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Dante Alighieri, il Sommo Poeta della lingua italiana: breve biografia

Dante Alighieri, il Sommo Poeta della lingua italiana: breve biografia

“Il suo volto fu lungo e il naso aquilino, gli occhi anzi grossi che piccioli, le mascelle grandi, e dal labbro di sotto era quel di sopra avanzato; e il colore era bruno, e i capelli e la barba spessi, neri e crespi, e sempre nella faccia melanconico e pensoso”.

Così il Boccaccio, suo primo biografo, descrive l’aspetto fisico del Sommo Poeta e proprio a questa descrizione pare abbia attinto a piene mani Sandro Botticelli, quando nel 1498 realizzò di lui il ritratto postumo.
Il Dante di Botticelli, il cui profilo emerge da uno sfondo chiaro col suo lauro poetico che ne incornicia il cappuccio rosso fuoco, ha l’aspetto ed il portamento dell’insegnante severo, ma giusto, che sa trarre fuori il meglio dai suoi allievi, dei quali finisce per essere un maestro di vita, prima che di conoscenze.

Ma la venerazione sconfinata che Botticelli ebbe di Dante è poi la stessa che generazioni di uomini, non solo italiani, hanno avuto e ancora nutrono nei confronti di colui che a buon diritto può considerarsi uno dei più grandi poeti di tutti i tempi.

Dante Alighieri: la nascita e la gioventù

Nato a Firenze nel maggio del 1265, era figlio di Alighiero, che dalla prima moglie Bella ebbe soltanto lui, mentre dalla seconda, Lapa, almeno altri due figli, che col fratellastro avrebbero sempre mantenuto buoni rapporti familiari.
Poco sappiamo della sua gioventù, se non che dovette seguire gli studi primari presso la confraternita dei Laudesi di Santa Maria Novella, dove apprese il latino, la storia e la filosofia, che a quei tempi si riduceva però alla teologia.

Folgorante fu per lui l’incontro, avvenuto forse durante una festicciola fra bambini quando aveva soltanto nove anni, con la quasi coetanea Beatrice di Folco Portinari, poi andata in sposa ad un certo Simone de’ Bardi e morta prematuramente nel 1290, probabilmente di parto.

L’amore di Dante Alighieri per Beatrice di Folco Portinari: la sua musa

L’amore idealizzato e disincarnato per la vereconda bellezza di quella Musa ispiratrice avrebbe costituito il filo conduttore della sua prima opera, la “Vita nova”. Si trattava di una sorta di canzoniere-romanzo misto di prosa e versi che avrebbe proiettato Dante nel giro degli “Stilnovisti” tanto in voga in quegli anni, gli italici eredi dei “Trovatori” provenzali di cui il bolognese Guido Guinizelli (“Al cor gentil rempaira sempre amore”) era stato il primo rappresentante, seguito a qualche decade di distanza dal fiorentino Guido Cavalcanti.

E fu proprio quest’ultimo, dopo averne lette le rime, ad aprire a Dante le porte dell’esclusivo “club” di cui faceva parte insieme, fra gli altri, a Cino da Pistoia, Lapo Gianni e Dino Frescobaldi, tutti giovani di famiglia aristocratica oppure appartenenti alla ricca borghesia cittadina che, non avendo problemi economici, potevano dedicarsi “all’arte per l’arte”, in particolare quella di comporre versi e rime amorose.

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Il matrimonio con Gemma Donati

Per Dante, nel frattempo sposatosi con Gemma Donati in adempienza al contratto matrimoniale per lui stipulato dal padre quando aveva soltanto dodici anni, quelli furono forse gli unici anni felici e spensierati della sua esistenza.

La frequentazione dei “circoli bene” della Firenze di allora, comportò però per lui con l’andare del tempo anche una scelta di campo, mai facile e sempre gravida di conseguenze in una città tradizionalmente divisa in fazioni e dilaniata da interessi corporativi e di classe.

Dante nella battaglia di Campaldino

Se infatti nella sanguinosa battaglia di Campaldino del 1289, cui Dante prese parte in qualità di feditore a cavallo, il fronte guelfo-fiorentino ebbe la meglio su quello ghibellino-aretino, Firenze, anziché ritrovare l’unità sotto il vessillo guelfo, vide scoppiare una rissa tutta interna fra due Casate magnatizie: quella “Bianca” dei Cerchi e la “Nera” dei Donati.

I primi, nuovi ricchi privi però di blasone, che oggi definiremmo “parvenus”, avevano infatti iniziato ad insidiare gli antichi privilegi dei secondi, gente di solido lignaggio familiare ma mezzi più limitati che, come odierni “radical-chic”, vedevano molto di mal occhio quei pericolosi concorrenti per il dominio cittadino.

Fra i due contendenti, Dante si schierò dalla parte dei Bianchi, non sappiamo bene per quale motivo, ma forse per solidarietà col suo amico Guido Cavalcanti, che il capo dei Neri, Corso Donati, aveva tentato di far ammazzare.

Il conflitto, prima sotto traccia, presto sfociò in un’aperta guerra civile in cui la fazione Nera, presto diventata portatrice degli interessi del Papato e dei francesi, si oppose con le armi a quella Bianca, che invece era filo-imperiale e si riteneva custode dell’indipendenza cittadina.

Dante nella scena politica fiorentina: la condanna e l’esilio

Per sua disgrazia fu proprio nel pieno di questo bailamme che Dante si affacciò alla ribalta politica, quando nel giugno del 1300 fu nominato Priore cittadino per la durata di soli due mesi, bastanti però per fargli assumere la tremenda responsabilità che doveva costargli cara: lo sterminio della fazione Nera di Pistoia, che ostacolava la politica della Firenze Bianca.

Così, quando nel novembre del 1301 i Neri rientrarono in città al seguito delle truppe francesi di Carlo di Valois per riprendervi il potere col determinante beneplacito di Papa Bonifacio VIII (che non per nulla ritroviamo nell’Inferno dantesco), iniziarono subito le purghe nei confronti della parte avversa e a Dante, oltre all’abbattimento della casa, fu comminata la condanna al rogo in contumacia, perché il Poeta nel frattempo era già fuggito, iniziando la vita che lo avrebbe visto girovagare per tante città e corti diverse, così provando “come sa di sale / lo pane altrui, e come è duro calle / lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale”, fino a morire in esilio a Ravenna nel 1321, ospite di Guido Novello da Polenta.

La fecondità artistica di Dante: la stesura della Divina commedia

Alla delusione dell’uomo e del politico fece però da contraltare la fecondità dell’artista e del letterato, perché proprio le amare riflessioni sulla sua vicenda personale, proiettata nel più ampio contesto delle sorti dell’uomo, dei limiti della giustizia terrena e del rapporto del singolo con Dio, unico e definitivo dispensatore dell’infallibile giustizia eterna, lo avrebbero condotto a scrivere il suo capolavoro, la “Commedia”, dove la perfezione rappresentata dal numero tre (“omne trinum est perfectum”) ricorre continuamente nei versi in terzine, nelle tre “Cantiche” divise in trentatré “Canti”, nei nove “Gironi” dell’Inferno, nei nove “Balzi” del Purgatorio e via discorrendo.

Dante Alighieri, il Sommo Poeta della lingua italiana: breve biografia

Con le sue rime immortali Dante nobilitò il “volgare” (qui da intendersi nel significato etimologico di “lingua del popolo”) conferendogli la dignità e l’autorità di lingua nazionale. Paradossalmente lui, che per la sua appartenenza ad una fazione era stato esiliato a vita e per il quale la passione politica era stata causa di “tutti li mali e tutti li inconvenienti miei”, diede agli italiani il primo strumento per sentirsi tali: la loro lingua.