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La battaglia di Zenta del 1697: il capolavoro strategico del Principe Eugenio di Savoia

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“Il Principe Eugenio alla Battaglia di Zenta” di Jan van Huchtenburgh, 1706 circa, Galleria Sabauda, Torino

Sul finire del XVII secolo, fatta la pace con la Francia, all’Imperatore Leopoldo I d’Asburgo restava ancora da venire definitivamente a capo dell’angosciante questione ottomana, dopo che Sultano Moustafà II si era nuovamente messo in testa, dopo lo smacco subito nel 1683 dal suo predecessore di fronte alla mura di Vienna, d’impossessarsi della “Mela d’oro”, così facendo sventolare il vessillo della mezzaluna sulla guglia più alta del Duomo di Santo Stefano.

Le casse imperiali, tanto per cambiare, erano vuote e le truppe ridotte a circa trentacinquemila uomini stanchi, laceri, mal in armi ed affamati. Il vanitoso Elettore di Sassonia, Federico Augusto, aveva offerto aiuti materiali ed ottomila uomini, a condizione però di essere nominato comandante supremo delle forze imperiali.

Peccato che, pur essendo un omaccione in grado di piegare a mani nude un ferro di cavallo, fosse uno stratega men che mediocre, affiancato per giunta come secondo dal vecchio generale Caprara, un altro gradasso che picchiava giù duro, ma solo a parole.

Quando quest’ultimo passò a miglior vita, fu sostituito dal trentaquattrenne Principe Eugenio di Savoia-Carignano che, a dispetto della sua giovane età, s’era già guadagnato sul campo i gradi di Feldmaresciallo per il suo coraggio, lo sprezzo del pericolo e l’inaudita abitudine di combattere sempre in prima linea, accanto ai suoi soldati.

Quando nel maggio del 1697 anche Federico Augusto sparì dalla circolazione, perché nel frattempo eletto Re di Polonia, Eugenio di Savoia fu infine nominato comandante in capo del fronte orientale. La sua prima preoccupazione fu quella di ridare spirito e dignità agli uomini a sua disposizione e per far ciò, nella vana attesa di qualche spicciolo da Vienna, chiese un prestito personale al Governatore della Stiria.

Iniziò così pian piano a conquistarsi la fiducia dei reparti come era solito fare, cioè con meno punizioni, massima valorizzazione del merito e ricorso al suo fortissimo carisma personale. Rimessi in sesto gli effettivi, Eugenio si dedicò poi al reperimento di armi e munizioni per i vari reparti dell’esercito: fanteria, cavalleria ed ussari. Dopo un primo censimento che determinò in 31.142 gli uomini a sua disposizione, a chi gli faceva notare che l’armata turca ne aveva più del triplo, rispose da par suo: “Bene, come me siamo in 31.143!”.

Nel frattempo, risalendo il Danubio verso Belgrado, l’interminabile colonna ottomana si snodava per chilometri e chilometri. Il piano del Sultano era semplice e consisteva nel puntare sull’Ungheria, per poi da là raggiungere e conquistare Vienna.

Da parte sua il Principe Eugenio, rafforzate le posizioni sia sul Danubio che sul Tibisco, non sapendo ancora da dove sarebbero arrivati i nemici aveva raggiunto la cittadina di Zenta (nell’odierna provincia serba della Voivodina) per unire le proprie forze con quelle del Generale Vaudemont e poi tornare nel quartier generale di Petervaradino con circa cinquantamila uomini in tutto, cioè più o meno la metà di quelli a disposizione del nemico.

Saputa la notizia, Moustafà II preferì evitare lo scontro immediato, decidendo piuttosto di attraversare il Tibisco in direzione di Belgrado su un ponte di barche, sul quale lui transitò per primo insieme alle avanguardie, ordinando al resto dell’esercito di seguirlo al più presto possibile, prima che gli imperiali li individuassero.

Purtroppo per lui però, nella mattinata dell’11 settembre del 1697 questi ultimi avevano catturato un pascià allontanatosi dal grosso dell’armata, il quale, messo di fronte a due energumeni con le spade sguainate e pronti a decapitarlo, spifferò tutto confessando che ci sarebbero voluti oltre due giorni prima che l’intera armata ottomana riuscisse ad attraversare il Tibisco su quel ponticello.

All’udire ciò, Eugenio decise di attaccare immediatamente, ritenendo che una simile occasione non si sarebbe più presentata. Così, raggiunse un’altura nei pressi di Zenta e da lassù vide con un colpo d’occhio tutta la lunga fila della fanteria nemica che, in attesa di attraversare il fiume, poteva contare sulla protezione soltanto di qualche carro e pochi cannoni.

Schierate le truppe a mezzaluna, Eugenio ordinò allora l’assalto, mentre i suoi cannoni, sparando sul ponte, impedivano a quanti l’avessero già attraversato di tornare indietro. Del tutto impreparati di fronte a quell’attacco fulmineo e inatteso, gli Ottomani capirono di essere spacciati e iniziarono a disperdersi, nel caos più totale.

Gli imperiali dal canto loro non facevano prigionieri, uccidendo senza pietà chiunque capitasse a tiro, tant’è che molti nemici per fuggire si tuffarono nel Tibisco già rosso di sangue solo per morirvi annegati. Prima che il sole tramontasse, la portata della vittoria cristiana fu chiara a tutti: la mattina seguente si contarono fra gli Ottomani circa trentamila morti contro i soli cinquecento caduti fra gli imperiali.

Il bottino raccolto fu anch’esso enorme: tutto il tesoro nemico, seimila cammelli, quindicimila buoi, novemila carri di salmerie e una quantità infinita di materiali vari. Per Eugenio fu il trionfo, sancito un paio di mesi più tardi dall’accoglienza straordinaria riservatagli al suo ritorno a Vienna e dall’attribuzione del titolo di “Miles Christianus”.

A Zenta non soltanto rifulse la stella di uno dei più grandi strateghi della storia, ma si posero anche le basi per i successivi accordi di Carlowitz che nel 1699, ponendo definitivamente fine alle mire di conquista turche sull’Europa continentale, avrebbero stabilito una tregua fra l’Impero Ottomano e quello Asburgico, molto sbilanciata in favore di quest’ultimo.