@trentaminuti > Storia > Personaggi della storia > Girolamo Savonarola: breve biografia di un frate scomodo

Girolamo Savonarola: breve biografia di un frate scomodo

Girolamo Savonarola: breve biografia di un frate scomodo

Negli anni compresi più o meno fra il 1470 ed il 1490 il carnevale a Firenze, come in tante altre città d’Italia, si celebrava per le strade con grande allegria e concorso di popolo, in un misto di buffonate, scherzi osceni, canzoni sboccate, mascherate varie e persino con un micidiale tiro al bersaglio fra bande di quartieri rivali, che fra sassate e lanci di fionda lasciava sul terreno parecchi feriti gravi e spesso persino qualche morto.

I ragazzini non si facevano scrupoli ad estorcere denaro ai passanti, molestandoli dalle finestre con lunghe pertiche di legno in cima alle quali era posto un sacchetto per la raccolta delle monete. Persino Lorenzo il Magnifico in gioventù aveva preso parte a queste scorribande e composto per l’occasione poesie e canzonette scurrili.

Girolamo Savonarola: le sue austere prediche

In concomitanza però con l’affermazione in città della figura carismatica di fra Girolamo Savonarola, Priore del Convento domenicano di San Marco noto per le sue prediche infuocate ed apocalittiche che attiravano migliaia di ascoltatori, pian piano questa occasione di fare baldoria iniziò ad essere considerata alla stregua di un’ignobile festa pagana, di cui il demonio si serviva per fare incetta di anime.

Potrebbe interessarti: Giulio Cesare Vanini: breve biografia di un filosofo scomodo

Così i “piagnoni”, come venivano comunemente chiamati i fanatici sostenitori di fra Girolamo perché abituati a scoppiare in lacrime all’ascolto dei severi ammonimenti del loro idolo, con la copertura politica del gonfaloniere di giustizia della Signoria e della maggior parte dei componenti del Consiglio degli Otto, imposero un severo regime penitenziale a quella città solitamente gaudente e spensierata.

Per farlo non esitarono a ricorrere all’aiuto di quelle stesse bande di ragazzini che fino a pochi anni prima, in occasione del carnevale, si erano divertiti a crepapelle, ma ora venivano abilmente manipolati dal Priore di San Marco e dai suoi accoliti con la promessa di un approdo sicuro in Paradiso come “eletti di Dio”, a condizione però che con la loro “innocenza ed onestà” spazzassero via le cattive abitudini dei “vecchi inveterati nel far male”.

A quei “figliuolini” e “giovinetti” di età compresa fra i dodici ed i vent’anni circa, dopo un prolungato lavaggio del cervello, fra Girolamo ed il suo braccio destro Domenico da Pescia si rivolsero dunque con esortazioni e lettere ordinando loro, “se avete alchuna fede, alchuna pietà…et alchuno desiderio delle magne gratie a voi repromesse”, di “purghare tucto el contado, tucte le ville, tucte le case fuori di Firenze, come innanzi la Quadragesima (cioè: la Quaresima) purgaste epsa città, da qualunque istrumento di gioco e da tucte le disoneste o vane picture et sculpture et altre simili cose inutili , vane e lascive”.

Come dei talebani ante litteram, quelle bande di ragazzini infervorati dalle suadenti parole del loro ispiratore all’avvicinarsi della Quaresima del 1497 si riversarono dunque per le strade di Firenze e del suo contado per fare incetta, con le buone o con le cattive maniere, degli oggetti considerati sacrileghi soltanto perché suscettibili di provocare piacere o divertimento a chi li possedesse.

Potrebbe interessarti: Il rogo della bolla Exsurge Domine, la scomunica di Martin Lutero

L’austerità di Girolamo Savonarola

Di conseguenza, al costo di prendere a sputi o bastonate tutti quanti a loro giudizio non si conformavano al generale clima di “austerity” reclamato da fra Girolamo, quei “figliuolini” raccolsero in pochi giorni una montagna non soltanto di carte da gioco, dadi, specchi, scacchi, cosmetici, parrucche, fermagli per i capelli, boccette di “odori lascivi” (cioè quei profumi tanto necessari in tempi in cui l’acqua ed il sapone si usavano poco) ed abiti eleganti, ma anche purtroppo di preziosi dipinti dai soggetti pagani, sculture, strumenti musicali, tessuti pregiati e libri considerati “sporchi” solo perché scritti dai grandi autori classici greci e latini.

Il falò delle vanità

Al culmine di tanto parossismo, il 7 febbraio di quell’anno, primo giorno di Quaresima, nel bel mezzo di piazza della Signoria fu poi organizzato il “falò delle vanità”, un lugubre rogo sul quale andarono in fumo, oltre a tutto il resto, centinaia d’opere d’arte dal valore inestimabile, compresi libri preziosissimi quali le prime edizioni a caratteri mobili dell’Eneide piuttosto che dell’Iliade o Odissea, quadri del Ghirlandaio, del Botticelli, del Perugino e di tanti altri maestri del primo Rinascimento. In cima a quella mostruosa piramide fu collocata un’immagine del demonio, che andò ovviamente in fumo insieme a tutto il resto, fra i canti di quegli esaltati spettatori.

Tanta furia iconoclasta però non restò senza conseguenze. I “compagnacci” infatti, cioè i sempre più numerosi avversari dei “piagnoni”, che già da tempo non sopportavano più quell’aria mefitica, dopo aver assistito inorriditi ad un simile scempio, pensarono bene d’organizzarsi e passare all’azione.

I tentativi di screditare Savonarola

In un primo tempo si ricorse alla diffusione sempre più frequente di “frottole” consistenti nell’affissione in punti strategici delle strade o alle porte delle principali chiese cittadine di filastrocche ingiuriose, dove si additavano i sostenitori del frate come un branco di creduloni superstiziosi, una massa di “donnicciole” facilmente incantabili dalle trame di quell’impostore a sua volta tacciato d’essere un “ermafrodita ed un sifilitico” o persino un “sodomita” a causa della sua frequentazione di tutti quei ragazzini.

Anche alcuni poeti, quali il pistoiese Tommaso Baldinotti, presero via via coraggio, accusando il Savonarola di “latrare” ed essere “un seductore del popul fiorentino”. Anzi: “ tu se’ quel huom / ch’hai messo in precipitio / l’italico paese, e tutto guasto”. E questo perché, essendosi schierato in chiave anti-medicea a fianco dell’invasore re Carlo VIII di Francia, aveva di fatto impedito alla città di riottenere Pisa.

Giovanni Cairoli: il concorrente di Savonarola

Contro lo scomodo predicatore non tardò nemmeno a levarsi il “fuoco amico”. Il frate domenicano Giovanni Cairoli, del Convento di Santa Maria Novella “concorrente” in chiave filo-papale di quello di San Marco, iniziò infatti a tuonare contro il rivale, definendolo “falso profeta”. E discorsi non dissimili si udirono dal pulpito della Chiesa francescana di Santa Croce, dove il Savonarola fu accusato di essere un agente al soldo del Duca di Milano.

La durezza delle sue prediche quaresimali, di poco successive a quel rogo sciagurato, finì poi col rinsaldare le varie frange dell’alleanza anti-savonaroliana intorno alla figura di Papa Alessandro VI Borgia, anche lui mosso dal risentimento nei confronti del Savonarola, avendo quest’ultimo apposto uno “sprezzante rifiuto” all’ordine formulato dal Papa d’integrare il Convento di San Marco nella Congregazione tosco-romana, studiata appositamente per imbrigliare quei frati ribelli.

La scomunica al frate scomodo

La scomunica con cui Alessandro VI fulminò il Savonarola a pochi mesi di distanza dal “falò delle vanità”, costituì dunque il primo passo della mesta processione che, nel maggio del 1498, avrebbe visto l’ormai reietto fraticello insieme a due suoi confratelli salire i gradini del patibolo eretto nel punto esatto dove era stato acceso il “falò delle vanità”. Purtroppo per loro, ad andare in fumo questa volta sarebbe stato qualcosa di diverso dalle opere d’arte!