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Elisabetta Gonzaga: breve biografia della duchessa triste

Elisabetta Gonzaga: breve biografia della duchessa triste

Nell’inventario del Palazzo Ducale di Urbino del 1631 si cita il dipinto, senza alcun riferimento al suo autore, come “Ritratto della Duchessa Isabetta mantovana, moglie del Duca Guido”. Pochi anni più tardi la stessa tavola fu trasportata a Firenze come parte della dote nuziale di Vittoria della Rovere, sposa del Granduca Ferdinando II de’ Medici, e questo è il motivo per cui ora fa bella mostra di sé presso la Galleria degli Uffizi. Il “Ritratto di Elisabetta Gonzaga” ha avuto nei secoli varie attribuzioni, Durer e Mantegna inclusi, ma in anni più recenti quella che identifica in Raffaello il suo autore si è imposta come la più probabile.

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Nel 1504 infatti, anno in cui fu realizzato il dipinto, Raffaello era attivo presso la corte urbinate anche perché la famiglia di Montefeltro ne aveva patrocinato la formazione artistica, subito dopo gli anni della giovinezza trascorsi nella bottega paterna, presso l’atelier del Perugino prima e poi a Firenze. L’attenzione tutta particolare ai dettagli presenti in questo capolavoro, quali il monile a forma di scorpione che adorna la fronte della Duchessa ed ha forse un significato apotropaico, la cura con cui sono raffigurati

l’elegantissima veste ed i gioielli, il risalto attribuito alla psicologia di Elisabetta, ci trasmettono l’immagine di una vera Signora rinascimentale, più bella per il fascino da intellettuale ed il garbo con cui si pone nei confronti dell’osservatore, che per l’aspetto fisico.

Elisabetta Gonzaga: breve biografia

Elisabetta era nata a Mantova nel 1471 come quartogenita del Marchese Federico Gonzaga e già all’età di 15 anni era stata destinata dal fratello maggiore Francesco Il, succeduto nel frattempo al padre morto prematuramente, a sposare l’erede del ricco Ducato d’Urbino: Guidobaldo, figlio del famoso Federico da Montefeltro.

Abituata fin da bambina ad “imparare le littere et etiam al lavorare”, diversamente dal rozzo Francesco II che sapeva a stento leggere e scrivere e si trovava più a suo agio negli accampamenti militari e nelle osterie, che ai ricevimenti di corte, Elisabetta accettò rassegnata il proprio destino, non diverso da quello delle principesse di quei tempi: fungere da pedina di scambio sul mercato tutto politico delle alleanze matrimoniali.

Così, il 1’ febbraio del 1488 e con le lacrime agli occhi, se ne partì da Mantova alla volta di Urbino pregando il buon Dio che “mi porti bona patientia, che il dolore è grande”. Dopo una settimana entrò trionfalmente nella sua nuova città, venendo ricevuta con tutti gli onori dal promesso sposo e dai dignitari locali.

La malinconia della duchessa per Mantova

Per lei iniziò una nuova vita, sempre però marcata dalla nostalgia per la sua Mantova, dove per il resto dei suoi giorni avrebbe cercato ogni scusa per poter tornare, anche solo per poche settimane. La sua esistenza fu segnata da una malinconia di fondo, riscontrabile anche nella tristezza dello sguardo con cui Raffaello l’ha raffigurata, causata forse dalla particolarità del suo rapporto col marito.

Quest’ultimo infatti, pur riservandole sempre ogni riguardo e colmandola di “carezze, feste e regali, e mandando a prendere a Firenze broccati con perle” non era in grado di farla sentire donna e tanto meno moglie, essendo impotente, come la stessa Elisabetta ebbe ad ammettere qualche anno dopo in certe sue lettere.

L’amore di Elisabetta Gonzaga per il marito

Eppure lei quel marito lo amò veramente, restandogli sempre fedele anche quando, rifugiatasi sul finire del 1502 a Mantova a seguito dell’occupazione “manu militari” del Ducato d’Urbino da parte delle truppe di Cesare Borgia, figlio di Papa Alessandro VI, si dichiarò pronta a seguire le sorti del coniuge “anche se dovessimo morire in uno hospitale”.

Coltissima, raffinata e poliglotta, Elisabetta s’intendeva di arte, musica e letteratura, scriveva con garbo ed aveva un imbattibile “fiuto” per i giovani di talento.
La sera, dopo che l’ipocondriaco marito si era ritirato nei suoi appartamenti seguito da una schiera di cerusici che gli praticavano salassi e clisteri a ripetizione, lei riuniva nel salone del suo magnifico Palazzo una piccola corte di letterati, musici, poeti ed umanisti coi quali si intratteneva fino a tarda ora.

La città di Urbino di Elisabetta Gonzaga

Così la Urbino di Elisabetta, come la Mantova della cognata Isabella d’Este, divenne il luogo dove si dava convegno la più bella “intellighenzia” italiana di quegli anni e dove si potevano incontrare, fra gli altri, il poeta Bembo, il cardinale e drammaturgo Bibbiena, il cantante Bernardino Accoliti, lo scultore Cristoforo Romano e soprattutto il raffinato Baldassarre Castiglione, poi diventato l’icona stessa del gentiluomo rinascimentale.

La Duchessa, che pure ne fece il suo favorito accettando alcuni sonetti amorosi da lui scritti in suo onore, mantenne però sempre i loro rapporto entri i limiti di un’infatuazione puramente platonica, tant’è che lei stessa si diede da fare per trovargli una moglie. Elisabetta diede anche ripetutamente prova, durante le lunghe assenze del marito sempre più spesso impegnato in condotte militari o missioni diplomatiche, di possedere insospettabili doti in campo amministrativo, dimostrando di essere un’ottima reggente del suo pur piccolo Stato.

Rappresentativo di un’intera epoca fu poi l’incontro tenutosi a Ferrara nel febbraio del 1502 quando, in occasione del solenne ingresso in città del corteo che accompagnava Lucrezia Borgia in qualità di promessa sposa del principe Alfonso d’Este, si diedero convegno le tre più illustri Dame del nostro Rinascimento: la già citata Lucrezia, la nostra Elisabetta ed infine Isabella d’Este, sorella di Alfonso e cognata di entrambe.

Splendide, raggianti ed elegantissime le tre Muse furono al centro dell’interesse non solo dei numerosissimi invitati, ma dei Ferraresi tutti e degli inviati delle Corti italiane ed estere.E dato che il ruolo di “influencer” non l’abbiamo certo inventato noi, di come vestivano, delle acconciature che sfoggiavano, dei profumi di cui si erano cosparse e persino di come si muovevano ed atteggiavano quelle Signore si sarebbe discusso negli anni a venire, perché a quei tempi erano loro, quelle tre Nobildonne così uniche per classe ed inimitabili per stile (cui la Ferragni avrebbe fatto un baffo) a “fare tendenza”, determinando le mode e le fortune di certi prodotti.

Il dolore di Elisabetta per la morte del marito

Rimasta vedova nel 1508, un’Elisabetta provatissima si chiuse nel suo dolore, appena alleviato dall’affetto filiale dimostratole dal nuovo Duca d’Urbino, quel Francesco della Rovere adottato come figlio ed erede dal defunto Guidobaldo. I suoi ultimi anni furono però amareggiati dal comportamento del nuovo Papa Leone X che, con un atto di prepotenza, depose il della Rovere per insediare al suo posto come Duca d’Urbino il nipote Lorenzo de’ Medici.

Stanca, acciaccata per i tanti malanni e sempre più incupita perché costretta dagli eventi e dai pochi quattrini rimasti a sua disposizione a barcamenarsi fra Mantova e Ferrara, Elisabetta in quest’ultima città spirò il 28 gennaio del 1526. Con lei si spense una delle stelle polari che avevano reso il nostro Rinascimento tanto unico e luminoso.