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Diocleziano: breve biografia di un crudele Imperatore

Diocleziano: breve biografia di un crudele Imperatore

“Sudore largo laboratum est”: ovvero “ si è faticato con grande sudore”: Così si espresse l’imperatore Diocleziano, ripensando ai suoi vent’anni di regno ed a quanto gli era costato in termini di energie e fatiche riportare pace e prosperità in un impero ridotto sull’orlo del tracollo da decenni di guerre intestine, assalti nemici e governanti imbelli o incapaci

Biografia di Diocleziano: le sue umili origini

Al contrario, grande era la vitalità e profondo il carisma personale di quell’uomo di umili origini, nato presumibilmente il 22 dicembre del 244 a Salona, in Dalmazia, in una famiglia di origini oscure.

Suo padre, uno scriba, gli aveva appena insegnato a leggere e scrivere, ma l’educazione del giovane era ben lontana da quella dei rampolli delle famiglie aristocratiche, che ricevevano invece la formazione classica, la cosiddetta “paideia”.

Diocleziano soldato dell’esercito imperiale

Tuttavia, i suoi talenti naturali consistenti in un’intelligenza acuta ed una auto-disciplina ferrea gli consentirono di inserirsi bene nei quadri dell’esercito imperiale, dove entrò in età adolescenziale.

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Nella seconda metà del III secolo ogni soldato dell’esercito romano poteva aspirare ai supremi vertici del comando, senza distinzioni di censo o lignaggio, perché era “faber fortunae suae”, nel senso che portava il proprio destino sul filo della spada, del coraggio e della spregiudicatezza, tutti campi in cui il nostro eccelleva.

Lasciata la sua terra, la giovane recluta Diocles (il futuro Diocleziano) viaggiò in lungo ed in largo, toccando le frontiere più remote dell’impero romano e constatando in prima persona l’abissale differenza fra il “cosmos” (l’ordine) che regnava all’interno di esso ed il “caos” (il disordine) che invece la faceva da padrone all’esterno, dove la natura stessa diventava nemica dell’uomo al quale offriva soltanto paludi, aridi deserti o steppe ghiacciate.

La profezia sul futuro Imperatore

Fatale fu il suo incontro con un’ostessa-druidessa nella quale s’imbatté nella Gallia Belgica, nella taverna dove aveva preso alloggio. Costei, quando vide che la giovane recluta si era messo a contrattare sul prezzo della cena, gli disse: “Sei troppo spilorcio! Eppure sarai imperatore, quando avrai ucciso il cinghiale!”.

Da sempre attento ai segni, Diocleziano rimase colpito da questa frase, tanto più che aveva già intimamente iniziato ad accarezzare l’idea di poter un giorno vestire la porpora imperiale. Così, ogni volta che usciva a caccia, cercava di ammazzare un cinghiale con le proprie mani, senza però che nulla accadesse.

Soltanto qualche anno dopo, quando nel frattempo era diventato comandante dei “protectores domestici”, cioè dei pretoriani addetti alla sicurezza personale del giovane imperatore Numeriano, capì il senso ultimo di quella profezia.

Al rientro infatti da una vittoriosa spedizione militare in Persia, nei pressi di Nicomedia Numeriano fu colpito da una malattia agli occhi che lo costrinse a viaggiare all’interno di una lettiga, al riparo dal vento e dai raggi solari. Proprio qui, in circostanze oscure, trovò la morte quasi certamente ucciso dal suocero Apro, prefetto del pretorio, che sperava di essere incoronato imperatore in sua vece.

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La proclamazione di Diocleziano ad Imperatore

Per sua sfortuna però, non appena si sparse la voce della morte di Numeriano, i soldati unanimemente, sotto la spinta dei loro ufficiali, proclamarono nuovo imperatore proprio Diocleziano, che si era conquistato il loro rispetto.

Per assicurarsi la pienezza del potere quest’ultimo, il 20 novembre del 284, agì con estrema violenza. Parlando ai militari dall’alto di un palco eretto per l’occasione sguainò la spada, si rivolse al “Sol Invictus” per giurare la propria innocenza riguardo alla morte del suo predecessore e nel contempo inferse un micidiale colpo ad Apro, che gli stava a fianco, uccidendolo al grido di “Hic est autor neci Numeriani” (“Questo è l’autore dell’assassinio di Numeriano”). Aveva finalmente ucciso l’Apro (in latino, “il cinghiale”) giusto!

La brutale politica di Diocleziano

L’impero di Diocleziano iniziava così al tempo stesso con un gesto di violenza inaudita, perpetrata davanti agli occhi di migliaia di soldati, ed una consacrazione al “Sol Invictus”, la divinità dell’esercito.

Per reagire alla crisi del suo mondo, il nuovo imperatore mise subito in chiaro la propria ricetta, basata su spietatezza e dedizione alla tradizione rappresentata dalle divinità classiche in nome delle quali non avrebbe tardato a scatenare terribili persecuzioni contro chiunque non si conformasse alla religione di Stato, manichei e cristiani in particolare, visti come pericolosi rivoluzionari e sovvertitori dell’ordine stabilito.

Diocleziano: breve biografia di un crudele Imperatore

Nessuna pietà ebbe poi coi popoli ribelli o di confine, che sottomise tutti dopo epici e sanguinosi scontri. In tempi in cui le comunicazioni non erano né facili, né rapide, Diocleziano non ci mise molto a capire che un Impero spaziante dalla Britannia all’Anatolia e comprendente quasi tutto il Mediterraneo era troppo vasto per poter essere governato da un solo “Princeps”, per quanto “Optimus” potesse essere.

Ecco dunque l’intuizione di scegliere un collaboratore fidato, una sorta di “frater”, cui affidare l’esercizio del potere imperiale su una vasta porzione (quella Occidentale) dell’immenso territorio da amministrare.

La scelta fu presto fatta nella persona di Massimiano, soldato valoroso proveniente dall’Illirico (odierna Serbia), terra in cui “omnis vita militia est” (“tutta la vita è servizio militare”). Sebbene entrambi godessero teoricamente delle stesse prerogative, Diocleziano mantenne sempre il ruolo di “primus inter pares”, come unico “Βασιλευς αντιθεος” (“Imperatore simile a dio”).

La Pax Perpetua: da diarchia a tetrarchia

I due interpretarono la loro come una missione avente uno scopo ben preciso: quello di riportare l’Impero Romano ai fasti del passato, a qualsiasi costo e con qualsiasi mezzo e, seppure fra mille difficoltà, vi riuscirono, garantendo a tutti i cittadini romani la sospirata “Pax Perpetua”.

Il successo fu tale che la diarchia dei due Augusti si trasformò presto in una tetrarchia, con l’associazione al potere, seppure in forma subordinata, di due Cesari scelti nelle persone di Costanzo Cloro per l’Occidente e Galerio per l’Oriente. Ognuno di loro poteva contare su una propria corte ed una capitale, e godeva di una certa autonomia di governo, pur all’interno di uno Stato costituzionalmente unitario.

Grazie al sistema da lui ideato, Diocleziano lasciò una notevole eredità nei suoi vent’anni di regno, passando così alla storia come il più formidabile riorganizzatore dell’impero dai tempi di Augusto. Non un solo campo della vita sociale, amministrativa, militare, finanziaria e culturale romana fu tralasciato dalla sua azione riformatrice, tanto che col suo spirito dominò un’epoca, forgiandola secondo la propria personalità.

Ma proprio quando si iniziò a dire che “tutto si muove ad un suo gesto” ecco che il 1° maggio del 305, indebolito dagli anni e da una grave malattia, ma forse anche solo affaticato da tanto viaggiare e combattere, prese una decisione inaudita, non diversa da quella che molti secoli più tardi avrebbe preso il grande imperatore Carlo V d’Asburgo: quella di cedere il potere, abdicando.

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Ritiratosi nello splendido palazzo che si era fatto costruire nei pressi della sua Salona, in una località con una spettacolare vista sul Mar Adriatico che da allora, proprio per la presenza di quel magnifico “(S)Palatium”, si sarebbe chiamata Spalato (l’odierna Split), gli restò giusto il tempo per constatare amaramente come il sistema tetrarchico, nato con lui, con lui sarebbe morto perché soltanto uno come lui aveva la forza ed il carisma necessari per farlo funzionare.