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La storia dell’Essex: la balienera che ispirò Moby Dick

La vera storia che ispirò Moby Dick, il romanzo di Herman Melville

La storia dell’Essex: la balienera che ispirò Moby Dick
La storia dell’Essex: la balienera che ispirò Moby Dick

Il 20 novembre del 1820 la baleniera Essex veleggiava in mare aperto a circa mille miglia ad Ovest delle Isole Galapagos, nel bel mezzo del cosiddetto “Offshore Ground”, una porzione di Oceano Pacifico ancora quasi inviolata e molto ricca di capodogli.

Questi animali erano prede ambite perché la loro testa conteneva circa 2.200 litri d’olio sopraffino già pronto per l’uso, che, se bruciato nelle lampade di quei tempi, produceva una luce intensa con un fumo decisamente meno denso di quello emesso dalla combustione dell’olio delle normali balene ed ancor più dell’olio minerale.

L’olio dei capodogli: il petrolio del XIX secolo

All’inizio del XIX secolo il quartier generale dell’industria olearia baleniera si trovava nella piccola Isola di Nantucket, a circa 24 miglia dalle coste del New England, dove una comunità di circa settemila abitanti, in maggioranza di religione quacchera, aveva fatto fortuna con quello che era il “petrolio” dell’epoca.

La nave Essex

La flotta delle baleniere nantuchettesi era composta da più di 70 navi, fra le quali l’”Essex” che, coi suoi 26 metri di lunghezza e 238 tonnellate di peso, apparteneva alla categoria media. Ai suoi comandi c’era il ventottenne capitano George Pollard Jr., uomo indeciso e di poco polso, che poteva però contare sull’ambizioso primo ufficiale Owen Chase, appena più giovane di lui ma già considerato un “fishy”, uno cioè che voleva fare carriera in fretta.

Salpato dal porto di Nantucket nell’agosto dell’anno precedente, l’Essex aveva fatto vela verso Sud, percorrendo tutto l’Oceano Atlantico in direzione di Capo Horn, col risultato però di raccogliere un ben magro bottino in quelle acque già tanto battute dalla concorrenza.

I marinai dell’Essex: da oltre un anno per mare

Da qui la necessità, per rientrare dalle spese e consentire un guadagno a quegli uomini che già avevano trascorso in mare aperto oltre un anno, seppure inframezzato da qualche breve sosta per i rifornimenti alle Isole Azzorre e a Capo Verde, di tentare il tutto per tutto, doppiando Capo Horn fino ad entrare nel Pacifico, un Oceano che allora incuteva timore a tutti i marinai per la sua vastità ed i pericoli che lo caratterizzavano (tempeste improvvise e tremende, secche, isole infestate dai cannibali…), ma in cambio garantiva abbondanza di prede, specie nelle zone meno battute.

Il capodoglio sperona la nave Essex

Quando due lance si erano già gettate al loro inseguimento, arpionando il primo paio di esemplari, ecco però che gli uomini rimasti a bordo videro un enorme maschio di circa 26 metri e 80 tonnellate di peso puntare deliberatamente ed a tutta velocità col suo testone pieno di cicatrici contro la loro nave.

L’urto fu violentissimo e l’impatto avvenne proprio sotto alla linea di galleggiamento, in prossimità del timone; scaraventati a terra, i marinai rimasero increduli, non riuscendo a capacitarsi di quanto era accaduto.

Se infatti un vascello poteva riportare danni nell’urto accidentale con uno di quei bestioni, non era mai successo prima d’allora che uno di essi attaccasse deliberatamente una nave.

La storia dell’Essex: la balienera che ispirò Moby Dick

Dopo la prima collisione l’enorme cetaceo, passato sotto alla nave, riemerse sul lato opposto allontanandosi di circa 600 metri, soltanto però per fermarsi sferzando furiosamente l’acqua con la coda, come se fosse sconvolto dalla rabbia.

Col terrore negli occhi i marinai lo videro riprendere velocità fino a colpire nuovamente lo scafo, questa volta appena sotto all’ancora, spingendo all’indietro la loro imbarcazione e facendola inclinare al di sotto della linea di galleggiamento.

L’Essex affonda

In pochi istanti fu chiaro a tutti che l’Essex stava irrimediabilmente affondando: mentre il capodoglio, districatosi da quel groviglio di legni e funi, si allontanò per non ricomparire più, a quegli uomini non restò che recuperare in fretta e furia gli strumenti nautici e quante più provviste e barili d’acqua fosse possibile, per poi prendere posto in parte sulla scialuppa superstite, in parte sulle altre due lance che si trovavano già in acqua ed avevano assistito impotenti a tutta la scena.

Le scialuppe in mare

Iniziò così per quei venti marinai, ridistribuiti su tre piccoli gusci alla deriva nelle immensità oceaniche, una drammatica Odissea che sarebbe durata quasi tre mesi, trascorsi fra indicibili sofferenze causate da fame, disidratazione, malattie ed atti di pura follia, e caratterizzati da episodi di cannibalismo.

Ecco dunque perché gli uomini dell’Essex si spinsero tanto lontano dalla costa, venendo ricompensati quel giorno dall’avvistamento di un folto branco di capodogli.

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Della terza scialuppa invece si persero per sempre le tracce, mentre gli ultimi tre superstiti furono recuperati qualche settimana più tardi sull’isolotto corallino di Henderson, dov’erano sbarcati il 21 dicembre precedente rifiutandosi poi di ripartire, ed erano riusciti a sopravvivere nutrendosi di crostacei ed uccelli marini e bevendo l’acqua piovana.

Da questa storia vera Herman Melville avrebbe tratto ispirazione per scrivere nel 1851 il suo “Moby Dick”.