@trentaminuti > Storia > Personaggi della storia > Emanuele Filiberto I di Savoia: breve biografia

Emanuele Filiberto I di Savoia: breve biografia

Emanuele Filiberto I di Savoia: breve biografia
Ritratto del Duca Emanuele
Filiberto di Savoia” di Giacomo Vighi detto “l’Argenta” , 1560 circa, Galleria Sabauda, Torino

Mentre i loro più ricchi e potenti vicini, in certi casi anche parenti, ingaggiavano come pittori di corte i più bravi (e costosi) del secolo, quali Tiziano, il Bronzino, il Pontormo, il Veronese, l’Allori , l’Anguissola e altri “pesi massimi” di questa portata, in Casa Savoia più o meno nello stesso periodo ci si doveva accontentare di personaggi più modesti , anche a livello delle richieste economiche , “gregari” appartenenti alle seconde file della pur nutrita schiera di artisti che popolavano il Cinquecento.

Così, se per esempio i ricchissimi Medici, gli Estensi, i Farnese, i Gonzaga o i Della Rovere in quegli anni abbellivano le capitali dei loro rispettivi Stati facendo a gara per accaparrarsi i servizi delle migliori “star” reperibili sul mercato dell’arte, i Savoia, tradizionalmente più “sparagnini” e con meno risorse a disposizione, dovevano fare di necessità virtù, accontentandosi di quanti restavano liberi dopo le prime scelte operate dai vicini-rivali ed accettavano di lavorare presso una Corte allora considerata non certo di prima fascia.

Fra questi ultimi figura il buon Giacomo Vighi, detto “l’Argenta” dal nome della sua città natale, che nella seconda metà del XVI secolo lavorò come pittore ufficiale presso la Corte Sabauda di Torino, quando questa città era soltanto una sorta di “sub-capitale”, essendo in quegli anni ancora Chambery la capitale ufficiale del Ducato.

Non sono molte le opere dell’“Argenta” arrivate sino a noi, ma fra di esse figura uno dei pochi ritratti rimasti o forse addirittura eseguiti di Emanuele Filiberto di Savoia, in cui il duca ci appare come un bell’uomo in tutta la vigoria dei suoi trent’anni circa, rimarcata da un fisico atletico, evidentemente plasmato dalle lunghe cavalcate e dall’esercizio delle armi.

Il bastone del comando orgogliosamente impugnato nella mano destra, l’esibizione d’una corazza nuova fiammante e la presenza nel dipinto di un elmo appoggiato su un tavolo alla sinistra del personaggio rinviano alla presentazione iconografica dei grandi condottieri e generali di quei tempi, non certo originale perché inaugurata dal grande Tiziano qualche decennio prima, nel ritratto per esempio del Duca Francesco Maria della Rovere, al confronto del quale quello eseguito dall’”Argenta” ovviamente sfigura.

Risulta però sufficiente per tramandare ai posteri l’immagine di colui che fu il protagonista di una sorta di “restitutio imperii” che, seppure nelle dovute proporzioni con realtà molto diverse, reintegrò finalmente i Savoia, dopo quasi tre decenni di allontanamento forzato causato dall’occupazione francese, nel pieno possesso dei loro Stati.

E proprio “Spoliatis arma supersunt” (“A quanti sono stato spogliati di tutto, restano le armi”) fu il motto di Emanuele Filiberto di Savoia, nato l’8 luglio del 1528, che soltanto ricorrendo all’uso delle armi riuscì a riconquistare i dominî di famiglia che nel 1553, alla morte di suo padre Carlo II “il Buono”, versavano nella rovina più assoluta.

Politicamente inesistente, spartito fra le potenze spagnola e francese, sommerso dai debiti, lo Stato Sabaudo era sul punto di scomparire dallo scacchiere geopolitico europeo, e tutto questo soprattutto a causa della pochezza di Carlo II, uomo tanto bigotto ed ingenuo da farsi raggirare, senza nulla sospettare, dal proprio personale, Giovanni Dufour.

Costui infatti per anni si era fatto da lui firmare mandati di pagamento in bianco per spese inesistenti, per poi incassarli a nome suo o di quello dei suoi compari, senza che il duca nutrisse il benché minimo sospetto.

Inoltre, in conseguenza delle campagne italiane di re Francesco I di Francia, la porzione di Stato a disposizione di Carlo II s’era ormai ridotta ad uno spicchio di terra attorno a Vercelli, mentre le città più importanti, Torino inclusa, erano ormai perse.

Il futuro del Ducato era dunque riposto nelle mani di quel giovane atletico e coraggioso, l’”homo novus” spedito dal padre, a soli diciassette anni, a fare esperienza presso la corte di zio Carlo V. Pur munito di tante belle speranze, Emanuele Filiberto poteva però contare su poche risorse, tanto più che quel parente così potente, alla sua richiesta di fondi, gli aveva risposto con un bigliettino dove di suo pugno aveva scritto una sola parola: “NIHIL” (“Nulla”), seguita tuttavia dal paterno consiglio di “Couper la robbe selon le drap”, cioè di arrangiarsi, “accorciando il vestito in base alla stoffa disponibile”.

Ad Emanuele Filiberto non rimase dunque che puntare tutto sul mestiere delle armi, facendolo però con tanta caparbietà ed applicazione da meritarsi l’appellativo di “Testa di Ferro”. Duro fu il suo apprendistato militare e politico alla corte prima di Carlo V e poi del cugino, Filippo II di Spagna, del quale si guadagnò la stima tanto da venire da lui nominato Comandante Supremo dell’Esercito spagnolo nelle Fiandre, forte di circa trentacinquemila fanti e dodicimila cavalieri di varie nazionalità, tutti devotissimi al loro comandante.

La strada del ritorno a Torino per Emanuele Filiberto partì dal borgo di San Quintino, ad un centinaio di chilometri a Nord di Parigi. In mano spagnola, ma oggetto del desiderio da parte dei francesi, che nei suoi pressi si erano accampati agli ordini del generale Anne de Montmorency, la sera del 9 agosto del 1557 San Quintino era immersa in una cappa afosa, resa ancora più calda dalla consapevolezza che l’indomani sarebbe stata una giornata decisiva.

Già da qualche tempo infatti Emanuele Filiberto aveva fatto circolare delle voci in base alle quali stava inviando il grosso del suo esercito a Bruxelles, per incontrarvi Filippo II, ed in effetti aveva finto una ritirata, limitandosi però ad acquartierare le sue truppe dietro a una fila di basse colline, ad appena qualche miglio fuori dal villaggio.

Ciò illuse i francesi di poter conquistare facilmente una città quasi indifesa e puntualmente, alle prime luci dell’alba del 10 agosto, il Montmorency alla testa del suo esercito, che aveva disposto in un infinito serpentone che si snodava lungo la stretta via d’accesso alla cittadina, si fermò il tempo necessario per permettere ai suoi genieri di costruire un ponte mobile sulla Mosa.

Proprio in quell’attimo di distrazione l’esercito spagnolo, sbucato da dietro alle colline dove si era nascosto, aggirò i rivali, ma quando la manovra fu scoperta, per i francesi era già troppo tardi: da ogni dove gli spagnoli si scagliavano contro di loro, travolgendoli come birilli grazie all’impeto dei “Tercios”. In meno di due ore per i francesi fu la disfatta: le loro perdite ammontarono a circa quattromila morti e più di cinquemila fra feriti e prigionieri, fra cui moltissimi ufficiali, generale in capo compreso.

Quella sera stessa Emanuele Filiberto invitò cavallerescamente a cena lo sconfitto Montmorency, rivolgendoglisi dopo tanti anni come nuovo Signore “in pectore” del Ducato che aveva appena riconquistato con la forza delle armi e che gli sarebbe stato di lì a poco ufficialmente restituito col trattato di Catteau-Cambresis.