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Francesco d’Este: come e perché un figlio illegittimo poteva comunque affermarsi e fare strada nel XV secolo

frandesco d'este
“Ritratto di Francesco d’Este” di Rogier Van der Weyden, 1455-1460, esposto al Metropolitan Museum of Art, New York

Il termine “bastardo” nel Quattrocento non doveva avere la valenza spregiativa che gli attribuiamo noi oggi, se per esempio Jean de Dunois, indomito cavaliere e luogotenente generale dell’esercito francese durante la parte finale della Guerra dei Cent’Anni, andava fiero del suo soprannome, “le Bâtard d’Orléans”, che ne sottolineava l’appartenenza seppure solo per via naturale alla più importante famiglia ducale del suo Paese, oltre che la stretta parentela che lo legava allo stesso re Carlo VI, di cui era cugino.

Ma in un certo senso il XV fu davvero il “secolo d’oro” dei figli illegittimi, perché in tempi in cui altissima era la mortalità infantile e brevissima l’aspettativa di vita per donne e uomini, questi ultimi, spesso impegnati in logoranti campagne militari che li tenevano lontani da casa per mesi o persino anni, volevano assicurarsi una discendenza il più possibile numerosa per garantire la continuazione della propria stirpe e si sentivano comunque in diritto di dare sfogo ai loro istinti naturali.

Seminare figli al di fuori del matrimonio o, nel caso di ecclesiastici, in violazione del voto di castità, era dunque una pratica, potremmo dire, a quei tempi quasi normale ed accettata da tutti, persino dalle legittime consorti di quegli uomini che, rincasando, chiedevano loro senza alcun imbarazzo d’occuparsi, oltre che dei propri, anche dei figli nati da quelle “scappatelle” clandestine.

In ambito italiano, se il figlio naturale di Giuliano de’ Medici (fratello del “Magnifico”) ascese addirittura al soglio pontificio col nome di Clemente VII, è praticamente impossibile elencare tutta la prole illegittima messa al mondo dagli appartenenti alle diverse Casate nobiliari che esercitarono il potere signorile.

Tuttavia, chi si distinse maggiormente in questo particolare campo, insieme ai Visconti e poi agli Sforza, furono gli Este ed in particolare il Marchese di Ferrara Niccolò III che nei primi decenni del XV secolo, fra legittimi e non, si dice sia stato il padre di almeno una trentina di figli, tanto che il poeta Matteo Bandello lo definì “il gallo di Ferrara”, sottolineando come “non c’era cantone ove egli non avesse alcun figlio bastardo”, mentre il popolo se la rideva canticchiando: “di qua e di là dal Po sono tutti figli di Niccolò”.

Vero è che nella maggior parte dei casi a quegli stessi figli, poi legittimati, istruiti e cresciuti insieme ai fratelli nati in seno al matrimonio, nulla impediva di “fare carriera”. Questo fu il caso, per esempio, di Leonello d’Este, successore diretto di Niccolò III, il quale, oltre ad essere un ottimo politico, fu anche un grande mecenate e un raffinato umanista, che alla sua corte chiamò a lavorare artisti del calibro del Pisanello, Piero della Francesca, Andrea Mantegna e il fiammingo Rogier Van der Weyden.

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Anche Leonello, seppure in misura minima rispetto al padre, ebbe almeno un figlio naturale attorno al 1430, Francesco, che quando aveva più o meno quindici anni, per ricevervi un’educazione aristocratica, fu inviato alla corte di Filippo III di Borgogna, allora lo Stato più ricco e raffinato d’Europa, e per questo considerato dalle Signorie italiane come un modello da imitare.

Preso a ben volere da Filippo, non per nulla soprannominato “il Buono”, Francesco fu da lui istruito ed avviato al mestiere delle armi insieme a suo figlio Carlo, il futuro “Temerario”. Il giovane estense a Bruxelles si ambientò presto e bene, tanto che gli furono anche affidati alcuni incarichi diplomatici.

A conferma della sua rapida affermazione sociale fra il 1455 ed il 1460 fu magistralmente ritratto dal pittore più in voga del momento a quelle latitudini: lo stesso Van der Weyden che aveva lavorato a Ferrara per suo padre.

Francesco ci appare di tre quarti su uno sfondo bianco avorio che fa risaltare la veste scura da lui indossata, ben diversa da quelle sfarzose e sgargianti tanto in voga nell’Italia di quegli anni. Il nero infatti presso la corte borgognona era considerato d’una eleganza “minimal”, pur nella sua sobrietà.

L’espressione del volto, non bello ma neppure privo d’un certo fascino aristocratico, caratterizzato da un naso aquilino, due occhi pensosi ed un casco di lunghi capelli scuri che gli ricoprono interamente la fronte secondo la moda del tempo, pare accigliata, intanto che volge lo sguardo lontano, quasi ad immaginare il proprio futuro.

La presenza di una pesante collana d’oro, che fuoriesce appena dal colletto della camicia, e d’un anello al dito mignolo ci ricordano che siamo di fronte ad un personaggio altolocato, così come la simbologia studiata dall’artista per ritrarlo.

Francesco infatti stringe fra le dita della mano destra un anello, che allude forse ad un pegno amoroso, intanto che impugna un martelletto. Per capire il significato della presenza di questo oggetto bisogna però rigirare l’opera e leggere la dedica che vi è stata scritta: le lettere M (per “Marchio” termine latino che significa “Marchese”, ma anche per l’appunto “martello” in italiano antico) ed E (per “Estensis”), insieme al nome “Francisque”.

Si tratta insomma dell’orgogliosa rivendicazione da parte di un figlio “bastardo” della propria appartenenza alla nobile Casata paterna, una legittimazione dello status sociale di questo giovane del quale forse, se non fosse stato per il famoso ritratto che lo ha immortalato, non avremmo mai conosciuto nemmeno l’esistenza.