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La Battaglia di Tagliacozzo del 23 agosto 1268: antefatti e svolgimento

La Battaglia di Tagliacozzo del 23 agosto 1268: antefatti e svolgimento
Miniatura del XIII secolo: particolare della Battaglia di Tagliacozzo. L’uccisione del francese Henri de Courence, erroneamente scambiato dagli Svevi per Carlo I d’Angiò

“Padre, vi prego: alzatevi e cibatevi della cacciagione del figliuol vostro. Uccidemmo tanta moltitudine di nemici!”

La sera del 23 agosto del 1268 da Tagliacozzo, dopo aver appena annientato l’esercito ghibellino, così scriveva, manco parlasse di tordi o quaglie, il “figliuolo” Carlo I d’Angiò, da un paio d’anni re di Napoli e di Sicilia e ben deciso a restarlo, ad un “Santo Padre” che rispondeva al nome di Clemente IV.

Quest’ultimo, Papa di nazionalità francese come l’Angiò, nel 1266 lo aveva fatto scendere in Italia col miraggio di offrirgli il Regno che era stato del grande Imperatore Federico II, a condizione però che si dichiarasse vassallo della Chiesa.

Nel solco della politica dei suoi predecessori, Clemente IV voleva infatti sbarazzarsi di ciò che restava della Casata di Svevia, con la quale da oltre mezzo secolo il Papato viveva in una condizione di continua conflittualità, e sconfiggere una volta per tutte le forze ghibelline che la sostenevano.

Carlo d’Angiò, fratello minore del re di Francia Luigi IX detto “il Santo”, proprio perché, a differenza di quest’ultimo, lui santo non lo era affatto ed era anzi noto per risolutezza e mancanza di scrupoli, a quel Papa faceva comodo, tanto più che appena giunto in Italia, nel febbraio del 1266, aveva sconfitto e ucciso in battaglia a Benevento il bel Manfredi, figlio naturale di Federico II e re di Sicilia, insediandosi al suo posto.

Tuttavia, per far definitivamente trionfare il partito guelfo in Italia, restava ancora da neutralizzare l’ostacolo costituito da Corradino, sedicenne nipote di Federico II e ultimo rappresentante maschio dell’antica Dinastia degli Hohenstaufen.

Per quest’ultimo, chiamato a sua volta in Italia dai rappresentanti del partito ghibellino e dai tanti scontenti del regime dispotico e vessatorio instaurato dall’Angiò nell’Italia meridionale, dopo un’iniziale marcia trionfale che gli consentì di arrivare praticamente incontrastato sino ai confini settentrionali del Regno di Napoli, i problemi iniziarono nella Marsica, nell’agosto del 1268.

Infatti, “al di là di Tagliacozzo”, come ricordato dal sommo Dante nella sua Commedia, lo aspettava al varco Carlo d’Angiò col suo esercito, accampato già da qualche giorno sulla sommità di una collina in località Albe, da dove poteva dominare sull’accampamento ghibellino distante circa tre chilometri in linea d’aria.

Al sorgere del sole, nella mattinata del 23 agosto del 1268, l’esercito di Corradino forte di circa 5000 fra soldati e cavalieri, avanzò verso il nemico su tre formazioni: la prima composta di cavalieri tedeschi e toscani; la seconda di Spagnoli agli ordini di Enrico di Castiglia; la terza infine di ghibellini lombardi con a capo lo stesso Corradino.

Sul fronte opposto gli Angioini avevano forze inferiori per numero, ma molto più esperte perché forgiate in massima parte dalla dura guerra della crociata. L’anziano generale Alardo di Valéry aveva previsto un piano ben preciso.

Anche lui poteva contare su tre schiere composte rispettivamente dai Provenzali comandati da Henri de Courence, la prima; dai mercenari francesi, la seconda; e infine dai cavalieri scelti di Carlo d’Angiò, l’ultima, agli ordini del re in persona.

Secondo una tattica appresa in Oriente dai Saraceni, durante la Crociata, Alardo decise però che quest’ultima formazione restasse nascosta dietro ad un colle, per intervenire solo al momento giusto.

Ad aprire le ostilità ci avrebbero pensato le prime due schiere, in testa alle quali s’era posto Henri de Courence con indosso le insegne regali e il mantello coi gigli della Casa di Francia, tanto da sembrare re Carlo.

E proprio contro di loro si scagliarono con un impeto forsennato le forze ghibelline, convinte di avere rapidamente la meglio grazie alla loro superiorità numerica, il che effettivamente avvenne.

Ma proprio quando gli Svevi si erano persuasi di aver conseguito la vittoria e ucciso il re avversario, senza ancora essersi resi conto però che in realtà si trattava del coraggioso Henri de Courence, e avevano iniziato a rompere le righe per dedicarsi al saccheggio, ecco che l’ultima formazione angioina, quella che era rimasta nascosta, piombò su di loro, facendone strage.

Corradino riuscì per miracolo a scampare al massacro per poi cercare rifugio con pochi fedeli in una fortezza nei pressi di Nettuno, solo però per essere catturato a tradimento dal signorotto locale, che a sua volta lo consegnò all’Angiò.

Condotto in catene a Napoli, qui, sulla piazza del Mercato, fu decapitato il 29 ottobre del 1268, intanto che, in lacrime, invocava il nome della mamma lontana.

Così, con questo infanticidio, debuttò il Regno angioino nel Meridione d’Italia.