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Il Veronese, al secolo Paolo Caliari e il processo d’inquisizione

Il veronese, al secolo Paolo Caliari e il suo processo d’inquisizione

Noi pittori ci pigliamo le licenze che si pigliano i poeti e i matti”: così rispose il noto pittore Paolo Caliari, meglio conosciuto come “il Veronese”, al capo inquisitore di Venezia che gli poneva tutta una serie di domande sul perché e sul percome avesse riempito il capolavoro da lui scoperto al pubblico esattamente tre mesi prima, il 18 aprile del 1573, di tanti strani personaggi, animali e situazioni che nulla avevano a che vedere col sacro tema che gli era stato richiesto di raffigurare.

La commissione dell’ultima cena da parte del padre che porta il Veronese all’inquisizione

L’anziano Padre Andrea de’ Buono, appartenente all’Ordine Domenicano, volendo investire quel che gli restava del suo patrimonio familiare in un’opera che lo ricordasse ai posteri, aveva infatti pensato di affidargli il compito di dipingere una “Ultima Cena” che rimpiazzasse quella precedente di Tiziano, andata distrutta un paio di anni prima durante l’incendio che aveva ridotto in cenere il refettorio del suo Convento veneziano: quello di San Zanipolo (cioè: dei Santi Giovanni e Paolo).

Sebbene il compenso propostogli gli sembrasse inadeguato in relazione sia alla mole del lavoro che l’attendeva (il dipinto di un’enorme tela di 13 x 6 metri), sia alla notorietà che già faceva di lui il pittore più in voga della Venezia della seconda metà del Cinquecento, il Veronese accettò quella commissione perché la Chiesa di San Zanipolo era la più importante della città dopo San Marco e poi perché lo stimolava l’idea di realizzare magari un’opera ancora più bella di quella del grande Maestro che, finché era stato in condizioni di lavorare, gli era stato sempre preferito.

Il Veronese e la sua fantasia del dipinto dell’ultima cena

Messosi al lavoro di buona lena, l’artista portò a termine il suo compito con grande rapidità, ma forse dando troppo sfogo alla propria fantasia perché, anziché ritrarre il sobrio banchetto eucaristico a base di pane e vino consumato in un ambiente sacrale da dodici “inviati” (questo, etimologicamente, è il significato del termine “Apostoli”) riuniti attorno al loro Signore poco prima dell’ora suprema, raffigurò una chiassosa combriccola di sguaiati mangiatori evidentemente “su di giri” per il troppo bere e circondati da una variegata corte dei miracoli composta da nani, buffoni, servi di colore, camerieri (di cui uno stranamente colto da epistassi), con l’aggiunta persino di un cane ed un pappagallo, simbolo di lussuria.

Ma l’oscenità principale, agli occhi degli inquisitori, era costituita da Pietro, futura “pietra angolare” della Santa Chiesa Romana, ritratto mentre smembra l’Agnello con le mani, manco fosse un cuoco o un locandiere, intanto che gli altri personaggi dell’opera, agghindati alla stregua dei ricchi frequentatori di qualche villa palladiana, paiono intenti a fare di tutto, fuorché a concentrarsi sulla sacralità del momento.

La presenza poi sul lato destro del dipinto di due soldati armati “alla todesca” pare alludere ai famigerati lanzichenecchi luterani che avevano fatto scempio di Roma nel terribile Sacco del 1527.

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La denuncia del Sant’Uffizio contro Paolo Caliari: il proscesso

Ce n’era dunque abbastanza per far arricciare il naso non soltanto a Padre Andrea, ma anche a tutti i suoi confratelli che, dopo averci pensato sopra, decisero di denunziare il Caliari al Sant’Uffizio che, puntuale, inviò i suoi messi a buttarlo giù dal letto all’alba del 18 luglio del 1573 per sottoporlo a quel fuoco di fila di pericolose domande.

Per fortuna sua, il furbo candore con cui seppe rispondere e che lo portò addirittura a dire che quei due alabardieri tedeschi lui li aveva “messi là, parendomi conveniente che il patron della casa che era grande e ricco, secondo che mi è stato detto, dovesse aver tali servitori”, alla fine convinse gli inquisitori che si trovavano davanti ad un artista al tempo stesso grande, ma stravagante, per non dire del tutto “tocco”, e non invece un eretico perseguibile “cum malleo inquisitionis”.

La pena inflitta al Veronese per il dipinto dell’Ultima Cena

La pena cui fu condannato al termine di quel rapido processo consisté dunque nell’obbligo di cambiare il titolo della sua opera che da quel momento in poi, come lo stesso Veronese avrebbe scritto sul pilastro di testa delle due balaustre da lui raffigurate nel quadro, si sarebbe chiamato: “FECIT.D(omino) CO(n)VI(VIUM) MAGNU(m) LEVI – LUCAE CAP(itulum) V”, ovvero “Fece per il Signor Levi un gran convito, Vangelo di Luca, Capitolo V”. Uscendo dunque il dipinto dall’ambito cristiano, per entrare in quello ebraico, per quei giudici non c’era più motivo d’inquietudine.

Il bellissimo “Convito in Casa Levi”, per il quale l’autore andò a processo con l’accusa di eresia, è oggi ammirabile in tutto il suo splendore ed opulenza cromatica presso la Galleria dell’Accademia, a Venezia.