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La fuga di Pio IX a Gaeta

La fuga di Pio IX a Gaeta
Il Pontefice Pio IX

ll clima che si respirava a Roma nel mese di novembre del 1848 era a dir poco avvelenato: dall’inizio di quell’anno, così tempestoso per i venti rivoluzionari che avevano preso a soffiare in tante parti d’Europa, alla guida del governo pontificio s’erano succeduti in rapida serie ben sei primi ministri, il più famoso dei quali fu il conte Pellegrino Rossi che, dopo una prima esperienza come Ministro degli Interni, nell’agosto di quello stesso anno fu nominato da papa Pio IX nuovo capo di gabinetto.

Senza perdere tempo il Rossi si mise al lavoro con grande determinazione, iniziando a disperdere i volontari pronti a partire per la guerra contro l’Austria, tanto invocata dal popolo quanto avversata dal Papa che, come “padre comune” di tutto il gregge della cattolicità, non poteva tollerare che un esercito al soldo della Santa Sede si battesse in guerra contro l’Impero Asburgico, la più grande ed importante potenza cattolica del tempo.

Il riordino della disciplina a Roma

Dispiegò poi migliaia di carabinieri per riportare la disciplina nell’Urbe; fece arrestare centinaia di sospetti cospiratori ed interventisti, compreso il famoso don Gavazzi che, imperterrito, continuava a tuonare dal pulpito, invocando la “guerra santa contro il barbaro”; rimise ordine nelle dissestate finanze statali ed avviò la posa delle prime linee ferroviarie e telegrafiche dello Stato Pontificio.

Tutto questo attivismo indispettì non poco gli ambienti carbonari e massonici cui erano riconducibili in particolare il giornalista Pietro Sterbini ed il Principe Luciano Bonaparte, i quali si servirono del capo-popolo Angelo Brunetti (soprannominato “Ciceruacchio”) e di suo figlio Luigi per tendere un agguato mortale al Rossi stesso.

L’attentato al ministro Rossi

Così, nella mattinata del 15 novembre 1848, quest’ultimo, pur avvertito dalla lettera di un’amica che lo implorava di non uscire di casa pena morte certa, non volle credere che i rivoluzionari potessero arrivare a tanto ed ignorò l’avvertimento ricevuto.

Giunto al palazzo della Cancelleria fu avvicinato nel cortile interno da un gruppo d’individui seminascosti dai loro mantelli, uno dei quali, estratto un pugnale, lo colpì con un solo fendente al collo che gli recise di netto la carotide, uccidendolo all’istante.

La fuga di Pio IX a Gaeta
L’assassinio di Pellegrino Rossi da parte dei congiurati della Repubblica Romana

La situazione precipitò rapidamente perché già l’indomani Pio IX, alle prese con la formazione del nuovo governo, si sentì rispondere da vari candidati che la loro accettazione dell’incarico era subordinata alla dichiarazione di guerra all’Austria, proprio mentre una turba di persone muoveva minacciosa verso il Quirinale per indurre il pontefice a laicizzare lo Stato ed aprire le ostilità contro l’Imperatore.

La fuga di Pio IX da Roma a Gaeta

All’udire i primi spari Pio IX decise di accogliere la richiesta popolare di costituire un ministero provvisorio guidato dal conte Galletti, dichiarando però davanti al corpo diplomatico che agiva sotto costrizione ed aggiungendo che: “io non prendo nemmeno di nome parte alcuna agli atti del nuovo governo, al quale mi considero del tutto estraneo”.

Inoltre, non volendo avallare con la propria presenza quel governo che gli era stato imposto con la forza, il Pontefice iniziò a pensare alla possibilità di lasciare la capitale, decidendosi però solo dopo aver ricevuto un segnale da lui considerato soprannaturale.

A pochi giorni di distanza dall’assassinio del Rossi, infatti, gli fu recapitato un plico del Vescovo di Valence contenente una reliquia di Pio VI, il Papa deceduto in esilio cinquant’anni prima proprio a Valence dopo esservi stato trasportato a forza dai Francesi su ordine del Direttorio rivoluzionario.

Interpretando quel dono come un avviso dal Cielo, il pontefice si risolse dunque ad andarsene, mettendo a punto il piano di fuga con non più di tre o quattro fidatissimi collaboratori.

Alla sera del 23 di novembre i bauli con i suoi oggetti personali furono recapitati all’ambasciata di Francia per essere da qui trasportati a Civitavecchia e poi imbarcati alla volta di Gaeta.

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A 24 ore di distanza l’ambasciatore francese, conte d’Arcourt, sarebbe invece rimasto per un’ora a parlare a voce alta nella stanza del Papa, fingendo d’essere in sua compagnia intanto che lui si dileguava attraverso i passaggi segreti del Quirinale recitando il Miserere insieme al fedele Benedetto Filippani, lo spedizioniere di fiducia che lo accompagnava.

La fuga di Pio IX a Gaeta

Intabarrato, con gli occhiali scuri e la cipria sui capelli, vestito con un paio di calzoni neri, Papa Mastai-Ferretti salì così sulla carrozza che lo aspettava per condurlo nella piazzetta dei SS. Pietro e Marcellino, dove ad attenderlo in un’altra vettura coperta c’era l’ambasciatore bavarese che, con un passaporto confezionato alla bisogna, lo faceva figurare come il suo dottore personale.

Il gruppetto sarebbe poi arrivato senza grossi intoppi, via Terracina, fino a Gaeta, città allora situata nel Regno di Napoli, per un esilio destinato a prolungarsi per tutta la durata della sfortunata Repubblica Romana.

Bibliografia: Pio IX di Andrea Tornielli, Mondadori