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Giovanni di Bicci de’ Medici: breve biografia del capostipite della casata Medicea

Giovanni di Bicci de Medici: breve biografia del capostipite della casata Medicea

“E fu seppellito in San Lorenzo et andò scoperto. Erano dietro al corpo vestiti a bruno Cosimo e Lorenzo suoi fanciulli, et ambasciatori dello imperatore, et Veneziani et altri Signori, e fu sì grande e bella onoranza, che spesero fiorini tremila”.

Così il cronista quattrocentesco Giovanni Cambi descrive il solenne corteo funebre che attraversò il centro cittadino di Firenze dopo che il 20 febbraio del 1429 era venuto a mancare Giovanni di Bicci de’ Medici, morto alla (per allora) bella età di sessantanove anni.

Non stupisce affatto che il Cambi, nella sua breve cronaca, si sia poi soffermato per due volte sulle disponibilità finanziarie del “de cuius”, rimarcando che praticamente da solo aveva fatto costruire la bella Chiesa di San Lorenzo, che col tempo sarebbe diventata il Pantheon di famiglia, e si era potuto permettere un funerale costato uno sproposito.

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La Firenze del medioevo

La Firenze del Quattrocento, che l’umanista Coluccio Salutati gratificava del ruolo di “Città più felice del mondo”, era davvero un paradiso, non però per qualche sorta di arcana fortuna, ma perché bagnata dalle “acque soavi” costituite dai “rivi” del denaro che vi scorreva in abbondanza. I suoi laboriosi abitanti infatti fin dal secolo precedente avevano iniziato ad arricchirsi con l’industria ed il traffico della lana e, più in generale, coi commerci.

Nella seconda metà del Trecento vi si producevano più di centomila pezze di panno da parte di oltre duecento opifici, poi esportate in tutto il mondo di allora che spaziava dall’Inghilterra fino a Costantinopoli. Gli artigiani ed operai specializzati erano ricercatissimi e, visti i lauti compensi, arrivavano anche dalla Germania e dai Paesi Bassi, perché i migranti di allora il percorso lo facevano da Nord verso Sud, e non viceversa.

I notevoli proventi generati da questi traffici non venivano sperperati, bensì reinvestiti in un’altra attività che ben presto si sarebbe rivelata più lucrosa e redditizia della prima: quella bancaria. L’umanista Poggio Bracciolini, senza falsi pudori, tributò proprio a quel denaro che costituiva un elemento base della Firenze del primo Quattrocento una specie di lode, scrivendo che “è necessario come i nervi sui quali si sostenga lo Stato” perché, come un albero che cresce traendo beneficio dalla rugiada, così anche il capoluogo toscano si stava sviluppando e fortificando grazie a quel flusso di denaro attentamente reinvestito non solo nell’apertura di nuove attività finanziarie e commerciali, ma anche in cultura, arte e promozione sociale.

La ricca borghesia cittadina composta da mercanti e banchieri aveva infatti stretto una sorta di patto con umanisti ed artisti che, sempre più numerosi, si affacciavano sul palcoscenico della storia: quello di cercare una gloria imperitura che, dando lustro sia all’artista che al committente (quasi sempre immortalato nell’opera stessa a mo’ di cammeo), ne tramandasse la fama nei secoli.

Giovanni di Bicci de’ Medici: la sua politica e il suo stile di vita

Fra i tanti, Giovanni di Bicci de’ Medici aveva saputo approfittare di quelle “acque soavi” più e meglio di altri, sempre però mantenendo uno stile di vita discreto e quasi appartato, per non attizzare più di tanto le invidie di possibili rivali e nemici. Imparò alla perfezione l’arte della mercatura dal padre Averardo (detto per l’appunto “Bicci”), ma soprattutto ne recepì con grande scrupolo la lezione seguente, poi tramandata ai figli Cosimo e Lorenzo: un determinato “modus operandi”, se già sperimentato con successo in passato, non si cambia!

Sposatosi con Piccarda Bueri, che gli aveva portato una dote cospicua, affiancò fin da giovane alla mercatura l’attività di banchiere, aprendo un proprio banco a Firenze fra via di Porta Rossa e via dell’Arte della Lana, dove seguiva in prima persona, col solo aiuto della consorte, affari che andavano a gonfie vele, tanto che non tardò ad aprire filiali a Venezia, Napoli, Roma, Parigi e persino Londra.

La scalata politico finanziaria del capostipite dei de’ Medici

Di pari passo con la scalata in campo economico e finanziario, ecco che per Giovanni si dischiusero anche le porte del potere politico con l’elezione a componente del Collegio dei Priori e l’affidamento alla sua persona di una serie di importanti ambascerie internazionali che, accanto agli interessi di Firenze, gli consentivano di tutelare anche i propri.

 

Politicamente prudente, non amava si parlasse troppo di lui, ma al tempo stesso si prodigava per raccogliere il favore popolare spingendo per l’adozione di provvedimenti favorevoli alle classi meno abbienti, come l’istituzione del primo catasto cittadino del 1427, mirante ad una più equa redistribuzione del carico fiscale con l’imposizione di nuove tasse ai ricchi da calcolarsi in base al reddito (un’ovvietà per i nostri tempi, ma una grande innovazione per il Basso Medioevo).

Non meraviglia che un simile attivismo abbia generato parecchie gelosie e motivi di scontento, in particolare nella famiglia rivale degli Albizi che allora, con tutta la loro rete di “clientele”, esercitavano una netta supremazia nella vita pubblica fiorentina. Il favore popolare verso i Medici però, grazie all’opera di Giovanni, non cessò di crescere e consolidarsi, dandogli la forza politica necessaria poco prima della sua morte per far bocciare una proposta di legge presentata dal capo della Casata avversaria, Rinaldo degli Albizi, mirante teoricamente a far escludere la vecchia nobiltà feudale dalle cariche governative, ma in realtà ad imporre una svolta reazionaria al governo cittadino.

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Quel funerale principesco e costato un sacco di fiorini, anziché una fine, segnò invece l’inizio di una bella avventura che, pur fra chiari e scuri, avrebbe visto la Casata dei Medici insediarsi prima “de facto” e poi “de iure”, quasi senza soluzione di continuità e per i successivi tre secoli circa, a capo di quello che, grazie a loro, sarebbe diventato un fiorente Granducato.