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La “Pietà”: breve storia ed analisi di uno dei capolavori di Jacopo Carlucci, detto “il Pontormo”

La “Pietà”: breve storia ed analisi di uno dei capolavori di Jacopo Carlucci, detto “il Pontormo”
“Pietà” di Jacopo Carucci, detto “il Pontormo”, 1525-1527, Cappella Capponi, Chiesa di Santa Felicita, Firenze

Rientrato da Roma ricchissimo, dopo avervi operato come banchiere di fiducia di Papa Leone X de’ Medici, il fiorentino Ludovico Capponi volle regalare a se stesso e alla propria Casata una cappella funeraria degna della fama che si era costruito.

Acquistò pertanto nel 1525 dai Paganelli la cappella quattrocentesca costruita su progetto di Filippo Brunelleschi all’interno della Chiesa di Santa Felicita, non distante dal bel palazzo di famiglia affacciato sul Lungarno, affidandone la decorazione ad uno degli artisti più in voga nella Firenze di quegli anni: il trentenne Jacopo Carucci, detto “il Pontormo”.

Quest’ultimo, ispirandosi alle ricerche di Raffaello sull’illusionismo spaziale, ideò un insieme di dipinti tutti collegati fra loro da un filo narrativo comune, consistente nel dramma del sacrificio salvifico di Cristo.

Il fulcro del racconto è costituito dalla pala detta della “Pietà” che, insieme alla “Visitazione”, rappresenta forse l’opera più significativa di questo grande artista.

Vi si vedono due gruppi di personaggi: in primo piano, il corpo esanime di Cristo è sorretto da una coppia di giovani che volgono i loro sguardi sconvolti verso l’osservatore; dietro di loro, le pie donne insieme a Nicodemo, raffigurato in fondo a destra e riconosciuto dai più come autoritratto dell’artista, sono intenti, più che a compiangere il defunto, a consolare la Madonna che, sul punto di svenire, dà l’addio al figlio.

Si può così immaginare che con questa “Pietà” tanto diversa da quelle tradizionali, raffiguranti la Madonna nell’atto di accogliere fra le sue braccia Gesù appena deposto dalla Croce, il maestro abbia voluto mostrarci il momento in cui il corpo del figlio le viene sottratto per essere condotto al sepolcro.

Il groviglio di figure che paiono sospese nell’aria, così come il loro dolore che si esprime anche in un intreccio di mani che si cercano, conferisce all’opera un pathos straordinario.

A completamento di questa sua personale “Sistina” in miniatura, il Pontormo dipinse, oltre all’affresco della “Annunciazione”, anche i quattro tondi dei pennacchi della volta, raffiguranti gli Evangelisti, affidando però l’esecuzione di due di essi al suo allievo prediletto, Agnolo Bronzino, che proprio in quell’occasione iniziò col maestro una collaborazione basata sulla stima e l’affetto reciproci che sarebbe durata per la vita.

Il lavoro, durato due anni circa, fu eseguito nella più totale segretezza perché il Pontormo, già famoso per la sua “bizzarria” caratteriale, per non subire condizionamenti esterni impedì a chiunque, committente compreso, di accedere al cantiere. Solo quanto tutto fu terminato, la Cappella Capponi, come ci racconta il Vasari, “fu con maraviglia di tutta Firenze scoperta e veduta”.