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La battaglia di Lepanto: le navi cristiane contro la flotta ottomana

La battaglia di Lepanto: le navi cristiane contro la flotta ottomana
La battaglia di Lepanto: le navi cristiane contro la flotta ottomana

Sulla carta c’era il controllo del Mediterraneo e per gli storici, le sorti che ha avuto la battaglia di Lepanto, sono state decisive nel determinare l’attuale assetto geopolitico dell’Europa. Combattuta dalle navi cristiane contro la flotta ottomana, se avessero vinto i Turchi la storia dell’Europa e della cristianità avrebbe di sicuro percorso destini diversi.

Indice

 

La battaglia di Lepanto: le navi pontificie contro la flotta ottomana

“Spuntati le unghie, Signore, e combatti, perché ce n’è bisogno!”. Così, alla vigilia del 7 ottobre del 1571, disse al Duca Marcantonio Colonna, comandante delle navi pontificie, il marinaio tornato da una missione di ricognizione nei pressi del braccio di mare antistante il porto di Lepanto, in Grecia, da dove la flotta ottomana era appena uscita.

Anche gli altri comandanti della grande flotta riunita dalla Lega Santa stavano ricevendo le stesse informazioni, a partire dal giovane don Giovanni d’Austria, figlio naturale del fu Imperatore Carlo V e fratellastro del “Rey prudente”, Filippo II di Spagna, che comandava le navi dell’Impero Spagnolo.

Le navi cristiane in campo nella battaglia di Lepanto

Delle oltre duecento galee, supportate da sei enormi galeazze (le corazzate del tempo) che avevano appena imboccato il Golfo di Patrasso, la maggior parte battevano però bandiera veneziana o genovese, oltre ad una presenza poco più che simbolica di legni provenienti dai Ducati di Savoia, Urbino e Toscana, e dai Cavalieri di Malta.

La battaglia di Lepanto: le navi cristiane contro la flotta ottomana
Papa Pio V: il promotore della battaglia di Lepanto

Quella flotta portentosa era partita da Messina alla volta della Grecia, allora in mano turca, si era raccolta per iniziativa dell’energico Papa Pio V che, con un formidabile misto di blandizie e minacce di scomuniche, aveva finalmente convinto i riottosi Principi della Cristianità a mettere da parte le loro diffidenze reciproche e far fronte unitario contro il comune nemico turco.

Flotta cristiana e ottomana a confronto

Anche a seguito della caduta di Cipro, infatti, quello che una volta era stato il “Mare Nostrum” era ormai diventato una sorta di “lago ottomano” e di conseguenza non c’era più tempo da perdere, se si voleva evitare la definitiva capitolazione della civiltà occidentale. A confrontarsi in quello stretto braccio di mare c’erano le due flotte al completo, forti di circa 40.000 uomini ciascuna, cui si aggiungevano altrettanti rematori.

Gli Ottomani, agli ordini dell’ammiraglio Muezzinzade Alì Pascià, disposero la loro flotta nella classica formazione a mezzaluna, con al centro le navi dell’ammiraglio, alla destra quelle di Maometto Scirocco ed alla sinistra (verso il mare aperto) quelle del corsaro Uccialì, cioè il rinnegato calabrese Giovandionigi Galeni.

Davanti a loro presero posizione al centro le navi imperiali di don Giovanni d’Austria insieme ad un buon numero di legni veneziani al comando del Doge Sebastiano Venier. Verso la costa si dispose il resto delle navi veneziane, agli ordini dell’ammiraglio Agostino Barbarigo, ed infine, verso il mare aperto, i genovesi comandati da Gianandrea Doria.

La prima cannonata della battaglia di Lepanto

Una volta giunto a distanza di tiro, don Giovanni pronunziò la famosa frase: “Senores, ya no es hora de deliberar, sino de combatir” (“Signori, ora non è il tempo delle chiacchiere, ma di combattere”), con ciò ordinando di sparare la prima cannonata. Peccato però che l’ala sinistra dello schieramento cristiano, quella cioè di Gianandrea Doria, inaspettatamente si allargò subito verso il mare aperto, dando ai più l’impressione di fuggire, in ciò imitato dal suo dirimpettaio

Uccialì che con le sue navi, con la scusa d’inseguire quelle genovesi, pensò bene di levarsi dalla mischia. Nessuno ha mai potuto spiegare con certezza la ragione di un simile comportamento, che fece persino sospettare che i due fossero d’accordo.

I più però ritengono si sia trattato di un atto di viltà frammisto alla proverbiale tirchieria di un genovese che non voleva perdere i propri legni. Così, le prime imbarcazioni raggiunte dai Turchi furono le pesanti galeazze, fino ad allora ignorate perché ritenute semplici navi da trasporto, senza sapere che esse costituivano l’ “arma segreta” della flotta cristiana, munite com’erano di circa 40 cannoni ciascuna, che al passaggio dei legni nemici aprirono tutti contemporaneamente il fuoco, con un effetto devastante.

La battaglia di Lepanto: le navi cristiane contro la flotta ottomana

Un terzo delle navi turche colano a picco

Da quelle muraglie di fumo e fiamme partì infatti una micidiale raffica di palle in ferro e pignatte incendiarie che colò a picco o danneggiò irrimediabilmente circa un terzo delle imbarcazioni nemiche, con perdite umane considerevoli, quando la battaglia nemmeno era iniziata.

A peggiorare le cose per i Turchi ci si mise anche il vento che iniziò a soffiare contro di loro, non soltanto rendendone più difficile l’avanzata, ma anche accecandoli col fumo delle cannonate avversarie.

La battaglia di Lepanto: il contatto tra le flotte nemiche

Il primo contatto delle flotte nemiche avvenne sul lato verso la costa, dove soltanto l’eroico sacrificio dell’ammiraglio Barbarigo, ucciso da una freccia penetrata nella fessura della sua visiera corazzata, riuscì ad evitare che i nemici oltrepassassero la linea delle navi cristiane, così prendendole fra due fuochi.

Fortuna volle che i rematori (quasi tutti schiavi cristiani) presenti sulla nave del suo avversario Maometto Scirocco, approfittando della confusione, riuscirono a spezzare le catene e liberarsi, non prima però di aver ammazzato i loro vecchi aguzzini, dando così una mano decisiva ai veneziani.

Stesso copione, più o meno, al centro dello schieramento, dove in un inestricabile groviglio di navi ormai avvinghiate le une con le altre da corde ed arpioni d’arrembaggio si combatteva all’arma bianca, dando prova di incredibili atti d’eroismo, a partire dai comandanti.

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L’assalto alla Sultana, nave ammiraglia ottomana

L’anziano Doge Venier si batté come un leone, nonostante una ferita riportata al tallone che aveva dovuto lasciare scoperto a causa dell’artrosi che gli attanagliava i piedi.

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Dopo due ore di massacro partì l’assalto definitivo alla “Sultana”, nave ammiraglia ottomana, ma soltanto quando i Turchi videro la testa mozzata del loro Comandante infilzata su una picca capirono che tutto era perso per loro, mentre da ogni dove si udiva il grido di ” vittoria”.

Ancora una volta in terra greca si era consumata una battaglia decisiva per le sorti dell’Occidente.

Bibliografia: “L’Ultima Crociata” di Arrigo Petacco