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La battaglia di Maratona del 490 a.C.: breve resoconto

La battaglia di Maratona del 490 a.C.: breve resoconto
“Tumulo delle tombe degli Ateniesi morti in battaglia” eretto nella piana di Maratona, V secolo a.C.

“Νενικηκαμεν!” (“Nenikekamen!” cioè “Abbiamo vinto!”): così, secondo la leggenda, avrebbe esclamato appena prima di stramazzare a terra morto per la fatica Fidippide, il primo e più famoso “emerodromo” della storia, dopo aver percorso di corsa i 42 chilometri e 195 metri che separano Maratona da Atene per annunziare ai suoi concittadini che ancora una volta, come diremmo oggi, “Davide ha sconfitto Golia”.

L’esercito greco forte di circa 8/10.000 effettivi aveva infatti appena messo in fuga nella giornata del 12 settembre del 490 a.C. le forze tre o quattro volte superiori inviate da Dario I, l’Imperatore dei Persiani, per chiedere “γην και ύδωρ” (“ghen kai ydor”, ovvero “terra e acqua”), espressione diplomatica che nascondeva il proposito di ridurre l’intera Ellade allo status di provincia vassalla dell’Impero Persiano, che allora si estendeva dalle coste del Mediterraneo orientale sino ai confini dell’India.

Fedele al suo nome che significa “il repressore”, Dario era un principe bellicoso, arrogante e vendicativo, che certo non non poteva tollerare le ribellioni, tanto meno quelle scoppiate fra il 499 e il 493 a.C. nelle isole dell’allora Grecia ionica, regione a lui già sottomessa, in gran parte fomentate da interventi esterni.

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Così, quando Ateniesi ed Eretriesi, rispondendo alla richiesta d’aiuto dei Mileti, mandarono in loro soccorso una piccola flotta di 25 navi, Dario se la legò al dito, incaricando un servitore di ricordargli tale sgarbo tutti i giorni fino a quando non ne avesse lavato l’onta.

Dopo un primo tentativo andato a vuoto nel 492, quando la sua flotta colò a picco nelle vicinanze del Monte Athos a causa di una terribile tempesta, Dario ci riprovò due anni dopo, con un potente esercito agli ordini dei generali Dati ed Artaferne, accompagnati dal rinnegato Ippia, figlio esiliato dell’ex-tiranno ateniese Pisistrato, mosso dal desiderio di vendetta.

Dopo aver distrutto la città di Eretria, in Eubea, i Persiani navigarono in direzione dell’Attica per riservare lo stesso trattamento ad Atene e sbarcarono sulla spiaggia della piana di Maratona, considerata da Ippia la più adatta per la loro cavalleria.
Informati di ciò, gli Ateniesi accorsero anch’essi verso quella località sotto la guida dei loro dieci strateghi, i più noti dei quali erano Milziade e Callimaco. Gli Spartani invece, ai quali avevano chiesto rinforzi, risposero picche, adducendo come scusa che prima di poter combattere la loro religione imponeva di aspettare il plenilunio.

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Dopo alcuni giorni di stallo coi due eserciti accampati l’uno di fronte all’altro, gli strateghi decisero di attaccare battaglia. Il grande Erodoto, nelle sue “Storie”, ci descrive come in un film d’avventura lo svolgimento dello scontro: l’ala destra era guidata dallo stratega Callimaco, alla sinistra erano schierati gli alleati Plateesi, mentre al centro si trovava il grosso delle truppe suddivise in tribù.

Scagliatisi di corsa contro i Persiani, che di primo acchito li giudicarono pazzi perché privi di arcieri e cavalleria, gli Ateniesi ed i loro alleati “εμαχοντο αξιως λογου”, cioè “combatterono in modo degno di essere raccontato”, mettendo in atto per primi la tattica dell’assalto di corsa, senza farsi intimorire dallo spaventoso abbigliamento militare dei loro nemici.

L’esito di quello cruenta battaglia restò a lungo incerto: al centro ebbero la meglio i Persiani, ma sulle ali i Greci che, ricongiungendo le proprie forze in una operazione a tenaglia dopo essersi sbarazzati degli avversari davanti a loro, alla fine accerchiarono i Persiani, annientandoli.

La vittoria fu netta ed eclatante, ed i superstiti fra i Persiani, rifugiatisi sulle loro navi, dopo un velleitario tentativo di prendere Atene dal mare furono costretti a tornare in Asia con le pive nel sacco.

Atene, la Grecia, l’Europa e l’intera civiltà occidentale erano salve.

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