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Il “Nika”: breve storia della più grande rivolta pubblica dell’antichità

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Col termine Nικα (“Nika“, cioè “Vinci tu!) si designa uno dei maggiori tumulti urbani mai avvenuti nel mondo antico, un’insurrezione popolare che scosse dalle fondamenta l’Impero Bizantino, facendo tremare il trono dell’Imperatore Giustiniano I, per poi esaurirsi in un bagno di sangue costato fra le 30.000 e le 50.000 vittime.

Molteplici furono le cause: in primis, dopo i terremoti che fra il 526 ed il 528 avevano raso al suolo Antiochia e Laodicea, la coppia imperiale composta da Giustiniano e Teodora aveva un disperato bisogno di quattrini per le opere di ricostruzione, donde l’alacrità con cui l’allora “ministro delle finanze”, Giovanni il Cappadoce, esacerbava gli animi dei sudditi, da un lato spremendoli con un’imposizione fiscale vessatoria, dall’altro tagliando servizi pubblici essenziali come quello postale, che all’epoca serviva anche da vettore per la distribuzione delle derrate alimentari, con la conseguenza che i prodotti agricoli iniziarono a marcire nei depositi e la gente a patire la fame.

Per par suo il “ministro della giustizia” Triboniano, principale redattore del Corpus Iuris Civilis, non disdegnava di vendere le cause al miglior offerente, contribuendo allo scontento generale. Da cassa di risonanza di simili tensioni fungeva l’ippodromo, dove si fronteggiavano due distinti gruppi di “ultras” ante litteram: gli Azzurri ed i Verdi. Pur parteggiando per i primi, all’inizio del 532 Giustiniano decise di punire severamente certi violenti scontri fra queste bande rivali condannando salomonicamente a morte alcuni estremisti dell’una e dell’altra fazione, col risultato però di farsi odiare da tutti.

Così, l’11 gennaio di quell’anno in occasione della disputa delle corse alla presenza dell’Imperatore, anziché i soliti cori di sfida fra le avverse fazioni, nell’ippodromo si udì levarsi un’acclamazione mai sentita prima, proveniente da tutta l’arena: “Lunga vita ai Verdi ed Azzurri, per la loro umanità!”. Per la prima volta, messi da parte i vecchi rancori, gli uni riconoscevano agli altri quella “umanità” (in greco “filantropia”) da sempre riservata al solo imperatore. Da migliaia di voci subito salì l’urlo “Nika, Nika, Nika!“, “Vinci, vinci, vinci!”, rivolto ancora una volta non a Giustiniano, bensì all’altra fazione, quasi si trattasse d’una chiamata all’azione.

Dal dire si passò subito al fare: una folla inferocita uccise i soldati di guardia, appiccò il fuoco alla prefettura, al Senato e persino alla basilica di Santa Sofia, attaccò il Sacro Palazzo e liberò i prigionieri dalle carceri.

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Saccheggi, devastazioni ed ammazzamenti continuarono fino al 18 gennaio, quando Giustiniano si presentò di fronte al suo popolo ancora una volta riunito nell’ippodromo per recitare una sorta di “mea culpa” pubblico, comunicare la sostituzione di una serie di ministri e promettere il perdono generale a condizione però che tornasse la calma.

Cogliendone la debolezza la folla, anziché accontentarsi, iniziò a dargli dell'”asino” e lo costrinse a ritirarsi di nuovo, questa volta issando sul palco imperiale al suo posto tale Ipazio, nipote del defunto Imperatore Anastasio, subito rivestito delle insegne del potere.

Quando era ormai pronto per fuggire, Giustiniano fu però trattenuto dalla moglie Teodora con un discorso da consumata attrice in cui lo esortò a preferire la morte ad una fuga ignominiosa ricordandogli che, secondo le parole di Isocrate, “il potere è uno splendido sudario” che non ci si può levare di dosso una volta che lo si è rivestito.

Ricredutosi, Giustiniano diede allora ordine ai generali Belisario, coi suoi Goti, e Mundo, a capo degli Eruli, di sprangare le vie di fuga di quello stesso ippodromo dove Verdi ed Azzurri stavano festeggiando la loro effimera vittoria, per poi fare irruzione nell’arena armati fino ai denti.

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L’immensa folla accalcata ed inerme non poté opporre alcuna resistenza di fronte a quelle furie scatenate che ne fecero strage in quello che probabilmente fu il giorno più cruento di tutto il primo millennio della nostra era. Quell’immane bagno di sangue segnò il trionfo, oltre che di Giustiniano, anche di Teodora da allora in poi fu celebrata come “luce saggia che brilla sugli uomini” e “Signora”, anche se prima di sposarsi era stata solo una cortigiana.