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Filippo II di Spagna: breve biografia

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Ritratto di Filippo II di Tiziano eseguito circa nel 1553 Museo Nazionale di Capodimonte, a Napoli.

L’espressione del viso appare pensosa e malinconica, mentre lo sguardo si perde lontano, incurante degli osservatori. Gli abiti sono regali, impreziositi dal collare del Toson d’Oro (massimo ordine cavalleresco della Casa d’Asburgo) che fa bella mostra di sé sul panciotto di colore chiaro, intanto che la mano sinistra stringe un paio di guanti e la destra l’elsa della spada.

Così, col suo profilo segnato dal tipico prognatismo di famiglia, il grande Tiziano raffigurò Filippo II in un famoso dipinto realizzato nei primi anni Cinquanta del XVI secolo, presentandoci la figura di un uomo enigmatico ed impenetrabile che, quasi sempre rinchiuso nella penombra di una stanzetta arredata con la spartana semplicità di un monastero (foss’anche quello imponente dell’Escoriale), gestiva le sorti di una buona metà del mondo conosciuto, circondato soltanto da montagne di scartoffie.

Re di Spagna, di Napoli, della Sicilia, della Sardegna e del Portogallo, ma anche duca di Milano, delle Fiandre e della Borgogna oltreché signore del Nuovo Mondo e delle Filippine, Filippo nacque a Valladolid il 21 maggio del 1527, come primogenito dell’imperatore Carlo V e di Isabella del Portogallo

Rimasto orfano di madre a dodici anni, fu cresciuto dal padre che però, essendo quasi sempre lontano, lo affidò ai migliori precettori dell’epoca, i quali tuttavia non riuscirono a fargli apprendere una lingua diversa dal nativo castigliano. Nelle sue difficoltà d’apprendimento giocò forse un ruolo fondamentale l’innata timidezza, che lo inibiva dal tenere discorsi pubblici in idiomi che non padroneggiava.

Proverbiali furono la dedizione al lavoro ed il suo discernimento, che convinsero il pur prudente genitore ad affidargli già nel 1543 la reggenza della Spagna, avendo capito a sue spese con la rivolta dei “Comuneros” di circa vent’anni prima che il Paese necessitava della costante presenza fisica del sovrano che lui, Carlo V, con tutti i domini cui doveva stare dietro non poteva certo assicurare.

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Così, a differenza del padre che era un poliglotta cosmopolita e si trovava a suo agio dovunque fosse (specialmente nell’amatissima Borgogna), Filippo rimase sempre sostanzialmente uno spagnolo e trascorse senza interruzioni gli ultimi quarant’anni circa della sua esistenza nella Penisola Iberica, dopo esservi tornato nel 1558 una volta rimasto vedovo al termine della breve ed infelice parentesi matrimoniale con la regina d’Inghilterra Maria Tudor.

Proprio questa sua marcata “ibericità” gli impedì, dopo l’abdicazione del padre, di farsi riconoscere il titolo imperiale e quello di signore dei domini tedeschi di Casa Asburgo, lasciati in eredità da Carlo V a suo fratello Ferdinando ed ai discendenti di quest’ultimo, che avrebbero dato vita al ramo degli Asburgo d’Austria.

Poco fortunato Filippo II fu sotto il profilo degli affetti personali: sposatosi quattro volte (due con cugine e una con una nipote) rimase per quattro volte vedovo ed ebbe in tutto otto figli, di cui però soltanto tre gli sopravvissero, anche a causa della debolezza congenita e delle tare fisiche e mentali di una prole concepita nell’ambito di matrimoni endogamici.

Emblematica a tal proposito fu la tragica figura del suo primogenito, il “Don Carlos” di verdiana memoria affetto da gravi turbe psichiche, che nei momenti di relativa lucidità era solito ordire trame ai danni del padre finché, una volta scoperto, fu da quest’ultimo condannato ad una dura reclusione in una fortezza dove trovò la morte in circostanze mai del tutto chiarite.

Formidabile accentratore, Filippo II seguì alla lettera il consiglio paterno di non fidarsi mai di nessuno, nemmeno dei più stretti collaboratori, ed anche per questo presso di lui caddero in disgrazia in rapida serie personaggi come il duca d’Alba, don Giovanni d’Austria (suo fratello naturale e vincitore a Lepanto), Alessandro Farnese e Margherita di Parma.

Non c’era una singola decisione in quel gigantesco impero che non gli fosse demandata: non solo dichiarazioni di guerra, trattati di pace, piani strategici e politica fiscale, ma anche quisquilie come il menù dei banchetti di stato oppure il percorso delle processioni religiose. Su tutto si chiedeva il suo parere a mezzo di “consultas” che si ammucchiavano nel suo studiolo, in attesa d’essere esaminate.

Si meritò dunque l’appellativo di “Rey Prudente” non solo perché aveva l’abitudine di ponderare a lungo le sue decisioni, ma anche perché materialmente gli mancava il tempo per vagliare tutta quella montagna di documenti, nonostante lavorasse fino a dodici ore al giorno, puntualmente scandite da lodi, messe e vespri serali.

Parimenti Filippo non aveva nemmeno il tempo, né la voglia di capire o anche solo interrogarsi su certe “novità” quali la religione riformata, le velleità indipendentistiche di determinati territori (le Fiandre in primis) o le rivendicazioni dei fedeli di altre religioni, come gli ebrei o i “moriscos”.

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Tutti questi “diversivi” erano da lui considerati alla stregua di fattori di dissoluzione, da combattere con estrema severità facendo ricorso ai metodi spicci dell’inquisizione spagnola, slegata da quella romana e di fatto agente al suo servizio. Così la fanatica religiosità, che lo induceva ad assistere senza batter ciglio agli autodafé ed ai conseguenti roghi di eretici, diventava un’arma d’autodifesa perché soltanto nel conservatorismo della religione cattolica egli vedeva un solido sostegno all’assolutismo regio e alla conservazione dei suoi Stati.

Ecco dunque spiegata la “leggenda nera” di Filippo II presso i protestanti, che lo accusarono di bigottismo e crudeltà. Queste tinte così fosche però, grazie agli studi più recenti, si sono un po’ rischiarate perché certi storici tendono piuttosto a vedere in lui il monarca che portò la Spagna al suo apogeo, permettendole di entrare in quello che sarebbe stato il suo “Siglo de oro”, il Seicento, come nuova superpotenza a livello mondiale a discapito di una Francia che ormai, dopo la sconfitta di San Quintino e la pace umiliante di Catteau Cambresis del 1559, non faceva più paura a nessuno.