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Il riassunto dello scandalo della Banca Romana

Riassunto dello scandalo della banca romana

A veder bene, il riassunto dello scandalo della Banca Romana sembra l’estratto di un fatto odierno. Sebbene sia accaduto a fine dell’800, conserva tutti gli ingredienti di vicende che accadono ancora ai giorni nostri. La sintesi di quello vicenda, infatti, risiede nella corruzione e nell’illegalità che oggi come allora, soprattutto in ambienti potenti, è un modo di operare che si perpetua senza fine.

Il compendio dello scandalo della Banca Romana è che alla fine della caso ci fu un processo senza condanne. Come sempre, i grandi nomi ne uscirono indenni. La vicenda ebbe luogo nel 1893.  In sintesi, emerse uno scandalo che aveva per protagonista la Banca Romana la quale, insieme ad altri cinque istituti, era autorizzata all’emissione di cartamoneta.

La banca in questione, forte di questa possibilità, commise delle illegalità, per molto tempo tenute nascoste, grazie anche al coinvolgimento di esponenti politici di primo piano. Una versione più dettagliata della storia dello scandalo della banca romana è disponibile qui.

Il riassunto dello scandalo della Banca Romana: le illegalità e le inchieste

Dal 1883, nel riunito regno sabaudo, per finanziare la grande espansione edilizia che stava avvenendo a Roma fu concesso, agli istituti bancari che emettevano moneta, di estendere la circolazione cartacea oltre la garanzia aurea prevista. Questa concessione aveva comunque dei limiti ben definiti.

Davanti a palesi irregolarità connesse a questa operazione, nel 1889 il ministro Miceli promosse un’inchiesta amministrativa sulle banche di emissione. L’inchiesta appurò l’esistenza di gravissime falle nell’amministrazione della carta moneta messa in circolazione dalla Banca romana. L’istituto emise, rispetto al limite concesso, ben 25 milioni in più. Fu anche appurato un ammanco di cassa di 9 milioni, ‘sanato’  dal governatore della banca, Bernardo Tarlongo, mediante l’emissione di una serie duplicata di biglietti falsi.

Per decisione del ministro Miceli, del ministro del tesoro Giolitti, e su pressione dell’allora presidente del consiglio Francesco Crispi,  la relazione sulle irregolarità fu tenuta nascosta.

Gli abusi commessi dall’istituto di credito erano riconducibili alla assenza di scrupoli di Tarlongo, il quale aveva utilizzato i fondi per crediti speculativi edilizi. Nel frattempo, era scoppiata una grave crisi economica e  i prestiti concessi non rientravano.

Inoltre, la Banca Romana aveva concesso prestiti –  anche dopo l’inchiesta del 1889 – a giornalisti e personaggi politici, tra i quali lo stesso Crispi. Il modus operandi era di rinnovare sempre le cambiali, emesse a fronte dei crediti concessi, senza mai farle rientrare nelle casse della banca.

Cosa grave, erano anche stati elargiti, molto generosamente, dei prestiti a diversi governi, a partire da quello di Depretis del 1876. Lo scopo era di finanziarne la campagna elettorale.

Approfondimento: Lo scandalo della Banca Romana: l’affaire che sconvolse l’Italia

Lo scoppio dello scandalo della Banca Romana

Solo nel 1893 l’economista Maffeo Pantaleoni venne in possesso di una copia dell’inchiesta amministrativa. La consegnò al radicale Napoleone Colajanni, parlamentare ed esponente di punta dell’opposizione, che fece scoppiare lo scandalo.

Venne richiesta l’apertura di un’inchiesta parlamentare.  Giolitti, presidente del consiglio a partire dal 15 maggio 1992, si oppose fortemente a tale iniziativa  e avvio solamente un ulteriore indagine amministrativa.

I risultati furono sconvolgenti. Venne alla luce la circolazione abusiva di biglietti per ben 65 milioni, un ammanco di cassa di 20 milioni e un’emissione di 40 milioni di biglietti falsi.

A quel punto, la maggioranza parlamentare invoco e ottenne una commissione di inchiesta parlamentare. L’obiettivo era di accertare le responsabilità degli uomini politici coinvolti nello scandalo della Banca Romana.

Giolitti fu additato come il maggior responsabile  della vicenda.  In collusione con Tarlongo, che nel frattempo aveva nominato senatore,  fu accusato  di aver manovrato la politica economica della banca. Riconobbe solo di aver ricevuto – e restituito – dei prestiti. Gli furono comunque contestati dei crediti dall’istituto non resi. Negò tutto e si dimise da presidente del consiglio. Fu istituito un processo in cui sia i responsabili della banca che tutti gli esponenti politici coinvolti, vennero assolti. Al termine della vicenda fu istituita la Banca d’Italia, unico ente autorizzato ad emettere moneta.