@trentaminuti > Storia > Fatti ed eventi storici > La Cappella Sistina: la storia della volta più bella del mondo

La Cappella Sistina: la storia della volta più bella del mondo

Dall’affidare i lavori a Michelangelo alla creazione, fino alla fastosa inaugurazione: La storia della Cappella Sistina.

La Cappella Sistina: la storia della volta più bella del mondo

Spolverati i velluti buoni ed i lini più sgargianti, i Cardinali di stanza a Roma si prepararono per l’evento mondano che tutti aspettavano ed al quale nessuno voleva mancare. Dopo un pranzo luculliano, Papa Giulio II fece inscenare due commedie volgari, dai contenuti sboccati, che nella Roma libertina di quei tempi suscitarono l’entusiasmo generale.

Poi, all’ora della Messa, si avviò trionfante verso la “sua” cappella, chiamata col nome del pontefice che l’aveva fatta costruire circa 40 anni prima: suo zio Sisto IV.

La solenne processione, aperta dal Papa, si snodava lenta fra damaschi rossi, ori sfavillanti e teli di un bianco accecante, quasi volesse fare a gara col tripudio di colori delle meravigliose pitture appena svelate che affrescavano l’immensa volta che sovrastava i presenti, lasciandoli attoniti perché mai prima d’allora avevano contemplato un simile spettacolo.

Quel Papa-guerriero tanto cocciuto e determinato, quanto amante del bello e grande scopritore di talenti artistici, che aveva terrorizzato l’intera corte pontificia e sconvolto la diplomazia europea coi suoi metodi spicci, non disdegnanti il ricorso alle mani, al ferro o al bastone per “convincere” gli interlocutori più riottosi, dopo i successi conseguiti in campo militare contro le armate del re di Francia e la riduzione all’obbedienza, ancora una volta “manu militari”, di città ribelli quali Perugia e Bologna, aveva voluto celebrare il proprio pontificato col successo visibile di un’opera straordinaria, da lui fortemente desiderata.

La Cappella Sistina: la storia della volta più bella del mondo
Papa Giulio II

E così, quando il giorno di Ognissanti del 1512 furono finalmente smontati i ponteggi e levati i teli protettivi, la magnificenza della Cappella Sistina con la sua volta affrescata, capolavoro di Michelangelo Buonarroti, stupì i contemporanei tanto che la notizia di quell’impresa viaggiò subito in tutte le direzioni.

Poco tempo dopo a Roma fu data alle stampe la prima guida turistica cittadina intitolata “Opusculum de mirabilibus novae et veteris urbis Romae”, in cui il capolavoro michelangiolesco veniva citato perché “pulcherrimis picturis et auro exornavit praeclarus Michael Angelus” (“con bellissime pitture ed ori l’aveva ornato il famoso Michelangelo”).

Certo, a decretarne il successo avevano già contribuito gli artisti del tempo, a partire da Raffaello che però, malvisto e meno ancora sopportato dall’ombroso e lunatico Michelangelo (che ne soffriva la concorrenza) per dare una sbirciata anzitempo aveva dovuto arrampicarsi furtivamente sulle impalcature, approfittando di una momentanea assenza del rivale.

Geloso del suo lavoro, Michelangelo non aveva riservato un miglior trattamento neppure al suo committente, Papa Giulio, che pure per quell’opera aveva scucito somme colossali, perché quando quest’ultimo, a dispetto dell’età avanzata, aveva cercato di salire di nascosto sui ponteggi, era per poco riuscito a scansare una trave di legno fattagli appositamente cadere in testa dal suo “protégé”.

La Cappella Sistina: la storia della volta più bella del mondo
Michelangelo a lavoro sulla volta della Cappella Sistina

Quattro anni prima era stato proprio Papa Giulio a prendere la decisione di affidargli la decorazione della volta della Sistina, sebbene sconsigliato dal Bramante che in lui vedeva sì un sommo scultore, già famosissimo per il suo David, ma (non ancora) un pittore “perché lui non è fatto troppo di figure”.

La proverbiale avidità di denaro dell’artista, unita al suo amore per le sfide impossibili, aveva però avuto la meglio su tutto il resto. Si trattava di dipingere con la testa rivolta all’insù ed a 21 metri d’altezza una superficie non piana di 1200 metri quadri.

Dello stesso autore: Pier Luigi Farnese, il figlio di Papa

La pittura “a fresco” imponeva poi l’uso di una tecnica sapiente, perché i pigmenti disciolti in acqua andavano applicati alla parete prima che l’intonaco seccasse, cioè entro le 24 ore dalla sua stesura. Perciò il disegno, già preparato in precedenza, doveva essere riportato a calco nelle sue grandi linee sull’intonaco sottostante, ma solo per la parte necessaria a coprire una giornata lavorativa, per essere poi immediatamente ripassato coi colori.

Potrebbe interessarti: L’ossario dei Cappuccini di Via Veneto a Roma

Concreto era anche il rischio che da un giorno all’altro la differenza degli impasti o dei pigmenti rendesse i colori disomogenei da una porzione all’altra della pittura, così rendendone necessario il rifacimento con la conseguente dilatazione dei tempi di realizzazione.

Eppure, vincendo difficoltà d’ogni tipo ed al costo di inimicarsi per il suo caratteraccio molti aiutanti, Michelangelo venne a capo di quell’opera che, anche fosse da sola, avrebbe nei secoli tramandato ai posteri la geniale unicità del Rinascimento italiano.