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La Battaglia di Pavia del 1525: breve cronaca di uno degli scontri più sanguinosi del primo Cinquecento

 La battaglia di Pavia del 1525 - Dipinto ad olio su tela. Stoccolma Nationalmuseum
La battaglia di Pavia del 1525

Una nebbia fitta gravava sulla campagna attorno a Pavia nella notte fra il 23 ed il 24 febbraio del 1525 e la visibilità era ridotta a poche decine di metri. Contando su questa preziosa alleata e desiderosi di festeggiare con una clamorosa vittoria sul nemico di sempre il compleanno del loro Signore, l’Imperatore Carlo V d’Asburgo (nato appunto il 24 febbraio di venticinque anni prima), i comandanti dell’esercito imperiale Carlo di Lannoy, Viceré di Napoli, Alfonso III d’Avalos, Marchese del Vasto e Carlo di Borbone-Montpensier, si risolsero finalmente ad attuare il piano studiato da tempo.

Dopo oltre tre mesi d’assedio era infatti giunto il momento di liberare Pavia (seconda citta più importante del Ducato di Milano difesa di circa seimila soldati spagnoli capitanati da Antonio di Leyva) dalla morsa dell’esercito francese capitanato da Re Francesco I in persona.

Quest’ultimo, dopo aver riconquistato la città di Milano senza colpo ferire nell’ottobre precedente, era ben conscio del fatto che la sua vittoria non sarebbe stata completa senza la presa di Pavia, che avrebbe segnato la definitiva sconfitta degli imperiali. Certo di poter contare su un esercito imbattibile e già ben collaudato dieci anni prima nella vittoriosa battaglia di Marignano, Francesco era davvero convinto di poter sbaragliare facilmente gli avversari se, come scriveva a sua madre Luisa di Savoia: “…la nostra forza è troppo più grande per loro…”.

Purtroppo per lui aveva fatto male i calcoli, perché se è vero che il numero dei soldati resistenti dentro alle mura di Pavia non raggiungeva un terzo degli effettivi dell’esercito francese, col passare dei mesi Carlo V aveva messo insieme un poderoso esercito costituito da circa ventimila fanti, millecinquecento cavalieri leggeri ed ottocento pesanti, provenienti da Spagna, Germania ed Italia i quali, sommati ai difensori di Pavia, superavano in forze i Francesi in rapporto di tre a due.

Così, appena calata la notte del 23, un gruppo di imperiali guidati dal Marchese del Vasto nel silenzio più assoluto aggirò verso nord le lunghe mura che racchiudevano al loro interno l’amplio Parco Visconteo che, dall’omonimo Castello, spaziava verso settentrione fin quasi al borgo di San Genesio, per aprire una breccia nei pressi della Porta Pescarina e poi penetrarvi con lo scopo di espugnare il Castelletto di Mirabello, dove si era acquartierato il Re di Francia.

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Forte di circa tremila archibugieri, di un contingente di lanzichenecchi e di qualche centinaio di cavalleggeri il Del Vasto, per distinguere i suoi uomini in quell’oscurità fatta di buio e nebbia e così evitare il fuoco amico, impose loro d’indossare una camicia bianca al di sopra delle corazze. Dei pezzi d’artiglieria che si era portato appresso si sarebbe poi servito per sparare in rapida serie tre colpi di cannone come segnale per attaccare battaglia per il grosso delle truppe imperiali, accampate sia a sud, dentro alle mura cittadine, sia ad est del parco, fuori dalla Porta dei Levrieri.

Aperta una breccia nel muro, le avanguardie del Marchese del Vasto alle 5,30 circa del mattino di quel 24 febbraio si divisero in due gruppi: gli archibugieri puntarono verso Sud-Ovest , dove espugnarono senza difficoltà il Mirabello impadronendosi delle munizioni e dei carriaggi nemici e facendo strage dei pochi difensori rimastivi, perché nel frattempo il grosso delle truppe francesi al comando del loro re, allertato dal rumore, erano andate incontro agli imperiali, imbattendosi rapidamente nei cavalleggeri e nel contingente di lanzichenecchi che invece avevano puntato verso sud-est.

Preponderanti per numero ed equipaggiamento, i cavalieri pesanti francesi, supportati dall’artiglieria, ebbero facilmente la meglio sui nemici in questa prima scaramuccia, tanto che Francesco I si rivolse ad un suo maresciallo dicendogli: “Adesso sono davvero il Duca di Milano!”.

Non si era però reso conto, a causa del fitto nebbione, che sul fianco sinistro la sua cavalleria era stata aggirata dagli archibugieri nemici, i quali nel frattempo erano riusciti ad interporsi fra i cavalieri francesi lanciatisi all’attacco ed i fanti rimasti indietro. A questo punto, i tre colpi di cannone sparati in rapida successione dal Marchese del Vasto diedero ai suoi il segnale di attaccare da sud e sud-est, anticipati dalla prima micidiale gragnuola di colpi sparati dagli archibugieri contro gli ignari Francesi.

L’esercito di questi ultimi, ormai diviso in tre gruppi e circondato su tutti i lati, fu rapidamente sbaragliato in quella che sarebbe risultata una della battaglie più sanguinose del primo Cinquecento. Re Francesco I scampò al massacro solo perché portato in salvo dal Lannoy per essere però rinchiuso nel Castello di Pizzighettone, da dove avrebbe preso la strada della Spagna come gradito regalo di compleanno per Carlo V.