ragioni della pubblica accusa contro Gaio Licinio Verre, propretore della Sicilia che si era macchiato dei crimini di corruzione, concussione, spergiuro ed appropriazione indebita.

Nonostante le protezioni di cui Verre godeva a Roma ed il denaro speso per corrompere i giudici, Cicerone al termine di un processo che all’epoca (siamo nel 71 a.C.) destò un enorme clamore mediatico, dopo avere pronunziato contro di lui le cosiddette “Verrine” ebbe la meglio, ottenendone la non scontata condanna. Fu l’inizio del suo successo sia professionale che politico!

Divenne infatti non solo un avvocato “di grido”, quello che tutti i migliori clienti si contendevano a suon di quattrini, con ciò riuscendo ad accumulare in breve tempo un notevole patrimonio personale, ma nel contempo fu eletto via via edile, pretore ed infine console, nel 64 a.C., dopo un turno elettorale dove ebbe la meglio sul rivale Catilina.

Costui in seguito avrebbe cercato di vendicarsi ordendo una congiura subito smascherata e sventata dallo stesso Cicerone, grazie alla rete spionistica di cui godeva, col pronunciamento in Senato del famoso “Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?“.

cicerone denuncia catilina
Cicerone denuncia Catilina, affresco di Cesare Maccari a Palazzo Madama a Roma

Quello fu l’apice della sua notorietà e potenza, delle quali però fece cattivo uso perché, sempre più intento ad auto-celebrarsi come “pater patriae” e “defensor reipublicae”, iniziò a perdere lucidità di analisi politica, di pari passo con l’affermarsi di certe sventure familiari.

Ripudiata infatti la prima moglie Terenzia, “donna di carattere aspro” (almeno stando a Plutarco), Cicerone perse l’unico affetto sincero e disinteressato della sua vita: la figlia Tullia, morta di parto.

Dopo l’uccisione di Cesare, col quale i rapporti non erano mai stati idilliaci, Cicerone divenne il capo del partito degli “optimates”, difensori degli interessi del Senato e della nobiltà, oltre che della repubblica, cui si opponevano i “populares” guidati da Marco Antonio, un populista ante litteram che vagheggiava una forma di dittatura personale col supporto di Ottaviano, erede di Cesare dotato di grande fiuto politico e sagacia, ma clamorosamente sottostimato da Cicerone che in lui vedeva solo un “giovane viziato”.

Le “Filippiche” pronunziate da Cicerone contro Antonio e compari più o meno in contemporanea con la formazione del triumvirato fra quest’ultimo, Ottaviano e Lepido, gli costarono sul finire del 43 a.C. l’inserimento nelle liste di proscrizione, costringendolo a fuggire verso sud solo per farsi raggiungere, a Formia, dai sicari di Antonio ai quali pose docile il collo.

La sua testa e le mani recise sarebbero poi state portate come macabro trofeo ad Antonio, che le avrebbe esposte sui rostri. Il più grande oratore di Roma morì così a 64 anni, vittima della sua stessa oratoria.