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Innocenzo XI, al secolo Benedetto Odescalchi: breve biografia del miglior Pontefice del XVII

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“Ritratto del Cardinal Benedetto Odescalchi” di Jacob-Ferdinand Voet, 1660 circa, Museo Poldi Pezzoli, Milano

L’avverbio “minga” (con la “G”!) in dialetto milanese e più in generale lombardo, magari con qualche piccola variante, significa “non” e si usa in posizione posposta. Così, ad esempio: “el me pias minga” vuol dire “non mi piace”.

I romani della seconda metà del Seicento dovettero impararlo in fretta perché nei sacri palazzi, per la prima volta dopo oltre ottant’anni, dai tempi cioè del breve papato di Gregorio XIV che era un varesotto di Somma Lombardo, tornò a risuonare quella che allora nell’Urbe era considerata alla stregua più o meno d’una lingua straniera, tanto più che buona parte della Lombardia si trovava ancora sotto il dominio spagnolo.

Dal conclave del 1676 infatti, dopo quasi due mesi di schermaglie fra cardinali “chigiani” (nominati e formatisi sotto il pontificato di Alessandro VII) ed i loro avversari “altieriani” (devoti cioè al clan familiare dell’appena defunto Clemente XI) uscì eletto a sorpresa un candidato di compromesso, che se non accontentava tutti, quanto meno non scontentava nessuno e che si chiamava Benedetto Odescalchi, un comasco che assunse il nome di Innocenzo XI come segno di riconoscenza nei confronti di Papa Pamphilij, che l’aveva creato cardinale quando aveva soltanto trentaquattro anni. Ispirati dal sempre graffiante Pasquino, i romani lo ribattezzarono presto “Papa-minga” per la sua marcata propensione a rispondere a tutto e a tutti di “no” nella lingua che più gli era familiare.

Uomo integerrimo, morigerato e parco in tutto, il primo “minga” lo riservò al teatro di Tor di Nona, trasformato in granaio, mentre agli altri teatri cittadini impose di tenere soltanto concerti di musica sacra, abolendo ogni spettacolo “leggero” perché considerato frivolo e potenzialmente tentatore. Sulla stessa lunghezza d’onda limitò le possibilità di giocare al lotto e per tre anni di fila abolì totalmente il carnevale, riservando la stessa sorte alla tradizionale regata che si teneva sul Tevere nel giorno di San Rocco.

Ma il “minga” forse più clamoroso, perché del tutto inatteso, lo disse ai suoi parenti ai quali lui, disgustato dagli eccessi nepotistici dei suoi predecessori, proibì persino di mettere piede a Roma, con ciò entrando in conflitto con certi ambienti curiali, abituati a tutt’altro andazzo.

Nato nel 1611 a Como, l’Odescalchi apparteneva ad una famiglia dell’alto patriziato locale, che si era costruita una solida fortuna economica grazie ai suoi interessi sia in campo finanziario che mercantile, in particolare nel commercio della seta.

Dopo aver studiato presso i Gesuiti ed essersi laureato in diritto all’Università di Napoli, il giovane Odescalchi per qualche anno si occupò insieme al fratello degli affari di famiglia, acquisendo così una notevole esperienza in campo economico e finanziario che gli sarebbe risultata preziosa quando, dopo aver sentito una vocazione tardiva, avrebbe preso i voti nel 1640 facendosi subito apprezzare da Papa Urbano VIII come abile amministratore.

Fu però Innocenzo X Pamphilij a nominarlo governatore prima di Macerata e poi della “piazza calda “ di Ferrara, dove il nostro di distinse nella lotta a sprechi e corruzione, oltre che nel calmieramento dei prezzi nel bel mezzo di una grave carestia.

Ricevuta la berretta cardinalizia, dal 1650 al 1656 fu Vescovo di Novara, per poi tornare definitivamente a Roma dove nel ventennio successivo avrebbe ricoperto quegli importanti incarichi curiali che gli permisero di farsi conoscere ed apprezzare da tutti, ponendo così le basi per la sua elezione al soglio di Pietro, avvenuta come già visto nel 1676.

Il suo primo pensiero fu quello di condurre una profonda opera di moralizzazione della Chiesa e più in generale dei costumi, che ovviamente causò non pochi mugugni, anche se ad indignarsi più di tutti fu la famosa regina Cristina di Svezia. Trasferitasi da oltre vent’anni nell’Urbe dopo la clamorosa conversione al cattolicesimo che le era costata la rinunzia al trono svedese, e diventata nel frattempo l’indiscussa “star” dei salotti romani, che lei animava con feste brillanti e libertine, Cristina pare abbia reagito a tutti quei “minga” con tante e tali bestemmie da lasciare di stucco persino i suoi stallieri, pensando seriamente a lasciare Roma, ora che quel Papa così puritano la stava rendendo addirittura più triste della gelida Stoccolma luterana, che aveva abbandonato senza rimpianti.

Attuando una politica sparagnina su tutto, Innocenzo XI in breve tempo rimise in sesto le disastrate casse vaticane, riportando in pareggio il bilancio statale con una serie di tagli alle spese inutili che, se fossimo ai tempi nostri, avrebbero suscitato il plauso di quelli che ora chiamiamo i “Paesi frugali”.

Se in materia dottrinale fu rigoroso e condannò come eretiche dottrine quali il “quietismo” propugnato dallo spagnolo Miguel de Molinos ed il “probabilismo”, non scadde però mai su posizioni estremiste, tanto che incoraggiò persino i tentativi di dialogo sia coi luterani che con gli ortodossi russi, inviando un’ambasciata allo zar Pietro il Grande.

In campo internazionale, in mezzo ai tanti “sì” da lui pronunziati “pro bono pacis”, specie davanti alle continue provocazioni di re Luigi XIV di Francia, fece clamore un fortissimo “minga”, quello da lui fatto pervenire al sultano Mehmet IV quando nel 1683, ergendosi a tutore della cristianità contro la minaccia turca esattamente come aveva fatto circa un secolo prima di lui Papa Pio V nel porre le premesse per la vittoria di Lepanto, il suo intervento risultò decisivo nella costituzione della coalizione di eserciti cristiani che liberò Vienna dall’assedio degli ottomani, bloccandone una volta per tutte l’espansione nel continente europeo.

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”Monumento funebre di Papa Innocenzo XI”, di Carlo Maratta, 1697 – 1704, Basilica Vaticana, Roma.

Il vessillo strappato agli assedianti, sconfitti nella battaglia combattutasi fra l’11 ed il 12 settembre di quell’anno, fu donato da Papa Innocenzo al Santuario della Santa Casa di Loreto, dove ancora si trova custodito come una reliquia.
Ammalatosi gravemente nel giugno del 1689, spirò il 12 agosto successivo, già in odore di santità. Si sarebbe però dovuto attendere fino al 1956, quando Pio XII lo beatificò erigendolo a simbolo della resistenza cristiana contro i nemici della Chiesa, in quegli anni impersonati dall’U.R.S.S. dell’immediato dopo Stalin.