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Cristina di Francia: breve biografia della “Madama Reale” di Torino

Cristina di Francia: breve biografia della “Madama Reale” di Torino

Oltre al Palazzo Madama di Roma, sede del Senato della Repubblica, ne esiste un altro meno noto, ma altrettanto bello, in pieno centro di Torino. Si chiama così da quando nel 1638 una famosa “Madama Reale” lo elesse a sua residenza privata, trasformando il vecchio e decadente Palazzo d’Acaia in quel gioiello barocco che oggi tutti possiamo ammirare.

Con questo appellativo i torinesi chiamarono Cristina di Francia, che fu la protagonista indiscussa al femminile della politica del loro Ducato per tanta parte del XVII secolo. Figlia di Enrico IV di Francia e di Maria de’ Medici, sorella di Luigi XIII, cresciuta negli splendori del Louvre giunse a Torino adolescente, nel 1619, quando il futuro suocero Carlo Emanuele I di Savoia, rovesciando in chiave filo-francese il precedente sistema di alleanze, la scelse come sposa per il proprio primogenito Vittorio Amedeo I.

Bella, intelligente, cocciuta e capricciosa Cristina incarnava l’espressione più tipica della corte parigina, col suo gusto per lo sfarzo e la bellezza. Firmandosi “Chrestienne de France, Duchesse de Savoie et Reine de Cypro”, fino a riesumare un’investitura reale vecchia di secoli ed ormai priva di qualsiasi vera valenza territoriale, già da giovanissima denotò ambizione e scaltrezza, che le permisero di giocare un ruolo di primo piano fin dai tempi del suocero, sedotto dalla sua personalità, ma al tempo stesso infastidito dalla sua indipendenza.

Dopo il suo arrivo a corte, una Torino prima sonnacchiosa e bigotta scoprì il gusto per la mondanità ed il piacere per le feste, di cui Cristina si servì come strumento d’aggregazione nobiliare, senza badare a spese. Affascinata dal “ballet de cour”, ne promosse la diffusione al di qua delle Alpi, così consentendo a Torino di rivaleggiare con Parigi quanto a numero di “prime” teatrali e musicali.

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Anche nella vita privata diede libero sfogo alla sua esuberanza, salendo spesso da sola in carrozza nelle “vigne” della collina torinese, per incontrarsi ora con l’ambasciatore francese, ora col cognato, il Card. Maurizio di Savoia, porporato suo malgrado e senza vocazione.

Ben presto l’espressione “andare alla vigna” assunse un significato particolare presso la Torino moralista dell’epoca, tanto che Cristina dovette farsi più prudente almeno sino al 1637, anno in cui rimase vedova e di conseguenza poté non fare più mistero della sua relazione col conte Filippo d’Aglie’.

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I pettegolezzi sul suo conto però ostacolarono non poco il sereno esercizio della sua reggenza del Ducato in nome e per conto del figlioletto Carlo Emanuele II, appena quattrenne, fornendo il pretesto ai cognati, i principi Tommaso e Maurizio, per reclamare a loro nome e col supporto spagnolo la reggenza stessa. Il contrasto fra “principisti” e “madamisti” sfociò in un’aperta guerra civile che sarebbe durata per tre anni, fino al 1642, quando i francesi, conquistando Torino e buona parte del Piemonte meridionale, indussero i cognati ribelli a siglare un accordo di pace che fece di Cristina la vincitrice di quella contesa.

Anche dopo la maggiore età di Carlo Emanuele II, uomo di scarsa personalità, Cristina continuò di fatto a gestire il potere fino al giorno della sua morte, avvenuta il 27 dicembre del 1663. Negli anni del suo governo Torino diventò lo specchio di uno Stato assoluto e la vetrina di una dinastia, con alcuni dei migliori architetti dell’epoca impegnati nella costruzione di una “città nuova” avente come fulcro la “Place Royale”, attuale Piazza San Carlo.

Saggi storici di recente pubblicazione sottolineano come il riordino amministrativo e giudiziario del Ducato, la lotta ai privilegi ecclesiastici, il coinvolgimento della borghesia nelle carriere statali e la notevole abilità in campo diplomatico, che permise di conservare l’unità territoriale e dinastica del Ducato a dispetto degli appetiti francesi, proiettino su Cristina una luce nuova e molto diversa da quella che certa storiografia, interessata solo a metterne in evidenza la presunta dissolutezza dei costumi, ci ha tramandato, dimenticando però che sul finire degli anni la stessa si auto-inflisse un regime penitenziale severo e persino stravagante, fatto di frequenti flagellazioni corporali e basato sull’ascolto in ginocchio di fino a quindici messe giornaliere. A Madama Reale non si può dire che l’estro facesse difetto!