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Eleonora Gonzaga: breve biografia della Duchessa di Urbino

Eleonora Gonzaga, Duchessa di Urbino”: breve biografia
“Ritratto di Eleonora Gonzaga, Duchessa di Urbino”, di Tiziano, 1536-1537, Gallerie degli Uffizi, Firenze.

“Avrà inteso come ho partorito una putta, la quale insieme a me sta bene, benché non la sia stata secondo il mio desiderio… Visto però che così è piaciuto a Dio, l’avrò cara”. 

In questo modo Isabella Gonzaga d’Este, Marchesa di Mantova, qualche giorno dopo aver dato alla luce il 31 dicembre del 1493 la sua primogenita, scrisse al padre, il Duca di Ferrara Ercole I.

Quella nascita al femminile l’aveva delusa, trapassandola come una lama. Oltre infatti a non aver assicurato un erede al trono mantovano, lei che, come recita l’epitaffio scritto sulla sua lastra tombale, era sì una “foemina”, ma pur sempre “virili animo” (cioè “dall’animo di un uomo”), la condizione femminile la disprezzava, perché la riteneva destinata a rimanere confinata fra le quinte della storia.

Certo, si premurò anche di comunicare al padre che quella bella neonata in perfetta salute avrebbe rinnovato “il nome della felice memoria della mia eccellentissima madre”, Eleonora, ma diversamente da quanto sua mamma Eleonora d’Aragona aveva fatto con lei, Isabella nei confronti di quella figlia e delle sue future sorelle non sarebbe mai riuscita a vibrare di tenerezza, tanto che la lussuosa culla arrivatale in dono da Ferrara si rifiutò di usarla, preferendo tenerla in serbo per “un’occasione migliore”, cioè per la nascita dell’agognato figlio maschio.

Per cercare di consolarla, il cognato Ludovico il Moro da Milano le dovette scrivere: “C’è un proverbio che dice che chi vuol ben sperare di propagare figlioli, deve iniziare dalle femmine”.

Per fortuna della “puttina” però, a compensare almeno in parte il sentimento materno non sgorgato dal cuore d’Isabella, ci pensarono suo padre, il burbero Marchese Francesco II Gonzaga che l’amò sempre teneramente, ma soprattutto la zia, Elisabetta Gonzaga, la quale, senza dubbio perché sentendosi condannata dall’impotenza del marito Guidobaldo da Montefeltro, Duca di Urbino, a vedersi privata del sogno della maternità, considerò sempre quella bambina che aveva accolto fra le braccia appena uscita dal ventre materno come “sua”, gettando presto le basi perché quel desiderio si realizzasse.

Il matrimonio combinato tra Eleonora Gonzaga e Francesco Maria della Rovere

Già al compimento del decimo anno d’età infatti, intanto che la piccola Eleonora veniva educata dai migliori istitutori dell’epoca all’amore per le lettere e le arti, furono proprio gli accordi stretti fra le due cognate, Isabella ed Elisabetta, a stabilirne il destino in campo matrimoniale.

Zia Elisabetta per nuora, come moglie cioè del figlio adottivo Francesco Maria della Rovere, destinato ad ereditare il Ducato di Urbino, volle sempre e soltanto lei, Eleonora. Quella trattativa tanto delicata, affidata alle capacità diplomatiche del Conte Ludovico Canossa, fu coronata dal successo già il 2 marzo del 1505, quando a Roma furono celebrate le nozze per procura fra il quattordicenne Francesco Maria e l’undicenne Eleonora, per la soddisfazione anche di Papa Giulio II, zio del novello sposo, solitamente poco facile ad intenerirsi.

E pazienza se i due giovanissimi “innamorati”, prima di vedersi per la prima volta, avrebbero dovuto aspettare ancora per circa tre anni, fino a quando cioè Francesco Maria della Rovere, nel frattempo diventato non solo Duca di Urbino, ma anche “Gonfaloniere e Capitano Generale della Chiesa” per volontà dello zio Papa, si recò finalmente a Mantova per incontrarvi la sposa di bianco vestita, alla quale però andò incontro solo dopo aver ricevuto uno spintone dal Cardinale Sigismondo Gonzaga che l’accompagnava, finché, per la soddisfazione di tutti gli astanti, “li buttò lo brazo a la testa e la basò in bocha”, come ebbe a scrivere un testimone oculare.

Il matrimonio consumato dopo due anni

Quanto alla consumazione delle nozze, anche a causa della partenza del Della Rovere per una massacrante campagna militare che lo tenne impegnato per un paio d’anni, fu rinviata alla notte di Natale del 1510, quando Urbino accolse trionfalmente la sua nuova Duchessa e gli sposi finalmente “ferono li facti suoi”.

In quella città a lei tanto confacente per bellezza, arte, mitezza del clima, dolcezza dei paesaggi e delle persone, Eleonora s’adattò a vivere perfettamente, stupendo tutti per i modi, l’eleganza e la preparazione culturale, ed incantando gli interlocutori, cioè tanti fra i migliori artisti ed umanisti di quegli anni, fra i quali Pietro Bembo, che di lei scrisse: “è una bellissima fanciulla, riesce ogni dì più delicata e gentile, tanto che supera gli anni suoi”.

La vita matrimoniale e politica di Eleonora Gonzaga

Allietato dalla nascita di cinque figli, il ménage matrimoniale di quella coppia assemblata “a tavolino” dalle due cognate-consuocere, s’istradò subito sui binari della solidità e dell’amore reciproco, con Eleonora sempre pronta non solo a mitigare i modi spesso ruvidi e financo violenti del marito, militare di carriera fra i più noti capitani di ventura di quegli anni, ma anche ad occuparsi della reggenza dello Stato durante i prolungati periodi d’assenza di lui, tanto da meritarsi nel 1521 il governo personale del feudo di Gradara, assegnatole dal marito, e poi, dopo la morte di quest’ultimo per sospetto avvelenamento nel 1538, l’usufrutto del Ducato di Sora ed i feudi di Monterado e Mondolfo, donatile dal figlio Guidobaldo II.

Amante dei viaggi tanto quanto lo erano state mamma Isabella e nonna Eleonora d’Aragona, la Duchessa di Urbino, approfittando di un lungo soggiorno a Venezia protrattosi dal settembre del 1536 sino ai primi mesi dell’anno seguente, si fece ritrarre da Tiziano , che poco dopo avrebbe fatto la stessa cosa col marito.

Nel capolavoro che ne uscì, il perfetto ovale del bel viso di Eleonora, che guarda in direzione degli osservatori con un sorriso pudico ed appena accennato, pare fatto di porcellana e viene messo ancor più in risalto dall’elegante cuffia ricamata in oro che trattiene i folti capelli arricciati.

Tutti gli altri particolari del dipinto paiono funzionali a sottolineare l’altissimo prestigio ed il rango sociale di questa nobildonna: i gioielli di rara fattura; la pelliccia di martora con la testa in oro tempestato di gemme, tenuta da Eleonora nella mano destra; il sontuoso abito di stoffa nero ravvivato da nastrini dorati, che richiamano i colori dello stemma della Casa di Montefeltro; il cagnolino accucciato, simbolo di fedeltà coniugale; ed infine l’oggetto più singolare, consistente in un finissimo orologio a torre sovrastato da una statuetta, collocato al di sotto di una finestra spalancata su un luminoso paesaggio collinare, che ci piace immaginare essere quello delle Marche, a ricordare la caducità delle cose di questo mondo.

Quando Eleonora spirò nel 1550, per essere tumulata nel mausoleo famigliare dei Della Rovere ad Urbino, con lei si spense una delle figure femminili più radiose del nostro Rinascimento.