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Galeazzo Sanvitale ritratto del Parmigianino: interpretazione di un capolavoro dell’arte pittorica rinascimentale

Galeazzo Sanvitale ritratto del Parmigianino: interpretazione di un capolavoro dell'arte pittorica rinascimentale
“Ritratto di Galeazzo Sanvitale”, di Girolamo Francesco Maria Mazzola, detto “il Parmigianino”, 1524, Museo e Gallerie Nazionali di Capodimonte, Napoli.

“Opus de Mazolla 1524”: a vent’anni o poco più Girolamo Francesco Maria Mazzola, detto “il Parmigiano”, così firmò il retro della tavola sulla quale aveva appena realizzato uno dei suoi capolavori, ritraendo un giovane aristocratico che per eleganza, portamento e posa rappresenta una delle icone al maschile del nostro Rinascimento.

Galeazzo Sanvitale, Signore di Fontanellato, ci osserva seduto su una savonarola messa di traverso in modo da allargare lo spazio, dandogli maggiore profondità.

E’ un bell’uomo di nemmeno trent’anni che porta una barba bionda e riccia, pettinata da poco e, sotto ad una cappa scura che mette in risalto il suo viso luminoso, indossa un’elegante veste rossa che fa da pendant col colore del cappello.

Alle sue spalle, da un lato, vediamo l’armatura e la mazza ferrata che ne sottolineano lo status di prestigioso condottiero militare, dall’altro un bel paesaggio boschivo che pare far riferimento alla quiete cui lo stesso Sanvitale anela nei rari momenti di tregua, quando può finalmente rifugiarsi nella bellissima Rocca di famiglia, nella sua Fontanellato, ancora circondata dall’originale fossato pieno d’acqua che la protegge.

Ma l’oggetto più intrigante di tutto il quadro consiste nella medaglia che Galeazzo tiene nella mano destra, sulla quale si legge il numero 72.

Ci sono voluti secoli, durante i quali si sono formulate le ipotesi più disparate, prima di concludere negli anni ‘70 del Novecento, grazie alle ricerche storico-cabalistiche di alcuni studiosi (Mutti, 1978), che il 72 è un numero ermetico simboleggiante “la comunità nella molteplicità”.

In chiave alchemico-astrologica infatti 72 sono gli angeli degli Assiri e dei Caldei; 72 i fili del cordone sacro dei Mazdei; 72 i saggi riuniti da Mosè e i pioli della scala sognata da Giacobbe; 72 infine sono gli anni che formano un giorno del grande anno platonico come pure gli spiriti adunati da Tifone contro Osiride.

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Ecco dunque che questo famoso ritratto, aldilà di quanto vediamo, va interpretato non solo nel quadro della tanto auspicata concordia fra religioni, cioè, per l’appunto, della “unità del tutto”, tema di grande attualità in Italia agli esordi della Riforma luterana, ma anche in chiave familiare, a sottolineare “l’unità nella diversità” della bella coppia costituita da Galeazzo Sanvitale e sua moglie, l’affascinante Paola Gonzaga, raffigurata sempre dal Parmigianino nelle vesti di Cerere negli affreschi che adornano la stanza segreta della stessa Rocca, uno studiolo privato funzionale ai molteplici e svariati interessi culturali degli splendidi padroni di casa.

E chi meglio del Parmigianino il quale, stando a quanto raccontato dal Vasari, non appena ventenne aveva già iniziato ad “alambiccarsi il cervello” con carboni, attrezzi, bocce di vetro “et altre simili bazzicature” nel vano tentativo di trasformare il mercurio in oro, col ricorso “a belle invenzioni alchemiche”, avrebbe potuto dipingere per gli esoterici Sanvitale una stanza più adeguata?

Ecco allora che nella saletta detta “di Diana e Atteone”, capolavoro della Rocca di Fontanellato, l’artista raffigura la leggenda di Atteone (di cui si parla nelle Metamorfosi di Ovidio, testo fondamentale per quanti si propongano di trasformare una materia in un’altra), un cacciatore che, dopo aver involontariamente scorto Diana mentre si bagna in una pozza d’acqua, per punizione viene da lei trasformato in un cervo per poi essere divorato dai suoi stessi cani.

E’ dunque la storia di un innocente castigato per una colpa che non ha, come per sottolineare la crudeltà del destino.

Vi si legge non solo un riferimento diretto alla triste vicenda personale dei Sanvitale, che videro morire il loro primogenito a pochi mesi dalla nascita, ma anche più in generale un monito agli uomini sulla caducità della vita e delle cose di questo mondo.

A sottolineare quest’ultimo aspetto c’è una frase sul fregio che contorna l’intero ciclo pittorico: “Respice finem!”, parte finale del proverbio latino “Quidquid agas, prudenter agis et respice finem!”, cioè: “Qualsiasi cosa tu faccia, falla con prudenza e volgi lo sguardo alla fine!”.

Una sorta di “memento mori” eternamente valido, ma spesso ignorato o preso sottogamba, in primis proprio dal Parmigianino che calò nella tomba a soli trentasette anni d’età, dopo essersi questa volta davvero trasformato, dal bellissimo giovane che era, “in un uomo quasi selvatico” e trasandato, perché ormai completamente soggiogato dagli esperimenti alchemici che, col continuo uso di prodotti pestilenziali senza la benché minima precauzione, lo avrebbero avvelenato.