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Il sacco di Roma del 1527: il più terribile subito dalla Città Eterna

Il sacco di Roma del 1527: il più terribile subito dalla Città Eterna
“Lanzichenecchi”, acquaforte tedesca del 1530 circa.

Le premesse della tragica giornata del 6 maggio del 1527, durante la quale Roma fu devastata dall’ultimo e più terribile “Sacco” della sua storia plurimillenaria, furono poste nel novembre del 1523 quando da un conclave lungo e dall’esito incerto alla fine risultò eletto il Cardinale Giulio de’ Medici (figlio naturale del Giuliano rimasto vittima della congiura dei Pazzi), cui fu imposta la tiara col nome di Clemente VII. “Bon vivant”, liberale e libertino, munifico e spendaccione come tutti i Medici, il nuovo Pontefice era anche un uomo ambiguo ed intrigante, più propenso ad occuparsi di politica che della salvezza delle anime.

In tempi in cui la scena politica europea era dominata da due giganti perennemente in conflitto fra loro per la supremazia continentale, Carlo V d’Asburgo e Francesco I di Francia, dopo che quest’ultimo era caduto prigioniero del primo in seguito alla disastrosa sconfitta patita nella battaglia di Pavia del 1525, Papa Clemente, temendo che il suo Stato restasse schiacciato a tenaglia dallo strapotere di Carlo V diventato padrone sia di Milano che di Napoli, rinnegò l’alleanza con lui stringendone segretamente una col francese ed altri stati della nostra Penisola, tutti riuniti in chiave antiasburgica nella “Lega di Cognac”.

L’imperatore, pur continuando a dichiararsi fedele al cattolicesimo in tempi in cui la riforma luterana si stava diffondendo a macchia d’olio, se la legò al dito e si propose di dare una lezione “a quel cialtrone del Papa”, iniziando a scatenargli contro il potentissimo clan dei Colonna, che con circa 5000 armati costrinsero Clemente ad asserragliarsi in Castel Sant’Angelo, intanto che gli saccheggiavano gli appartamenti privati.

Ma la sua vendetta non si fermò qui, perché nel contempo l’Asburgo ordinò all’esercito che aveva lasciato in Italia dopo Pavia di puntare su Roma. A comandarlo c’era Giorgio von Frundsberg, un signorotto tirolese che aveva assoldato di tasca propria circa 10.000 mercenari lanzichenecchi, in maggioranza protestanti “arrabbiati” i quali, dopo aver stancamente bivaccato per oltre un anno nella Pianura Padana senza soldo, non vedevano l’ora di rifarsi a spese della “grande meretrice” rappresentata ai loro occhi dall’Urbe, e del “faraone” (il Papa) che la governava, per impiccare il quale si erano portati appresso una corda di fili d’oro.

Il solo che, lungo tutta la Penisola, cercò di fermarli fu un altro Medici, l’eroico condottiero Giovanni dalle Bande Nere, che però nello scontro decisivo nei pressi di Mantova ci rimise la pelle, per la disgrazia dei romani e del suo illustre congiunto il Papa, che nel frattempo faceva inutilmente appello a milizie che non aveva, intanto che un eremita scalzo di nome Brandano arringava il popolino dicendo di lui: “Tu, bastardo di Sodoma! Per i tuoi peccati Roma sarà distrutta!”

Il sacco di Roma del 1527: il più terribile subito dalla Città Eterna
“Ritratto di Clemente VII” di Sebastiano del Piombo, 1531, “The Paul Getty Museum”, L.A.

Aveva ragione perché, ormai senza più nemmeno il freno della disciplina imposta loro dal Von Frundsberg, vittima di un colpo apoplettico, la soldataglia lanzichenecca (quasi raddoppiata di numero perché nel frattempo aveva imbarcato avventurieri e malfattori d’ogni nazionalità e credo religioso, cattolici inclusi, tutti accomunati dal miraggio di un ricco bottino) si era ormai accampata davanti alle mura cittadine.

Così, come ci racconta il famoso storico ottocentesco Ferdinand Gregorovius, proprio alla mezzanotte del 6 maggio del 1527, “fu dato il segnale di rompere le righe e allora, con furore diabolico, circa ventimila soldati si riversarono su Roma per saccheggiarla”. In quei precisi istanti, un’orda forsennati tedeschi, ma anche spagnoli ed italiani, armati di lance, picche, alabarde ed archibugi, dopo aver devastato i quartieri di Borgo e Trastevere, travolsero le ultime flebili resistenze opposte da una città ormai allo stremo delle forze e senza difese.

Come belve scatenate, si diedero al saccheggio, allo stupro, alla devastazione ed all’assassinio indiscriminato: poco importa se giovani o vecchi, uomini o donne, cardinali o servi, tutti indistintamente erano fatti oggetto di violenze, ammazzamenti e ruberie. Chi veniva mantenuto in vita, lo era solo per il tempo necessario a fargli confessare dove aveva nascosto i propri averi, ma poi veniva trapassato o gettato da una finestra. Incendi e distruzione ridussero la Città Eterna in macerie, provocando la morte forse fino a dodicimila persone, i cui cadaveri furono gettati nel Tevere o lasciati insepolti sul selciato delle strade.

Si trattò di un assalto feroce che, in un impeto di furia iconoclasta, non risparmiò nulla e nessuno. Chiese, monasteri, tombe … tutto fu razziato e devastato perché quei barbari non riuscivano a riconoscere il valore delle opere d’arte e di conseguenza quanto non poteva essere fuso, veniva distrutto.

Anzi, a loro modo di vedere, distruggendo affreschi e statue, disperdendo reliquie, bruciando biblioteche e stuprando monache, erano persino convinti di rendere un servizio a Dio.


Informato dell’accaduto, Carlo pilatescamente declinò le proprie responsabilità, approfittando addirittura della situazione per imporre una pace umiliante al Papa. Quest’ultimo, salvatosi per un soffio dopo essersi precipitosamente rinchiuso in Castel Sant’Angelo, da quel giorno non si sarebbe più raso e fino alla morte avrebbe portato la barba espiatoria con cui lo ritrasse Sebastiano del Piombo.

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Quello del 1527 non fu il primo sacco subito dall’Urbe, perché prima d’allora c’erano stati in particolare quelli operati dai Visigoti di Alarico e dai Vandali, ma è rimasto quello più impresso nella memoria collettiva, anche perché ha segnato un fortissimo freno per il Rinascimento italiano. La “Caput Mundi” avrebbe impiegato decenni per riprendersi, riuscendovi però grazie alla prepotente fioritura del barocco ed ai grandi artisti che ne furono i protagonisti.