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L’affare dei veleni: lo scandalo che travolse la Francia del XVII secolo

l'affare dei veleni
stampa dell’epoca raffigurante “la Voisin”

I suoi numerosi creditori speravano di poter recuperare qualcosa e così, qualche giorno dopo la morte avvenuta il 31 luglio del 1672 dell’ufficiale di cavalleria Godin de Sainte-Croix, davanti ad un notaio si procedé rapidamente a stilare l’inventario dei beni del “de cuius”, fra i quali c’era anche un cofanetto sul coperchio del quale figurava la scritta: “Da aprirsi solo in caso di morte antecedente a quella della Marchesa”.

Se la delusione degli interessati fu grande perché non vi si rinvenne nulla di valore, la sorpresa del notaio fu ancora maggiore quando iniziò ad esaminare i carteggi e le fiale maleodoranti rinchiuse in quella scatola sigillata con tanta cura.

Scoprì infatti che si trovava davanti a dosi letali di potenti veleni e alle lettere che il defunto, uomo dal passato controverso che era stato al tempo stesso imbroglione, baro ed appassionato d’alchimia, si era scambiato negli anni con la sua amante, la Marchesa di Brinvilliers.

Ne uscì il ritratto di una coppia diabolica che, per impossessarsi della cospicua eredità dei familiari della donna, non aveva esitato ad avvelenarne il padre e due fratelli, cercando di fare la medesima cosa con la sorella, il marito e persino la figlia.

La sciagurata tuttavia, avendo subodorato d’essere stata scoperta, aveva cercato rifugio prima a Londra e poi in Belgio, presso un convento di monache, dal quale però fu ricondotta a Parigi da un intendente di polizia che l’aveva arrestata dopo essersi travestito da prete.

La compravendita dei veleni nella Parigi altolocata

Il lungo processo che ne seguì e si concluse con la sua condanna a morte alzò il velo sul cosiddetto “Affaire des Poisons” (“l’Affare dei Veleni”), il più grande scandalo che abbia scosso la Francia nel XVII secolo.

In una Parigi dove le morti repentine e inspiegabili, come quelle della principessa Enrichetta d’Inghilterra e del Conte di Soissons, si susseguivano da tempo, vennero infatti alla luce i traffici criminali di tre cartomanti (chiamate “la Bosse”, “la Vigoureux” e “la Filiastre”) che fungevano da coordinatrici di una strana combriccola fatta di mammane, bellimbusti e preti sacrileghi.

Poco dopo fu arrestata anche una donna sulla quarantina, “la Voisin”, perché durante la perquisizione di casa sua vi furono con orrore rinvenuti i resti delle centinaia di feti degli aborti clandestini da lei praticati, malamente seppelliti nell’orto.

Le sue rivelazioni, insieme a quelle delle “colleghe”, tracciarono i lineamenti di un sordido sottobosco umano in cui si mescolavano superstizione, ciarlataneria, empietà, sacrilegi e una moltitudine di assassinii.

Quelle strane veggenti infatti non si limitavano a predire il futuro, ma aiutavano il destino perché, accanto ad innocui unguenti e pozioni, vendevano potentissimi veleni di propria produzione e praticavano la magia nera col supporto di preti indegni, quali gli abati Cotton e Guibourg, sempre disponibili a procurare ostie consacrate e celebrare messe nere in cui, al posto dell’altare, si officiava sul corpo nudo e disteso di una donna.

Quegli avvelenatori, uomini o donne che fossero, appartenevano ad un’umanità che oggi definiremmo “marginale”, composta in genere da diseredati, bottegai, borghesi squattrinati o piccoli aristocratici decaduti, soldati senza lavoro, prostitute o donne “mal sposate”.

Fra i loro clienti, disposti a pagare anche cifre colossali pur di ottenere il veleno giusto, si contavano invece personaggi delle classi più agiate: magistrati, alti funzionari pubblici ed aristocratici, tutti mossi dalle eterne passioni umane: l’amore, l’ambizione, l’invidia, la cupidigia ed il gioco.

Preoccupatissimo per la piega che stavano prendendo gli avvenimenti e la portata dello scandalo, re Luigi XIV nell’aprile del 1679 istituì un tribunale ad hoc, la cosiddetta “Camera Ardente”, affidandone la presidenza al magistrato La Reynie.

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L’affare dei veleni e le 104 sentenze

In tre anni d’intensa attività la Camera fece incarcerare 194 persone e pronunziò 104 sentenze, di cui trentasei condanne a morte (fra le quali quelle al rogo di tutte le “streghe” coinvolte, Voisin compresa), quattro alle galere e trentaquattro all’esilio perpetuo.

Quando però le indagini arrivarono troppo in alto, lambendo Madame de Montespan che era la più nota fra le amanti reali di quei tempi ed era stata sospettata di aver tentato di avvelenare il sovrano, mal sopportando di vederlo allontanarsi sempre più da sé, Luigi preferì porre fine ai lavori di quel tribunale speciale, segretandone i documenti. Quanti avevano fatto il nome della Montespan furono fatti sparire per sempre, rinchiusi coi ceppi ai piedi nelle celle più tetre ed umide delle varie fortezze disseminate nella vasta provincia francese.

Alla ex-favorita, madre di sette dei figli naturali del re, non fu però torto un capello perché il sovrano preferì restare nel dubbio, piuttosto che ingigantire lo scandalo.

Così calò il sipario sull’Affare dei Veleni, una vicenda che, a pochi anni dalla nascita di Voltaire, fece ripiombare la Francia di fine Seicento in atmosfere dal sapore medioevale, fatte di streghe, superstizioni e presenze diaboliche, dimostrando una volta di più come sia difficile tracciare una divisione netta fra le epoche.