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Hieronymus Bosch e “La nave dei folli”: interpretazione del capolavoro dell’artista olandese

“La nave dei folli”, di Hieronymus Bosch, 1494, Museo del Louvre, Parigi

Il termine “pazzo” deriva dal verbo latino “patior” che significa “soffrire”. E forse soltanto chi ha provato sulla sua pelle le conseguenze di qualche disturbo depressivo può capire come il dolore di origine psicologica non abbia uguali, in termini di sofferenze causate a chi ne viene colpito, fra quelli di natura fisica.

Ma se il tema della pazzia in tempi moderni fino quasi ai giorni nostri è stato spesso trattato con imbarazzo o vergogna, come una realtà da nascondere o semmai di cui occuparsi al riparo da occhi indiscreti, nel Medioevo veniva classificato come la semplice antitesi della prudenza: il “patiens” era cioè colui che si comportava diversamente o, per meglio dire, in maniera opposta al “prudens”, e per questo era destinato a soffrire.

Se però ci fu una “epoca d’oro” della follia, questa fu il Rinascimento e più in particolare i decenni compresi fra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo, che le attribuirono un significato di grande importanza, tanto da farne il tema di fondo ricorrente non solo di capolavori artistici e letterari, ma anche di un genere musicale a sé stante, di origine iberica, chiamato per l’appunto “la Folia” (sì, con una “L” sola), poi ripreso con crescente successo anche da grandissimi compositori quali Vivaldi, Corelli e J.S. Bach.

Fra i più noti pittori che presero la pazzia come soggetto di alcuni loro lavori, oltre ai tedeschi Durer e Bruegel, ci fu il fiammingo Hieronymus Bosch che nel 1494 dipinse “La nave dei folli”, ora esposta presso il Louvre di Parigi.

L’autore, sicuramente influenzato dal poemetto satirico “das Narrenschiff” (che significa per l’appunto “La nave dei folli”) dato alle stampe in quello stesso anno da Sebastian Brant, riprese un motivo ricorrente nella letteratura d’allora, che giocava sul bisticcio di parole intercorrente fra il sostantivo latino “navis” e la “navata” di una chiesa, anticipando di qualche decennio temi che sarebbero stati fra le colonne portanti della Riforma luterana.

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Ma la nave dipinta da Bosch richiama anche una pratica piuttosto diffusa a quei tempi, perché i “dementes” non solo mancavano di senno, ma quasi sempre anche di fissa dimora, famiglia ed affetti stabili, cosicché non di rado venivano allontanati o per meglio dire semplicemente spostati da una città all’altra, a mo’ di “pacchi postali”, su barconi fluviali affidati a battellieri.

Questi ultimi per motivi di sicurezza, ma anche rifacendosi ad ancestrali tradizioni di origine tribale, mettevano in scena un particolare rito d’allontanamento, di separazione, che quasi sempre si teneva nottetempo perché la “dementia” era considerata un elemento oscuro e buio, ben diverso dalle certezze che popolavano le luminose giornate dei “prudentes” o “savi” che dir si voglia.

In letteratura, oltre all’Ariosto che impiegò più di un quarto di secolo per rifinire il suo “Orlando Furioso” e così narrarci le gesta dell’eroico cavaliere che “per amor venne in furore e matto / d’uomo che sì saggio era stimato prima”, componendo quello che ancora rimane il “poema della follia” per eccellenza, chi ad essa dedicò addirittura un “Elogio” fu il famoso Erasmo da Rotterdam, una fra le menti più geniali ed acute dell’intero Rinascimento europeo.

Grande amico dell’inglese Tommaso Moro, in casa del quale risiedette a lungo, proprio in suo onore scrisse il capolavoro intitolato in greco “Morìas Enkomion”, cioè “Elogio della Follia”, dove la scelta del termine “Morìas” costituisce un gioco di parole che richiama con tutta evidenza il cognome del suo ospite.

Erasmo, che scrisse la sua opera principale, di fondamentale importanza per l’Umanesimo Cristiano, di getto e quasi per gioco, non poteva certo prevedere che la stessa avrebbe riscosso un successo tanto immediato, quanto clamoroso.

Per lui la follia costituisce paradossalmente un segno di conoscenza e razionalità perché, in assenza di certezze e punti fermi, spinge l’uomo a rifugiarsi nella fede, facendone un esercizio di vita. Al contrario, i tantissimi che, loro sì agendo da veri “dementes”, spinti da amor proprio o avidità rincorrono i falsi idoli costituiti dal potere o dalla ricchezza, la vita finiscono per perderla.

In anni in cui persino Giovanna di Castiglia, madre dell’uomo più potente del mondo d’allora, l’Imperatore Carlo V d’Asburgo, fu definita o fatta passare per “Loca”, ecco dunque che la follia, per Erasmo e non solo, dopo tutto non è che una forma d’espressione della suprema saggezza.