@trentaminuti > Storia > Personaggi della storia > Girolamo Savonarola al rogo: cronaca dell’esecuzione del frate carismatico

Girolamo Savonarola al rogo: cronaca dell’esecuzione del frate carismatico

Girolamo Savonarola al rogo: cronaca dell’esecuzione del frate carismatico
“Ritratto di Girolamo Savonarola in sembianze di San Pietro Martire” di fra Bartolomeo, 1500 circa, Museo di San Marco, Firenze

“Continuando Baccio l’udienza delle prediche sue, prese strettissima pratica con lui e dimorava quasi continuamente in convento avendo anco con gli altri frati fatto amicizia”.

Se il “lui” in questione è l’incendiario fra Girolamo Savonarola, famoso Priore del Convento fiorentino di San Marco, il “Baccio” di cui ci parla il Vasari nelle sue “Vite” risponde al nome di fra Bartolomeo, un pratese nato nel 1473 che, dopo aver fatto pratica presso la bottega del pittore Cosimo Rosselli e realizzato alcune pregevoli opere quali “l’Annunciazione” del Duomo di Volterra, folgorato dalle prediche del Savonarola decise di farsi domenicano pure lui.

A testimonianza della sua venerazione per il discusso Priore che diventò il leader carismatico, anche sotto il profilo politico, della Firenze dell’ultimo scorcio del Quattrocento, fra Bartolomeo ci ha lasciato di lui un primo ritratto eseguito nel 1498, dove lo vediamo raffigurato di profilo, e poi un altro realizzato postumo nei primissimi anni del Cinquecento dove ci viene presentato come un novello San Pietro Martire, l’inquisitore domenicano ammazzato a colpi d’ascia nei pressi di Seveso nel 1252 da quegli stessi eretici che si apprestava a far condannare.

Girolamo Savonarola e due confratelli al rogo per eresia: la cronaca

Quando realizzò quest’opera, fra Bartolomeo doveva aver ben presente il terribile spettacolo cui aveva assistito nella mattinata del 23 maggio del 1498. Quel giorno, pur nella vastità di piazza della Signoria ed alla presenza di una folla immensa, non si sentiva volare una mosca quando alle 8,00 in punto, sotto al palco eretto per accogliere le autorità religiose e civili della città, iniziarono le cerimonie della degradazione che sarebbero durate “per spazio di due grosse hore”, come scrisse un testimone oculare.

Al centro di tutto e tutti si trovavano in ginocchio tre frati impauriti: oltre a Girolamo Savonarola, i suoi confratelli Silvestro Maruffi e Domenico da Pescia. Il giorno prima, al termine di un processo che aveva suscitato la spasmodica attenzione dell’opinione pubblica del tempo, erano stati riconosciuti colpevoli di essere “eretici, scismatici ed induttori di nuova setta”, e come tali condannati alla perdita della dignità sacerdotale con conseguente consegna al braccio secolare, per l’esecuzione della loro condanna a morte a mezzo d’impiccagione ed il successivo incenerimento dei corpi.

La lettura della confessione estorta a Savonarola

Prima che iniziasse il macabro spettacolo fu data lettura per sommi capi della confessione resa dal Savonarola il quale, dopo aver subito alcuni tratti di corda e trascorso un’intera giornata issato sul cavalletto, aveva ammesso fra l’altro di: “non haver observato la scomunica; essersi fatto rivelare confessioni da frate Silvestro; haver affermato di havere visioni divine per honore suo e per darsi riputatione; haver bestemmiato Dio”, aggiungendo poi di aver fatto tutto ciò perché: “la mia superbia, pazzia e cecità mi imbarcarono a questo”. Ammise anche di non aver voluto confessarsi per non dover rivelare la propria impostura, ma ciononostante aveva celebrato messa e si era comunicato, così commettendo un sacrilegio.

Così, se il simoniaco papa Alessandro VI Borgia, contro il quale fra Girolamo aveva dato inizio ad un durissimo scontro verbale ed epistolare a distanza (finendo col perderlo), aveva concesso loro in extremis un’indulgenza plenaria che li avrebbe riscattati dalle pene del purgatorio, prima d’approdare in paradiso i tre avrebbero però dovuto saldare in terra il loro conto con l’umana giustizia.

La riduzione allo stato laicale e la brutale esecuzione

Nessuno sconto invece ci fu quanto alla durezza d’una condanna che, traendo origine dal cerimoniale con cui l’esercito dell’antica Roma espelleva dai propri ranghi i soldati indegni, iniziò con la riduzione dei tre allo stato laicale. L’incaricato vescovile, pronunziando le formule prescritte per l’occasione, li spogliò dell’abito sacro e poi rasò e lavò loro le mani, il viso e la testa per simboleggiare l’eliminazione della tonsura e la rimozione dell’olio santo usato per l’unzione delle mani.

Furono infine condotti scalzi al patibolo eretto al termine d’una piattaforma di legno che s’allungava nel mezzo della piazza, fatti salire su una scala a pioli e impiccati con collari di ferro stretti intorno al collo per impedire che, una volta appiccato il rogo, i loro corpi cadessero anzitempo nelle fiamme.

Girolamo Savonarola al rogo: cronaca dell’esecuzione del frate carismatico
Esecuzione di Girolamo Savonarola – Filippo Dolciati 1498 – Museo di San Marco – Firenze

Non appena furono spirati, si diede fuoco al mucchio di paglia e legna che in un paio d’ore ne consumò i cadaveri, mentre gli spettatori, cui la Signoria aveva offerto un rinfresco, li bersagliavano con sassi, sputi ed altri oggetti contundenti. Le ceneri ed i poveri resti carbonizzati dei tre furono poi raccolti e gettati in Arno, perché di loro non restasse la benché minima reliquia.

La morale lasciata da fra Girolamo Savonarola

Così si concluse l’avventura terrena di fra Girolamo Savonarola, ferrarese di nascita ma fiorentino d’adozione che, coi sermoni infuocati in cui predicava il rifiuto del lusso ed il ritorno ad una morale rigorosa, aveva inizialmente conquistato non solo gli strati più umili della popolazione, ma anche gran parte della piccola borghesia cittadina, grazie al carisma che lo faceva apparire agli occhi dei più come un profeta in stretto contatto con l’Altissimo.

Peccato che con quel messaggio egualitario e radicale, dopo aver trasformato con le ronde dei suoi esagitati “piagnoni” una città un tempo gaudente e festosa in un mortorio, non tardò ad inimicarsi gli ambienti conservatori e benestanti, oltreché quelli più laici, sempre meno propensi a lasciarsi condizionare dai richiami apocalittici di un cattolicesimo integralista.

Il suo misticismo, l’ardore evangelico e l’intransigenza dogmatica, per quanto sinceri, furono forse le ultime manifestazioni di un Medioevo in fase d’avanzato declino ed ormai entrato in rotta d’insanabile collisione coi nuovi ideali umanisti, che avevano fiducia in un Uomo che, anziché diventarne la vittima, fosse l’artefice del proprio destino.

Alla fine questo arruffapopolo demagogo e visionario, vissuto da santo e morto da martire, fu fatalmente travolto dalle passioni che lui stesso aveva aizzato, venendo letteralmente ridotto in cenere nello stesso luogo dove, poco più di una anno prima, aveva appiccato il fuoco al “falò delle vanità” ordinando che vi fossero bruciati come contrari alla morale cattolica, oltreché gioielli, profumi ed abiti lussuosi, anche numerosi capolavori di quel Rinascimento che, dopo tutto, ebbe la meglio su di lui e sulle sue idee ormai fuori tempo massimo.