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Le origini antiche delle Olimpiadi moderne

le origini delle olimpiadi

E’ già partito il conto alla rovescia verso i Giochi della XXXII Olimpiade dell’Era Moderna che, come noto, si disputeranno a Tokyo nell’estate del 2020, ma l’origine di queste competizioni è antichissima, risalendo a circa 2800 anni or sono. Le Olimpiadi dell’antichità, infatti, si disputarono ininterrottamente per oltre un millennio, dal 776 a.C. sino al 392 d.C., ad intervalli regolari di quattro anni e per un totale di ben 293 edizioni, fino alla loro abolizione da parte dell’Imperatore Teodosio, che le considerò alla stregua di una festività pagana in tempi in cui il Cristianesimo iniziava ad imporsi come religione di Stato.

Difficile, per non dire impossibile, è ricostruire con precisione la nascita di questi giochi, che risulta ammantata dal mito, ma pare ormai assodato che le prime gare ad Olimpia si siano disputate per motivi rituali, in occasione delle celebrazioni annuali che segnavano il passaggio di giovani di entrambi i sessi dall’età impubere alla pubertà.

Stando al poeta Pindaro, famoso per i suoi “voli”, il loro iniziatore fu Pelope che, giunto nella regione che da lui avrebbe preso il nome di Peloponneso, partecipò ad una gara di carri indetta da Enomao, re di Pisa, città non lontana da Olimpia.

Quest’ultimo, saputo dall’oracolo che sarebbe morto per mano del marito di sua figlia Ippodamia, non voleva che lei si sposasse ed a tale scopo indiceva annualmente una gara di quadrighe da Pisa a Corinto, dove sfidava i possibili generi a batterlo.

Chi lo avesse preceduto al traguardo, ne avrebbe sposato la figlia, ma i perdenti sarebbero stati uccisi. C’era però un “trucco”, perché Enomao (alla faccia del fair-play!) poteva in realtà contare su un tiro di cavalli imbattibili forniti dal dio Fetonte, ovviamente all’insaputa dei pretendenti alla mano di sua figlia Ippodamia.

Quando però fu il suo turno, dopo che in tanti erano stato uccisi, Pelope si fece furbo anche lui e corruppe Mirtilo, l’auriga del carro di Enomao, promettendo in cambio della vittoria di lasciargli passare una notte con la sua futura moglie.

Attratto anche lui dalle grazie dell’evidentemente irresistibile Ippodamia, Mirtilo sostituì con pezzi di cera i chiodi dei mozzi delle ruote del proprio carro, facendolo così deragliare prima del traguardo.

Il vincitore Pelope, dopo aver sposato l’amata ed essere diventato re di Pisa, non tenne però fede alla parola data e finì per uccidere Mirtilo il quale, desideroso di farsi giustizia da solo, aveva cercato di usare violenza all’inconsapevole Ippodamia.

Dopo questo trambusto iniziale, gli sposi vissero però, come si suole dire, “felici e contenti”, ed alla sua morte Pelope fu sepolto in un recinto sacro ad Olimpia, dove in suo onore si iniziarono a disputare dei giochi funebri, poi trasformatisi in quelli olimpici.

Ecco dunque che fin dalla loro origine giochi e sotterfugi si intrecciano, anche nella leggenda, in un’alternanza di fair-play ed imbrogli di certo non esclusivi dei giorni nostri.

Se nelle prime tredici edizioni l’unica gara prevista era quella di velocità nello stadio su un rettilineo di 192 metri (detto appunto “σταδίων”), col passare degli anni i giochi si arricchirono di altre competizioni comprendenti per esempio il “diaulo” (doppia corsa per un totale di circa 400 metri), il “dolikos” (corsa lunga su una distanza compresa fra i 1400 ed i 4800 metri), l’ “hoplitodromos” (la corsa in armi, con elmo e scudo), la “pale” (lotta libera, dove ogni colpo era permesso, compresi morsi, dita negli occhi e presa dei genitali…), il “pugme” (pugilato, in cui però al posto degli odierni guantoni gli atleti indossavano fasce di cuoio rigido per rendere i colpi ancora più duri), il “pankration” (lo sport più violento di tutti, un misto di lotta e pugilato), il “pentathlon”, in tutto simile alla disciplina odierna ed infine il “tethrippon”, cioè la corsa con le quadrighe.

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Alle gare assisteva un pubblico numerosissimo, che si sobbarcava viaggi e fatiche d’ogni tipo per assicurarsi i posti migliori per assistere a quella che era una vera festa, solennemente sancita dalla “ekekheira” (letteralmente “stretta di mano”), ovvero la tregua sacra che metteva a tacere qualsiasi conflitto per tutta la durata dei giochi.

Ancora una volta nelle occasioni speciali, in tempo di pace come in periodo bellico, i Greci, pur suddivisi in una miriade di πόλεις (città) quasi sempre in lotta fra loro, davano prova di possedere un superiore ed invidiabile orgoglio nazionale.