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La disfatta di Caporetto: le fasi della sconfitta

La disfatta di Caporetto della I guerra mondiale è stata, per così dire, una sconfitta che poi ha avuto una svolta epocale. Costò molto all’Italia in termini di perdite di uomini e mezzi. Da quella sconfitta, cambiati i vertici militari, si ebbe però un moto di orgoglio che portò l’Italia alla vittoria della guerra.

La disfatta di Caporetto: le fasi della sconfitta

Eppure lo sapevano tutti da alcuni giorni che l’attacco tedesco era ormai imminente: alcuni disertori nemici infatti avevano infatti messo in allarme lo Stato Maggiore del Regio Esercito italiano, tant’è che il 22 ottobre precedente il generale Luigi Cadorna aveva tenuto un consiglio di guerra dove, parlando in dialetto stretto come da suo solito coi generali Badoglio, Capello e Bongiovanni, piemontesi come lui, si era però limitato a prendere atto che la situazione era disperata, informandone il re.

Proprio per questo, nessuno è mai riuscito a spiegarsi perché i circa quattrocento cannoni schierati da Badoglio sulle alture dell’attuale Monte Kolovrat , pur essendo in ottima posizione per colpire il nemico che si muoveva nella vallata sottostante, abbiano taciuto all’alba di quel fatidico 24 ottobre del 1917.

E’ possibile però che la fitta nebbia abbia giocato un ruolo determinante, impedendo la visuale, come pure il fatto che le linee telefoniche erano state distrutte, le comunicazioni radio venivano intercettate e disturbate dal nemico ed i piccioni viaggiatori abbattuti.

Fatto sta che quando, alle due di mattina, il bombardamento nemico iniziò a rovesciare sulle prime linee italiane una pioggia di ferro e fuoco, facendo tremare la terra, nessuno reagì. Presto si diffuse nell’aria un odore di mandorle amare, portatore di un innaturale ed inquietante silenzio.

Soddisfatto, il comandante tedesco Otto von Below riferì a Berlino che: “l’effetto del gas è devastante”. In effetti i fanti italiani, accovacciati nelle loro trincee, non erano fuggiti davanti al nemico , ma erano stati raggiunti dalla morte che li aveva impietriti con ancora il fucile fra le braccia ed un’inutile maschera antigas calata sul viso.

Nebbia, pioggia fitta e nuvole basse avevano fatto il resto, permettendo ai soldati tedeschi ed austriaci di circondare i superstiti senza che questi ultimi nemmeno se ne rendessero conto. Arrivati quasi indisturbati dalla Conca di Piezzo, erano agilmente entrati nel primo villaggio allora in mano italiana, Caporetto, che avrebbe poi dato il nome alla più grave disfatta militare della storia dell’Italia unita, segnando profondamente la coscienza nazionale.

La rotta fu totale! Tagliati fuori dalle seconde linee e dai centri di comando, ai nostri soldati, abbandonati a se stessi, non restò che fuggire, arrendersi al nemico o morire di stenti e gelo. Il fronte in pochi giorni arretrò di oltre 150 chilometri, attestandosi sul Piave, coi generali che, pur incitando i loro uomini a “resistere sino all’ultimo”, furono fra i primi a darsela a gambe, per l’incredulità degli stessi austriaci.

Successe di tutto, di più! Il feroce generale Graziani, in tanto caos, non trovò di meglio che far fucilare un fante che l’aveva salutato senza togliersi la pipa di bocca; il generale Villani si suicidò, sparandosi un colpo di pistola alla tempia; alcuni soldati si inginocchiarono davanti ai nemici, implorando pietà al grido di “Viva l’Imperatore, viva il Kaiser!”.

La disfatta di Caporetto: le fasi della sconfitta
Mezzi militari italiani abbandonati durante la ritirata

Cadorna lasciò Udine appena in tempo per non essere catturato dai nemici, non prima però di aver scaricato tutta la responsabilità dell’accaduto sui fanti della II armata, colpevoli a suo dire di “essersi vilmente arresi al nemico o ritirati senza combattere”.

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I resti di oltre mille uomini caduti in quella giornata e custoditi nell’ossario a strapiombo sull’Isonzo, tuttavia, stanno ancora oggi a testimoniare il contrario: alla fine, per gli italiani si conteranno quasi 13.000 caduti, circa 30.000 feriti ed oltre 250.000 prigionieri, cui aggiungere quasi mezzo milione di civili sfollati verso ovest, in fuga da un Friuli devastato e ridotto a campo di battaglia.

E’ un mistero come a distanza soltanto di poche settimane i resti del nostro esercito, dopo la sostituzione di Cadorna con Diaz, siano riusciti non solo a resistere, ma anche a riscattarsi partendo dalle loro posizioni sul Piave e sul Grappa.

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A ben riflettere però si capisce come, quando non v’erano da conquistare città lontane dai nomi mai sentiti prima, ma da difendere la famiglia e la patria, i fanti contadini ed operai trovassero motivazioni nuove, non avvertite fino ad allora. A distanza di cento anni circa da quella tragica giornata, possiamo dunque affermare che la vera rinascita della giovane Italia avvenne a breve distanza dalla sua più cocente disfatta, aprendo la strada per Vittorio Veneto.