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Lo scandalo della Banca Romana: l’affaire che sconvolse l’Italia

L’affaire della Banca Romana: il primo vero scandalo politico italiano. Corruzione, concussione e ricatti raggiunsero livelli tali da coinvolgere i massimi vertici politici 

Lo scandalo della Banca Romana: l'affaire che sconvolse l'Italia

Gli “scandali bancari” in Italia e nel mondo, sono un fenomeno antico. Oggi come allora la corruzione, in un ambiente ricco e potente, è un modus operandi istituzionalizzato. Così come la concussione con altre aree influenti, come la politica e le lobby industriali ed economiche. Ed è proprio ciò che accadde per lo scandalo della banca romana, il primo affaire di malversazione che scosse l’Italia Sabauda.

La vicenda accadde verso la fine del XIX secolo e, con il senno del poi, ha rivelato come il malcostume e la corruzione, in Italia, già malversavano. La differenza fra ieri e oggi è che per lo scandalo della banca romana i governanti seppero prendere decisioni tali da impedirne il ripetersi. La caso è lungo complessa, per questo motivo un riassunto delle traversie politico – bancarie è disponibile qui.

Lo scandalo della Banca Romana: il contesto storico

A fine 800,  nel regno di Italia retto dalla dinastia dei Savoia, erano sei gli istituti autorizzati ad emettere moneta: la Banca Nazionale di Torino, il Banco di Napoli, il Banco di Sicilia, la Banca Nazionale Toscana, la Banca Toscana di Credito e, infine, la Banca Romana. Quest’ultima era la vecchia banca dello Stato Pontificio.

Il proliferare di istituti, con le loro differenti valute, e talvolta con diverse unità di misura, creò molta confusione in quel particolare settore.

Cavour, primo presidente del consiglio del regno, ravvisò la necessità di una banca centrale che battesse moneta. Ma la sua intenzione fu disattesa dalla politica. Da qui si intuisce come ogni banca aveva i propri “sponsor” sugli scranni del parlamento, e su come i lobbisti, attraverso la politica, riuscivano già da allora a condizionare le decisioni del giovane parlamento del regno d’Italia.

Il governo Minghetti, per mettere un po’ d’ordine, creo il Consorzio obbligatorio degli istituti di emissione.

L’istituto doveva regolamentare la politica degli istituti autorizzati ad emettere soldi, fra cui il quantitativo massimo di banconote che ciascuno dei sei istituti poteva stampare e far circolare.

Al tavolo del consorzio sedevano le sei banche e, a latere, altri organismi di emanazione politica. La prima regola era, naturalmente, che alla carta moneta doveva corrispondere una riserva in oro nelle casse di ogni istituto.

Nell’estate del 1871 la capitale del regno si spostò da Firenze a Roma. Gli affaristi videro di buon occhio questo evento. Prevedevano una forte espansione edilizia e chi poteva, a Roma, cominciò a costruire. I prezzi delle aree edificabili, divenute zone appetibili, salirono di molto. Ben presto sia i costruttori, sia altri impresari non particolarmente provvisti, ebbero necessità di denaro.

Lo scandalo della banca romana
Cinquanta lire emesse dalla Banca Romana

Per far fronte alla particolare congiuntura economica venne concesso, alle sei banche, di aumentare la circolazione cartacea anche oltre la copertura metallica prevista. Naturalmente con dei limiti e a fronte di dovute cautele.

Lo scandalo della Banca Romana: i prestiti deteriorati

L’enorme necessità di denaro per far fronte all’espansione edilizia romana portò moltissimi impresari a cercare soldi. La Banca Romana cominciò a concedere, con molta disinvoltura, prestiti generosi e a lungo termine. Le prospettive di guadagno erano allettanti e i funzionari largheggiarono. Senza stare troppo a sindacare sulle coperture e, soprattutto, sulle garanzie, enormi somme vennero concesse. Ben presto, la Banca Romana superò, e anche di molto, i limiti concessi dal governo.

Lo sperato Boom economico tardava ad arrivare e alla fine non giunse mai. In compenso arrivò la grave depressione mondiale del 1887-1888 a mortificare il già provato settore economico.

Case ed edifici vennero costruiti ma non trovarono compratori né istituzionali né privati. Chi aveva investito nel settore edilizio si ritrovò con pochissime speranze e con una montagna di debiti.

La Banca Romana ebbe ben presto grandissime difficoltà. Le enormi somme di denaro concesse al settore edilizio non rientravano nelle proprie casse. Oggi si parlerebbe di prestiti deteriorati ma all’epoca non fu coniato nessun neologismo.

Lo scandalo della Banca Romana: le inchieste

La politica, fiutato il momento e a scanso di ogni equivoco, si mosse. Nel 1889 Luigi Miceli, ministro del governo Crispi, dispose un’inchiesta segreta che durò per ben due anni. Venne affidata al senatore Alvisi e al funzionario del tesoro Biagini. Al termine emerse più di una scomoda verità.  La Banca Romana aveva emesso moneta per quasi il doppio della cifra autorizzata (113 milioni di lire contro 60). Aveva poi stampato 40 milioni di banconote false. Per di più risultò un ammanco di cassa di 20 milioni e una falsificazione di bilanci che perdurava da più di venti anni. A quel punto, il parlamento chiese al presidente del Consiglio, Giovanni Giolitti, una commissione parlamentare di inchiesta per individuare i responsabili di una così grave truffa. Giolitti si oppose strenuamente e preferì promuovere una sua inchiesta affidata al presidente della Corte dei Conti Martuscelli.

Lo scandalo della Banca Romana
Lo scandalo della Banca Romana – I primi arresti

Probabilmente, Giolitti non volle la commissione parlamentare d’inchiesta per coprire il coinvolgimento diretto del re Umberto I di Savoia. Il monarca, infatti, era fortemente indebitato con la Banca Romana.

L’inchiesta voluta da Giolitti si concluse rapidamente. Agli inizi del 1893 Martuscelli potè constatare la luccicante esistenza della truffa. Vennero subito arrestati Bernardo Tanlongo, governatore dell’Istituto, e il direttore Michele Lazzaroni.

L’inchiesta appurò anche un coinvolgimento diretto della classe politica.

Il deputato Rocco De Zerbi fu accusato di aver preso una mazzetta da mezzo milione.  Venne trovato morto nel suo appartamento, forse a causa di un infarto o, più probabilmente, si suicidò.

Gli arresti suscitarono paura in molti. Un funzionario del Banco di Napoli fu sorpreso mentre, travestito da prete, tentava di portare all’estero due milioni e mezzo di lire illecitamente sottratte al suo istituto.

Il 1º febbraio 1893, il marchese Notarbartolo fu ucciso mentre viaggiava in treno.  Da direttore del Banco di Sicilia, aveva denunciato una serie di abusi riguardanti il suo istituto. è considerato la prima vittima eccellente della mafia. Nel frattempo, Tanlongo dal  carcere cominciò a parlare. Ammise che la sua banca aveva foraggiato in denaro  alcuni presidenti del Consiglio. Fece i nomi di Crispi e del Giolitti che era ancora in carica.

Lo scandalo della banca romana
Giovanni Giolitti – Presidente del Consigio all’epoca dei fatti coinvolto nello scandalo

Scoppiò il putiferio. Giolitti si ritrovò ad affrontare interrogazioni parlamentari a getto continuo. Oltre che ad aver preso denaro lo si accusava di aver contribuito ad insabbiare la relazione Alvisi-Biagini sulle irregolarità compiute dalla Banca Romana.

Un ulteriore inchiesta fu avviata. Venne istituito un comitato di sette parlamentari con il compito di appurare la verità.  Nel novembre del 1893 venne presentata in Parlamento la relazione finale.  Ben 22 parlamentari avevano beneficiato dei prestiti dalla Banca Romana. Nella lista compariva anche l’ex presidente del consiglio Francesco Crispi ma non Giolitti.

Lo scandalo della Banca Romana: il processo

Dalle inchieste scaturì un processo. Gli imputati erano i dirigenti della Banca Romana e, in maggior numero, i politici italiani i cui nomi emersero dalle inchieste.

Andarono tutti assolti. Restò forte il sospetto di una sentenza addomesticata. I giudici denunciarono la scomparsa di importanti documenti riguardanti l’intricata vicenda.

Giolitti si dimise, era uscito indenne dalla bufera ma non era riuscito ad allontanare dalla sua persona l’ombra dei sospetti. Naturalmente la Banca Romana fu messa in liquidazione.

Per la cronaca, anche le altre cinque banche furono coinvolte nelle inchieste, furono rilevati comportamenti non certo cristallini ma non tali da arrivare ad un processo.

A gran voce si gridò ad un riordino radicale del sistema creditizio e dalle ceneri dello scandalo fu istituita la Banca d’Italia (legge n. 449 del 10 agosto 1893).

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