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Francesco II Gonzaga: breve biografia del IV marchese di Mantova

Francesco Gonzaca II, IV marchese di Mantova

Il 29 marzo del 1519 si spense poco più che cinquantenne e consumato dal cosiddetto “mal francese” Francesco II Gonzaga, IV marchese di Mantova, personaggio scaltro, pittoresco e non privo di una carica d’umana simpatia, passato alla storia sia per essere stato il comandante delle forze alleate nella battaglia di Fornovo del 6 luglio 1495, località in cui a capo dell’esercito della neo-costituita Lega Italica si scontrò riportando una vittoria di facciata contro i Francesi di re Carlo VIII, sia per essere stato il consorte di Isabella d’Este, Signora del Rinascimento.

Sotto il profilo fisico e caratteriale un matrimonio difficilmente avrebbe potuto risultare peggio assortito: lui non soltanto brutto e tarchiato, con un viso da “bulldog”, labbra sporgenti ed una spiccata esoftalmia, ma anche rozzo, sensuale, poco istruito e, più che dei salotti eleganti, frequentatore di belle contadine e cortigiane; lei non bella, ma pur sempre seducente, raffinata, colta ed amante delle belle arti.

Non si può però dire che il loro rapporto non abbia funzionato, in primis perché allietato dalla nascita di ben sette figli e poi perché i due, pur così diversi fra loro, in un certo senso si completavano a vicenda, concentrando sempre le proprie forse sul comune obbiettivo costituito dal rafforzamento ed arricchimento del loro Stato.

Così, grazie alle capacità militari di Francesco, molto conteso sul ricco mercato delle condotte militari, ed alla sapiente opera amministratrice d’Isabella che, durante i lunghi periodi d’assenza del marito, reggeva lo Stato ed animava una raffinatissima corte, la piccola Mantova si trasformò in una capitale culturale e letteraria capace di rivaleggiare in eleganza, brio e modernità con città ben più importanti e popolose, dando inizio così al suo secolo d’oro.

Pertanto, mentre Isabella poteva scrivere orgogliosa: “Etiam nel nostro sesso si ritrovano animi virili”, il nostro seppe destreggiarsi con disinvolta abilità e notevole faccia tosta fra le varie super-potenze dell’epoca (Milano, Venezia, la Francia, l’Impero ed il Papato) mettendosi ora al servizio dell’una, ora dell’altra, sempre però col preciso scopo di mantenere l’indipendenza del suo fragile Stato ed arrivando perciò a “flirtare” persino con la Sublime Porta, da dove Francesco riuscì ad importare alcuni splendidi cavalli arabi che sarebbero stati il fiore all’occhiello del piccolo esercito gonzaghesco.

In questo continuo gioco di ammiccamenti, riposizionamenti, promesse sottobanco e tradimenti si può però anche perdere e così gli successe quando, riavvicinatosi dopo varie vicissitudini al nuovo re di Francia Luigi XII, che tanto per cambiare aveva deciso anche lui, dopo il suo predecessore, d’intraprendere una discesa in Italia per impadronirsi del Ducato di Milano a spese di Ludovico il Moro, si mise al di lui servizio contro i suoi antichi datori di lavoro, i Veneziani.

Ma nella notte dell’8 agosto 1509 fu da essi catturato durante un blitz organizzato dalle “teste di cuoio” dell’epoca, che lo sorpresero dormiente nella sua tenda mentre assediava Legnago, per poi condurlo in catene a Venezia e così esibirlo a mo’ di trofeo in una piazza San Marco gremita di folla. Nelle prigioni della Serenissima rimase rinchiuso per circa un anno, venendo liberato soltanto su intervento di papa Giulio II e per l’intercessione della moglie Isabella e della figlia Eleonora, dopo la sottoscrizione di alcuni impegni stringenti fra cui quello di diventare Gonfaloniere della Chiesa e Capitano Generale delle truppe veneziane.

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A garanzia di tali ed altri impegni dovette mandare a Roma come ostaggio il figliolo Federico, e ciò con grande preoccupazione di mamma Isabella che, insospettita dalla voci sulle inclinazioni sessuali dell’anziano pontefice, ovviamente temeva per la virtù del giovinetto.

Dopo il mesto ritorno a Mantova, Francesco iniziò a diradare le sua attività di pari passo col peggiorare delle condizioni di salute, tanto da lasciar ancora più spazio alla moglie, ormai padrona indiscussa del Marchesato, nei confronti della quale il Pontefice, spazientito di dover trattare con una donna, iniziò ben presto a definirla “quella ribalda” o anche “quella p…della Marchesana”, in ciò assecondato dal sempre più sofferente Francesco che, imbarazzato, se ne uscì dicendo: “Habbiamo vergogna di avere per nostra sorte una mogliera che sempre vuol fare di suo cervello”.

In tal modo poco mancò che i rapporti fra i due coniugi si guastassero per davvero, dopo tanti screzi di pura facciata, e pertanto Isabella preferì levarsi un po’ di torno girovagando fra una città e l’altra, salvo poi però tornare al capezzale del marito per sentirgli pronunziare proprio sul letto di morte un tanto tardivo, quanto meritato elogio nei suoi confronti.