@trentaminuti > Storia > Fatti ed eventi storici > GregorioXI: il ritorno del Papa dalla cattività avignonese

GregorioXI: il ritorno del Papa dalla cattività avignonese

gregorio xi
Giorgio Vasari, Gregorio xi torna a Roma da Avignone (Affresco in Città del Vaticano)

Il 17 gennaio del 1377 i Romani accorsero numerosi alla porta di San Paolo per non perdersi quello storico avvenimento, ma al tempo stesso per fare baldoria: cavalcando una mula bianca e con in capo un grande cappello da pellegrino, dopo esattamente settant’anni e cinque mesi di assenza dall’Urbe (eccezion fatta per la breve comparsa di Urbano V un decennio prima) finalmente un Papa, il francese Gregorio XI, rimetteva piede nella Città Eterna, raggiungendo la Basilica di San Pietro sul finire di una tiepida giornata, alla luce di migliaia di fiaccole.

La partenza di Gregorio XI da Avignone

Il viaggio era stato lungo e pericoloso, essendo durato più di quattro mesi, perché Gregorio era partito il 13 settembre precedente dal porto fluviale di Avignone, dopo aver letteralmente dovuto scavalcare dei propri genitori, fratelli e sorelle che, distesi per terra ed in lacrime, cercavano di convincerlo a restare.

Arrivato a Marsiglia, il pontefice si era poi imbarcato alla volta dell’Italia su un convoglio di 22 galee, insieme ai pochi cardinali che avevano accettato di seguirlo.
Le tempeste autunnali, oltre a trasmettergli sinistri presagi, avevano costretto le imbarcazioni a sostare in numerosi approdi di fortuna e persino in porti dove imperversava la peste, come quello di Varazze. Esausto, Gregorio XI era finalmente giunto a Genova il 18 ottobre e, sconvolto dai pericoli di quella traversata, forse già meditava di fare marcia indietro.

Il soggiorno dalla nobile Orietta scotti

Provvidenziale però fu l’incontro avuto in quella città con la sua “musa tutelare”, che a sua volta lo aveva discretamente accompagnato via terra, camminando a piedi scalzi su sentieri fangosi ed impervi.

Solo, avvolto in una mantella nera e facendosi strada nelle strette viuzze della zona portuale con una lanterna, il Santo Padre l’aveva raggiunta in casa della nobile Orietta Scotti, dove alloggiava da qualche giorno passando il tempo ad incontrare teologi, professori, giuristi e tutta quella marea di persone d’ogni ceto e condizione sociale che volevano incontrarla anche solo per toccarle la veste e già la chiamavano “la Santa”.

Dello stesso autore potrebbe interessarti: Amedeo VIII di Savoia: breve biografia di un Duca che divenne Papa

L’incontro con Santa Caterina da Siena, al secolo Caterina Benincasa

Appena lo vide, l’esile figura della mistica senese Caterina Benincasa (la futura Santa Caterina da Siena) gli si gettò ai piedi, iniziando a pregare e parlare fitto fitto con lui per tutta la notte. “Dio mio, non permettere che il tuo Gregorio si lasci influenzare dall’istinto dei sensi!”: questa ed altre invocazioni levò al cielo quella sera la mantellata domenicana, nota per i suoi digiuni e le estasi che sgomentavano i suoi contemporanei, ma anche per l’ardire con cui lei, donna semi-analfabeta, in un mondo tutto al maschile si rivolgeva con lettere a volta dure e sferzanti, a volta piene d’umanità, a re, imperatori, capitani di ventura, papi ed alti prelati.
“Orsù, Babbo Santo!

Accendetevi di grandissimo desiderio e non mirate a nessuna contraddizione ma, come uomo virile, venite senza alcun timore e con la croce in mano, come mansueto agnello”: così si legge in una delle tante lettere da lei spedite allo stesso Gregorio, quando ancora risiedeva ad Avignone, per spingerlo a tener fede al proposito di ricongiungersi con la sua “sposa” (cioè con Roma) di cui era il vescovo e dove si trovava la tomba di Pietro.

Poiché però pareva che le esortazioni scritte non bastassero, ecco allora che Caterina si era messa in viaggio nel maggio del 1376 per raggiungerlo in quella città “piccola ed affollatissima” in cui, per dirla col Petrarca che vi aveva vissuto, “non c’è devozione, né fede, né rispetto, né timore di Dio, né alcunché di santo”, perché frequentata più da affaristi, bottegai, opportunisti e parassiti in genere, che da fedeli sinceri.

Lì Caterina, sfidando la manifesta ostilità della curia pontificia che non ne voleva sapere di allontanarsi da quella sorta di “bengodi”, era finalmente riuscita coi suoi discorsi appassionati a fare breccia nell’animo sensibile di Papa Gregorio, un buon uomo sui cinquant’anni che però pareva già un vecchio, malaticcio ed ansioso com’era, convincendolo finalmente a partire.

La fine della cattività avignonese

Se quell’ingresso trionfale scriveva dunque la parola “fine” sulla cosiddetta “cattività avignonese” del papato, i due non potevano certo immaginare che il fisico di Papa Gregorio, già debilitato dalla malattia, non avrebbe retto allo sforzo di quel viaggio disagevole ed alle preoccupazioni causategli dalle turbolenze degli Stati italiani, tanto da fargli rendere l’anima a Dio poco più di un anno dopo il suo ritorno a Roma, con ciò aprendo la strada al Grande Scisma d’Occidente.