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Claudio Monteverdi : breve biografia dell’inventore del melodramma

Claudio Monteverdi : breve biografia dell’inventore del melodramma
“Qui si castrano ragazzi”: nella Roma del Seicento, a dispetto della minaccia di scomunica per chi praticasse un simile scempio, non mancavano le botteghe che, seppure con discrezione, esponevano questo avviso.

Dopo tutto, valeva la pena di correre qualche rischio perché quelle operazioni erano ben ripagate da genitori pronti a tutto pur di lanciare i propri pargoli nello “show-business” dell’epoca che, in presenza della proibizione per le donne di calcare le scene teatrali (revocata a Roma soltanto nel 1795), faceva sempre più ricorso agli “incomodati”, come venivano ipocritamente chiamati i castrati, per l’eccezionale qualità del loro canto caratterizzato da un timbro ed un’estensione vocale del tutto particolari.

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Costoro in genere non deludevano le speranze dei loro carnefici, perché diventavano ricchi e famosi intanto che i più importanti teatri di quei tempi se li disputavano a suon di quattrini quando dovevano mettere in scena gli spettacoli del momento, ovvero le prime opere in musica, altresì dette i “melodrammi” (termine derivante dai sostantivi greci “melos”, cioè canto, e “drama”, recitazione).

L’involontario artefice di questi traffici fu il cremonese Claudio Monteverdi, nato nel 1567, che del melodramma fu l’inventore ed il primo autore di fama internazionale.

In verità il teatro cantato aveva già esordito sul finire del Cinquecento con la “Daphne” di Jacopo Peri, ma consisteva allora in una sorta di “recitar cantando” non molto diverso dal “bel canto” con cui certi sacerdoti durante le Messe solenni ancora ai giorni nostri leggono il Vangelo.

Monteverdi comprese però che una recita cantata, per non risultare monotona e così annoiare gli spettatori, doveva differenziarsi in arie, cori, duetti e balli, tutti con ritmi diversi a seconda dei personaggi e dell’andamento della storia.

Da buon promotore dei propri prodotti, intuì poi che bisognava puntare sui sentimenti estremi, ovvero le grandi gioie o i grandi dolori, alternandoli nel racconto. Figlio di un modesto cerusico, il futuro “divino Claudio” si formò sotto la guida del direttore musicale della Cattedrale di Cremona, facendosi subito notare per la bella voce e le straordinarie doti d’esecutore.

A soli 15 anni d’età compose le prime canzoni e madrigali, che lasciarono di stucco i suoi concittadini, salvo poi rendersi conto che la sua città gli andava stretta e trasferirsi nel 1590 a Mantova, assunto come Maestro di Cappella dal duca Vincenzo

I Gonzaga. Talentuoso, sicuro di sé, ambizioso il giusto, ma al tempo stesso affabile e capace di farsi benvolere, il nostro aveva un solo difetto: la proverbiale tirchieria che aveva ripreso, guarda caso, proprio dal suo Signore, il duca Vincenzo, che non solo gli passava un ben magro stipendio, ma spesso ne ritardava pure il versamento causandogli l’incubo di non riuscire a mettere insieme il pranzo con la cena.

Forse anche per questo nel 1599 si sposò con Claudia Cattaneo, donna non soltanto di grande bellezza, ma anche di famiglia benestante. La ritrovata tranquillità economica, sommata al grande amore per la moglie ed alla conoscenza del poeta Alessandro Striggio, presto diventato il suo librettista, consentì al nostro in pochi anni di sfornare una serie di capolavori musicali, fra i quali “l’Orfeo”, messo in scena per la prima volta nel 1607, anno in cui purtroppo rimase vedovo con due figli a carico.

Tanta notorietà gli attirò anche critiche malevole, come quelle del bolognese Giovanni Maria Artusi che contro di lui scrisse alcuni pamphlets intitolati “Le imperfettioni della moderna musica”, cui il Maestro rispose piccato che “nella moderna pratica l’armonia è serva dell’orazione, mentre prima ne era la padrona”.

In altre parole: se il testo lo richiede, sono le note a doversi piegare alle esigenze dei contenuti, rendendo gli spettatori partecipi di emozioni e passioni, e non viceversa. Sull’onda del successo il Monteverdi già l’anno successivo musicò a furor di popolo “l’Arianna”, opera tragica che riuscì a commuovere gli spettatori fino alle lacrime.

Solo l’insipienza degli indegni figli del duca Vincenzo I, succeduti al padre e causa della rapida decadenza del loro Stato, indusse il “divino Claudio” a trasferirsi a Venezia, dove fu accolto trionfalmente per assumervi la carica di Maestro di Cappella della Basilica marciana.

Qui, a dispetto del terrore patologico di finire sul lastrico che continuava a tormentarlo senza motivo, perché sempre ben pagato dalla Serenissima, compose non solo splendidi brani di musica sacra, dei quali il celestiale “Vespro della Beata Vergine” costituisce l’espressione più alta e sublime, ma anche opere come la “Proserpina rapita” e “le Nozze di Enea e Lavinia” ( purtroppo andate perdute), “il Ritorno di Ulisse in patria” e “la Coronazione di Poppea”, prima opera di carattere storico con personaggi realmente esistiti e non mitologici.

Quando spirò il 29 novembre del 1643 i Veneziani tributarono a “don Claudio” onori mai visti prima d’allora: i suoi funerali furono celebrati in maniera solenne, a spese dello Stato, e le sue spoglie mortali seppellite nella Chiesa di Santa Maria Gloriosa dei Frari, in una tomba sulla quale mani riconoscenti depositano da allora tutti i giorni una bella rosa rossa, il fiore preferito dal Maestro.