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Francesco Maria della Rovere, Duca di Urbino: breve biografia

Francesco Maria della Rovere Duca di Urbino breve biografia
“Ritratto di Francesco Maria della Rovere” di Tiziano, 1536-1537, Gallerie degli Uffizi, Firenze.

Con indosso la sua armatura, tirata a lucido per l’occasione e dello stesso colore nero corvino dei folti capelli, della barba e degli occhi, il nobiluomo ci guarda in modo fiero, mostrandoci orgoglioso i simboli del potere che fanno di lui uno dei capitani di ventura più famosi e ricercati del suo tempo.

Retto nella mano destra: il bastone del comando ricevuto come riconoscimento del “generalato” dalla Repubblica di Venezia. Poi, posato sul ripiano ricoperto di velluto rosso che fa da sfondo, lo splendido elmo sormontato da un dragone, che allude ai legami del condottiero con la Casa d’Aragona.

Infine, sul lato opposto, due scettri appoggiati al muro: il primo, dorato e col fregio delle “claves” petrine, conferitogli dallo Stato Pontificio nella sua qualità di “Gonfaloniere e Capitano Generale della Chiesa”; il secondo, argentato, donatogli dal Ducato di Firenze.

In mezzo ai due però c’è forse l’oggetto più importante di tutti: un ramo di quercia o, per meglio dire, di rovere, che fa riferimento alla Casata d’appartenenza del condottiero e dal quale pende un nastro bianco con la scritta “se sibi”, a significare che lui, prima che per gli altri, tutte quelle battaglie le combatte “per se stesso” e per la gloria della propria famiglia.

Ecco come Tiziano ci presenta, in un dipinto realizzato fra il 1536 e il 1537, Francesco Maria della Rovere, Duca di Urbino, raffigurato allo zenit non solo della sua prestanza fisica, ma anche del prestigio da lui conquistato in campo politico e militare.

Proprio per questo, Francesco Maria aveva sentito il bisogno di farsi immortalare dal pittore più famoso di quegli anni, in un ritratto eseguito a distanza, qualche anno dopo che Tiziano aveva realizzato di lui uno schizzo del viso in occasione di un incontro avvenuto a Bologna nel 1530, quando i due si conobbero alla cerimonia d’incoronazione imperiale di Carlo V. L’artista avrebbe poi chiesto al Duca d’inviargli a Venezia la sua armatura, per poterla riprodurre nei minimi particolari.

Il capolavoro che ne uscì fu lodato anche dal solitamente iper-critico Pietro Aretino che, vedutolo, disse: “Ogni sua ruga, ogni suo segno e i colori che l’hanno dipinto non pur dimostrano l’ardire della carne, ma scoprono la virilità dell’animo”.

Francesco Maria della Rovere: i due omicidi commessi da ragazzo

E che Francesco Maria della Rovere, nato a Senigallia nel 1490 dal fratello dell’allora Cardinale Giuliano della Rovere, asceso poi al soglio di Pietro nel 1503 col nome di Giulio II, fosse un tipo con gli “attributi”, lo dimostrò fin da ragazzo quando, rimasto orfano di padre e sentitosi titolare dell’onore familiare, a diciassette anni uccise con le proprie mani il corteggiatore della sorella vedova, come pure un domestico ritenuto responsabile di aver favorito quella tresca a lui sgraditissima.

Quel duplice omicidio, che Baldassarre Castiglione eufemisticamente definì “un dispiacevol caso”, fu subito fatto passare come un semplice “disturbo” grazie all’intervento del potente zio, desideroso di tutelare il buon nome della Casata e di non danneggiare il nipote che, come figlio di Giovanna da Montefeltro, era anche nipote di Guidobaldo, Duca di Urbino.

Quest’ultimo infatti, impotente e senza figli, fin dal 1504 aveva adottato Francesco Maria, indicandolo come proprio erede e così fornendo un ulteriore motivo d’orgoglio a quel giovane dall’”ego” già tanto smisurato.

Francesco Maria della Rovere sposa Eleonora Gonzaga

Il 1508 fu per lui un anno particolarmente importante, non solo perché alla morte di zio Guidobaldo divenne titolare del Ducato di Urbino, ma anche perché per la prima volta incontrò Eleonora Gonzaga, figlia del Marchese di Mantova Francesco II e di Isabella d’Este, la donna che aveva sposato per procura tre anni prima.

La loro luna di miele dovette però ancora aspettare un paio d’anni circa, cioè il tempo che Francesco Maria trascorse nella campagna militare che lo vide impegnato come comandante delle truppe pontificie nell’offensiva condotta contro Venezia e Ferrara dalle forze coalizzatesi nella Lega di Cambrai.

Memorabile fu la scena che, nella neve del gelido mese di gennaio del 1510, vide lo zio Papa e il nipote Duca assediare, a capo delle loro truppe, la fortezza della Mirandola, espugnata grazie anche allo sprezzo del pericolo dimostrato da quel Santo Padre così speciale che, indossando una corazza sulla veste candida, alla bella età di sessantasette anni si arrampicò per primo, servendosi d’una scala a pioli, sulle mura di quella rocca, dove entrò da trionfatore.

Il processo per l’omicidio del Cardinal Alidosi, amministratore del Papa

Certo, allo zio Giulio II, Francesco Maria riservò anche dispiaceri, come quando nel 1511, di fronte ad un ultimo sgarbo, uccise con una sola pugnalata il Cardinal Alidosi, Amministratore Apostolico di Bologna e « favorito » del Pontefice, che non per nulla alla notizia della sua morte fu visto piangere le lacrime più sincere della sua vita.

Convocato a Roma in stato di semi-prigionia, il Duca di Urbino fu sottoposto a processo da parte di una speciale commissione cardinalizia di cui faceva parte anche Giovanni de’ Medici, col risultato però che il tutto finì per concretizzarsi in un elenco di accuse alla vittima, con la conseguente assoluzione del Della Rovere, segno del fatto che al Papa era ormai sbollita la rabbia.

Al nostro non altrettanto bene sarebbe però andata un paio d’anni più tardi quando, morto Giulio II, fu eletto Papa proprio il Cardinale de’ Medici che, assunto il nome di Leone X, iniziò a favorire gli interessi della sua Casata, puntando gli occhi sul ricco Ducato di Urbino.

La scomunica di Francesco Maria della Rovere: perdita e rielezione a Duca di Urbino

Contraddicendo se stesso ed il basilare principio giuridico del “ne bis in idem”, Papa Leone riaprì contro il Della Rovere il medesimo dossier accusatorio che lui stesso in un primo tempo aveva contribuito ad archiviare, questa volta però giungendo ad una conclusione diametralmente opposta che comportò la scomunica dell’accusato, ritenuto colpevole di omicidio.

Il Ducato di Urbino fu conseguentemente concesso a Lorenzo dé Medici, nipote di Papa Leone, che però morì giovanissimo nel 1519, consentendo così al nostro di recuperare quanto gli spettava di diritto nel 1521, anno in cui nella tomba ci calò anche Papa de’ Medici.

Da quel momento in poi Francesco Maria della Rovere avrebbe ripreso la sua vita di sempre, distinguendosi in una numerosa serie di vittoriose imprese militari fra le quali però non figurò quella che avrebbe potuto salvare Roma dall’ultimo e più orrendo “sacco” subito nel corso della Storia plurimillenaria: quello del 1527 ad opera dei Lanzichenecchi imperiali.

Non sappiamo infatti se per calcolo politico, timore o presa di coscienza della disparità di forze in campo, il Duca di Urbino attuò nei loro confronti una tattica alla Quinto Fabio Massimo, che però risultò disastrosa e inconcludente.

Negli ultimi anni, dopo tanto girovagare, il Della Rovere si dedicò finalmente alla sua città, che abbellì ulteriormente nel solco del mecenatismo illuminato inaugurato da suo nonno, Federico da Montefeltro.

Spirò improvvisamente il 20 ottobre del 1538, a Pesaro, quando era ormai diventato tanto noto e potente da suscitare invidie e malumori, forse avvelenato dalla mano di un assassino sul cui nome tante ipotesi si sono fatte, senza però giungere ad alcuna certezza.