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Giovanna di Castiglia detta “la pazza”: breve biografia

Giovanna di Castiglia detta la pazza: breve biografia
“Ritratto di Giovanna di Castiglia”, di Juan de Flandes, 1500 circa, Kunsthistorisches Musem, Vienna Mostra meno

Una bella carnagione bianca, che si colorisce sul mento e sulle guance; un viso non propriamente bello, ma regolare, caratterizzato da una bocca piccola che fa risaltare l’imponenza del naso, ma soprattutto: due occhi tristi e persi nel vuoto: così il pittore Juan de Flandes ci presenta Giovanna, quando doveva avere più e meno ventisette anni.

Primogenita della regina Isabella di Castiglia, nacque nella tarda serata del 6 novembre del 1479 a Toledo. Molto diverso dalla madre che era severa, rigida e riservata, suo padre Ferdinando II, re d’Aragona, un uomo allegro e vivace, si diceva avesse un’amante in ogni città del Regno. Quasi in contemporanea con quel parto infatti, una dama di Tarrega detta “la Signora di mezzanotte” per l’ora in cui il sovrano era solito incontrarla, dette alla luce un’altra bambina, così andando ad ingrandire la già nutrita schiera dei suoi figli naturali.

Inizialmente gelosa, Isabella aveva col tempo fatto il callo alle numerose infedeltà coniugali del consorte, sposato col preciso disegno politico di dar vita alla Spagna. Rassegnata, si consolava dicendo che per cementare un matrimonio bastava che solo uno dei coniugi fosse fedele, con l’ovvio sottinteso che si trattasse quello di sesso femminile.

Educata insieme al fratello e alle sorelle dai migliori istitutori del tempo, la piccola Giovanna si dimostrò fin da piccola propensa alla distrazione, venendo perciò severamente punita dalla madre, della quale lei aveva un sacro terrore, conoscendone la forza interiore, la determinazione e il carisma, tutte doti che invece a lei facevano difetto.

Così, per non sfigurare al suo confronto, si fece via via sempre più taciturna, lasciandosi da lei ammaestrare ai doveri di ogni futura sposa dell’epoca: pazienza, modestia, ubbidienza e cristiana rassegnazione.

La sua liberazione giunse in concomitanza col matrimonio combinato col miglior partito dell’epoca, il principe Filippo d’Asburgo detto “il Bello”, figlio dell’Imperatore Massimiliano I, che la folgorò in tutta la sua prestanza fisica quando lo vide per la prima volta nell’ottobre del 1496 nei pressi di Anversa, dov’era appena sbarcata dalla Spagna.

Giovanna se ne innamorò perdutamente, tanto che la celebrazione delle nozze fu affrettata al fine di anticiparne la consumazione. Nelle Fiandre la giovane scoprì, oltre all’amore, la passione e la gioia di vivere, in un turbinio di feste, balli e lussi che rimpiazzarono le lunghe veglie di preghiera della bigotta corte castigliana.

Purtroppo per lei però, le prime ombre non tardarono a manifestarsi, in concomitanza con l’affiorare delle infedeltà coniugali del marito che furono il motivo scatenante delle numerose sceneggiate di Giovanna la quale, ferita nell’onore, finì con l’esplodere anche davanti ad un folto pubblico quando, in occasione di un pranzo di gala, a colpi di forbici affrontò la rivale di turno, sfregiandole il viso.

Da quel momento iniziò ad essere chiamata la “loca”, ovvero “la pazza”, e come tale tutti avrebbero presto avuto interesse a farla passare. Alla morte della madre nel 1504, Giovanna divenne infatti nominalmente la nuova regina di Castiglia, come erede universale di tutti i regni della defunta Isabella.

Peccato però che subito s’iniziò a tramare ai suoi danni, perché suo padre Ferdinando riunì le Cortes per comunicare che “la regina nostra signora è affetta da malattia” e farsi così nominare reggente della Castiglia.

Il genero Filippo, giunto in Spagna con la moglie, non tardò a fare la voce grossa, minacciando l’apertura delle ostilità, in teoria per difendere gli interessi di Giovanna, ma in realtà ambendo anche lui a diventare “de facto” re di Castiglia, sino a quando morte lo colse all’età di soli 28 anni nel 1506, per motivi ancora oscuri.

Da questo lutto la già fragile psiche di Giovanna ricevette la botta finale: convinta che il marito stesse dormendo, nonostante il suo corpo fosse già imbalsamato, ne ritardò di oltre due mesi il trasferimento nella Cappella Reale di Granada, esigendo ad intervalli regolari che la bara fosse aperta per baciare quel cadavere sempre più malridotto.

Confusa e senza più alcun contatto con la realtà, iniziò a trascorrere le giornate cambiandosi continuamente d’abito “per piacere al mio sposo quando tornerà”. Su ordine del padre, poi confermato dal figlio Carlo, fu così rinchiusa nella fortezza di Tordesillas dove, nel più totale isolamento, avrebbe trascorso gli ultimi 46 anni della sua vita, trattata con durezza dai suoi aguzzini che, in mancanza di altri sedativi, quando si agitava troppo la “calmavano” con alcuni dolorosi tratti di corda, fino a che la ridussero nello stato larvale in cui sarebbe spirata il 12 aprile del 1555.