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Il processo a Luigi XVI: la ghigliottina si avvicina

Il processo a Luigi XVI

Da qualche tempo l’aria che si respirava nella prigione della “Grande Tour du Temple”, in pieno centro di Parigi, era persino più stantia ed ammorbata del solito. In seguito alla soffiata di un giovane fabbricante di serrature, fra le rovine del Palazzo delle Tuileries, devastato durante i sanguinosi tumulti del 10 agosto precedente da una folla inferocita, era stata da poco ritrovata una cassa di ferro accuratamente nascosta nella quale, fra tanti documenti innocui, ce n’erano però anche di compromettenti.

I documenti compromettenti di Luigi XVI: la prova del suo tradimento verso il popolo

Agli occhi dei rappresentanti della fazione giacobina della Convenzione, questi ultimi costituivano una prova inequivocabile del tradimento della nazione messo in atto da “Luigi l’Ultimo”, come beffardamente i più esagitati fra i rivoluzionari avevano ribattezzato colui che era stato fino a pochi mesi prima, almeno formalmente, il loro re.

Non per niente i soldati di guardia lo provocavano crudelmente, tracciando su un muro situato proprio davanti alla sua cella graffiti raffiguranti “la ghigliottina permanente” che da qualche mese funzionava a pieno ritmo nel bel mezzo della “Place de la Révolution”, proprio nel punto in cui fino a poco prima sorgeva la statua equestre di Luigi XV, poi abbattuta.

D’altra parte, contestualmente alla vittoria riportata dell’Armata francese il 20 settembre di quello stesso 1792 a Valmy contro l’esercito austro-prussiano, erano ormai svaniti i timori di un intervento straniero in chiave anti-rivoluzionaria e di conseguenza l’ormai ex re Luigi XVI non poteva più contare su possibili salvatori esterni, almeno nell’immediato.

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L’inviolabilità del re revocata: la ghigliottina si avvicina

Sì, è vero, era ancora in vigore quella sorta di ultimo baluardo rappresentato dalla Costituzione del 1791, che aveva dichiarata inviolabile la persona del sovrano, ma per venire a capo del “busillis” la Convenzione nominò una speciale commissione che in pochi giorni di lavoro produsse un rapporto dove si affermava che: “l’inviolabilità del sovrano, essendo stata concessa dal popolo, dallo stesso poteva essere revocata”.

Venuta così a cadere anche quest’ultima esile garanzia, restava da stabilire soltanto come sbarazzarsi dell’ex-monarca. I più estremisti fra i deputati, fra i quali spiccava Saint-Just, sostenevano che Luigi fosse un criminale per il solo fatto di essere re e pertanto meritasse la morte senza nemmeno uno straccio di processo.

Il processo a Luigi XVI

Tuttavia la Convenzione decise a maggioranza di sottoporlo a “regolare” giudizio, affinché l’opinione pubblica in Francia, come all’estero, non potesse dubitare della legittimità di quella che già tutti immaginavano sarebbe stata una sentenza di colpevolezza.

Fu così che l’11 dicembre del 1792 Luigi “Capeto” verso mezzogiorno vide entrare nella sua cella il sindaco di Parigi, accompagnato dal procuratore della Comune e dal comandante della Guardia Nazionale, che gli intimarono di prepararsi per essere immediatamente condotto al banco degli accusati, davanti alla Convenzione Nazionale.

Il processo a Luigi XVI
Parte del testamento di Luigi XVI

Quando poco dopo si trovò faccia a faccia col giudice Bertrand Barère, uomo colto ed elegante, ma pieno di veleno anti-monarchico e perciò soprannominato “l’Anacreonte della ghigliottina”, che iniziò a tempestarlo di domande che comportavano risposte più o meno obbligate, si rese subito conto che la sua sorte era segnata, tanto che nemmeno una settimana dopo fece testamento.