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Corradino di Svevia: breve biografia di un nobile coraggioso

Corradino di Svevia: breve biografia di un nobile coraggioso

“Carlo venne in Italia e, per ammenda, vittima fe’ di Curradino”. Così Dante, nel Canto XX del Purgatorio, ci ricorda la tragica fine di un giovinetto in lacrime che, di fronte ad una folla immensa a stento trattenuta dagli sgherri del potente di turno, nella mattinata del 29 ottobre del 1268 salì lentamente i gradini del patibolo sul quale lo attendeva il carnefice.

Nel momento estremo il pensiero di quel sedicenne diventato adulto prima del tempo andò alla mamma lontana: “Oh madre, oh madre mia, qual notizia avete a sentire!”. Quelle furono le ultime parole, prima che un colpo di spada gli recidesse di netto il capo, pronunciate dallo sventurato Corradino di Svevia, ultimo rampollo dell’antica Casata di Hohenstaufen, figlio del fu re di Germania Corrado IV e nipote dello “Stupor mundi”, l’Imperatore Federico II.

Non aveva nemmeno quindici anni quando l’anno precedente era stato raggiunto nel Castello di Hohenschwangau da una delegazione di ghibellini italiani e siciliani, esasperati dai metodi vessatori messi in atto dal nuovo re di Sicilia, l’angioino Carlo I, che si era da poco insediato su quello scranno così ambito a spese di Manfredi, zio di Corradino, morto nel febbraio del 1266 durante la battaglia di Benevento.

Certamente a Carlo I quel colpo tanto ardito non sarebbe mai riuscito senza la protezione di un alleato tanto potente, quanto desideroso di non sporcarsi le mani, rispondente al nome di papa Clemente IV, un francese che, nel solco della politica anti-imperiale dei suoi predecessori, aveva preso in odio gli Hohenstaufen, temendo in particolare che Manfredi volesse conquistare l’Italia intera, “Patrimonium Petri” compreso.

Così, dopo averlo scomunicato, il papa individuò proprio nel suo connazionale Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia Luigi IX “il Santo”, l’ “athleta Christi” che avrebbe potuto levargli le castagne dal fuoco. Dopo alcune trattative Carlo scese a Roma per rendere omaggio al papa, promettendogli ubbidienza in cambio dell’investitura a re di Sicilia, titolo che si sarebbe poi guadagnato sul campo di battaglia proprio a spese del bel Manfredi.

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Inorgoglito dal successo e diventato ormai il campione della causa guelfa in Italia, Carlo non si fece scrupoli, ma instaurò un regime tirannico e crudele, oltreché vendicativo nei confronti dei nemici veri o presunti, tanto da mettere ben presto i suoi sudditi in condizione di rimpiangere gli Hohenstaufen: da qui le pressanti richieste al giovane Corradino di accettare la sfida ed intraprendere la discesa in Italia per recuperare i domini di famiglia.

Coraggioso ed incosciente come il nonno, ma al contrario di questo del tutto privo d’esperienza e malizia, il giovane accettò di battersi contro l’usurpatore. Alla testa di circa 12.000 armati nel settembre del 1267 mosse da Augusta e, seguendo la via del Brennero, giunse prima a Verona, poi a Pavia ed infine a Savona, dove l’attendevano le galee che l’avrebbero condotto a Pisa.

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Ovunque passasse veniva accolto trionfalmente, in mezzo a manifestazioni di gioia e con l’omaggio di quanti da ogni dove venivano ad offrirgli aiuti economici e militari. Col papa ritiratosi a Viterbo a lanciare interdetti, anche il passaggio da Roma, dove arrivò attraversando il Ponte Milvio alla stregua di un novello Costantino, si risolse per Corradino in una gradevole passeggiata.

Peccato però che la sorte l’aspettasse al varco nella Marsica, nei pressi di Tagliacozzo, dove Carlo si era acquartierato coi suoi. Il sanguinoso scontro fra i due eserciti ebbe luogo il 23 agosto del 1268 e fu vinto dal genio militare di Alardo di Valery, il miglior generale al servizio dell’Angiò.

Dopo un inizio favorevole ai tedeschi, la caduta da cavallo di Enrico di Castiglia, principale alleato di Corradino erroneamente scambiato per quest’ultimo, gettò nello sconforto le truppe ghibelline, rendendone incerte le mosse e favorendo il recupero dei Francesi, che divenne schiacciante quando una schiera di circa 800 cavalieri rimasti a lungo nascosti in una gola uscì allo scoperto infliggendo ai nemici il colpo di grazia.

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Pur scampato alla disfatta e datosi alla fuga, Corradino cadde prigioniero a tradimento dei suoi avversari, che lo condussero in catene a Napoli per sottoporlo ad un processo dall’esito già scritto in partenza. In un sussulto di coscienza Carlo chiese al suo augusto protettore il papa quale sorte riservare all’illustre prigioniero.

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La risposta fu laconica, ma inequivocabile: “Mors Corradini, vita Caroli; vita Corradini, mors Caroli” (“Morte di Corradino, vita di Carlo; vita di Corradino, morte di Carlo”). Senza farselo ripetere, fra le due alternative Carlo optò per la prima, così consegnando l’imberbe “Puer Apuliae” al suo tragico destino.