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Lorenzo Cybo: breve biografia

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“Requiescant in pace“: chissà quante volte, in ossequio a questa locuzione latina che conclude la più antica preghiera cristiana per i defunti, la pietà dei figli o degli eredi, o ancora un estremo senso d’opportunità ha riunito nel riposo eterno gli uni accanto agli altri i feretri di persone, magari anche di congiunti, che in vita si sono sempre detestati.

E’ successo, per esempio, con le sorellastre Maria ed Elisabetta I Tudor, susseguitesi sul trono d’Inghilterra ma mai sopportatesi in vita, i cui sarcofagi si sfiorano nella cripta dell’Abbazia londinese di Westminster, così come, in tempi più recenti, con gli sposi Camillo e Paolina Borghese Bonaparte i quali, dopo essersi riempiti di una lunghissima sfilza d’infedeltà coniugali, si sono poi ritrovati fianco a fianco nel caveau della cappella di famiglia, all’interno della Basilica romana di Santa Maria Maggiore.

Meno noto, ma non per questo meno eclatante, è il caso della famiglia Cybo-Malaspina, dove Alberico I, Marchese di Massa e Carrara, nel 1573 volle riunire nella cripta del Duomo di Massa, prima di raggiungerli lui stesso molti anni più tardi (sarebbe morto infatti quasi novantenne nel 1623) i resti del fratello maggiore Giulio, decapitato per alto tradimento nel 1548, della mamma Ricciarda Malaspina e infine del padre Lorenzo Cybo, dopo che i tre in vita avevano animato una sorta di “saga” familiare che fra dispetti, tradimenti e financo attentati reciproci aveva fatto discutere e scandalizzato le Corti italiane ed europee fra gli anni ’20 e ’40 del XVI secolo.

Stando al racconto del Vasari, non appena fu informato del passaggio a Roma nel 1523 del già famosissimo pittore Girolamo Francesco Mazzola, detto “il Parmigianino”, “sapendo la fama (sua) il signor Lorenzo Cybo, capo della Guardia del Papa e bellissimo uomo, si fece ritrarre da Francesco, il quale si può dire che non lo ritrasse, ma lo facesse di carne e vivo”.

E bello, nello splendore dei suoi vent’anni circa, “il Signor Lorenzo” lo era per davvero: dritto, fronteggia l’osservatore con lo sguardo fiero e sicuro di sé, intanto che con la mano sinistra impugna l’elsa di una spada, mentre appoggia la destra su un altro spadone tanto grande, da necessitare dell’intervento di un paggio per essere retto.

Elegantissimo, ha un visto regolare e affascinante, incorniciato da una folta barba bionda, di foggia moderna, e da capelli dello stesso colore che spuntano al di sotto d’un cappello rosso piumato. Il dado e le monete appoggiate su una tavoletta da gioco, in primo piano, alludono al ruolo della dea Fortuna, sempre determinante nella carriera dei militari come lui.

Nato a Sampierdarena nel 1500, Lorenzo era un predestinato, essendo doppiamente nipote di un Papa: suo nonno paterno infatti era Innocenzo VIII Cybo, mentre Leone X de’ Medici fu suo zio per parte di madre, e proprio quest’ultimo nel 1516 insistette affinché il giovane Lorenzo fosse mandato in Francia, a servizio presso re Francesco I, dove si distinse come adolescente “molto discreto, grave et gentile al possibile”.

Tornato in Italia nel 1519 gli fu affidata la castellania di Spoleto dallo stesso Pontefice, che l’anno successivo gli combinò il matrimonio con Ricciarda Malaspina, che era già vedova nonostante avesse soli ventiquattro anni, ma soprattutto erede del Marchesato di Massa e Carrara, senza ovviamente che i due si fossero mai visti prima d’allora.

Dopo qualche anno di relativa tranquillità familiare, trascorso in massima parte a Roma e allietato dalla nascita dei figli Eleonora e Giulio, a partire già dal 1525 sui coniugi iniziarono ad addensarsi i primi nuvoloni causati dai dissapori per il possesso del feudo di famiglia, dal quale la gelosissima Ricciarda volle escludere il marito e, per farlo, si rivolse direttamente all’Imperatore Carlo V, che inizialmente le diede ragione.

Tuttavia, la brillante carriera militare di Lorenzo e il suo incontro personale con lui, avvenuto nel 1530 in occasione della venuta di Carlo V a Bologna, convinsero quest’ultimo ad effettuare una parziale “retromarcia” con la nomina del Cybo a co-padrone del feudo di Massa e Carrara e la possibilità di succedere alla moglie in caso di sua premorienza.

Apriti cielo! Adirata per quello che considerava un grave sgarbo nei suo confronti, Ricciarda abbandonò il tetto coniugale per rifugiarsi nella Firenze del cugino Alessandro I de’ Medici, insieme alla madre Lucrezia e alla sorella Taddea.

Da Palazzo de’ Pazzi, dove risiedevano, “le tre Marchesane” (come venivano chiamate) iniziarono la loro personale guerra contro colui che era ancora, rispettivamente, il loro marito, genero e cognato, aizzandogli contro anche suo fratello maggiore, il Cardinale Innocenzo Cybo, che iniziò a governare il feudo di Massa e Carrara in nome e per conto della cognata Ricciarda, con la quale nel frattempo aveva stretto una relazione adulterina culminata con la nascita di una figlia naturale.

Un vorticoso susseguirsi di colpi bassi e capovolgimenti di fronte da entrambe le parti convinse infine Lorenzo a cercare d’impadronirsi del feudo “manu militari”, ma il suo tentativo fallì miseramente a causa della sollevazione dei Massesi, fedeli alla Malaspina, che nel 1541 trionfò sul consorte ottenendo dall’Imperatore un nuovo diploma che le concedeva la proprietà esclusiva del Marchesato.

Se però Lorenzo parve rassegnarsi all’ineluttabile, anche per non irritare l’Imperatore, così non fu per suo figlio Giulio il quale, con l’aiuto d’un manipolo di mercenari, nel 1545 fece irruzione a Carrara col proposito di catturarvi sua madre, che però, avvertita appena in tempo, s’era nel frattempo rifugiata nell’inespugnabile Rocca di Massa.

Abbandonato da tutti, imprigionato e accusato d’alto tradimento, il giovane Giulio fu condotto a Milano, città imperiale, dove nel maggio del 1548 sarebbe stato decapitato sulla pubblica piazza, senza che i genitori muovessero un dito per salvargli la vita, tanto meno la madre che in lui ormai vedeva soltanto un pericoloso avversario politico.

Se “il bellissimo Signor Lorenzo”, ormai precocemente invecchiato e molto malridotto a causa di tutti quei dispiaceri familiari, sopravvisse al figlio soltanto per qualche mese, morendo nel marzo del 1549, la trionfante Ricciarda invece, riavuto il suo feudo, poté se non altro consolarsi con l’amore maturo di un nuovo favorito, lo spagnolo Marchese d’Aguilar, prima di spegnersi anche lei nel 1553 in attesa di quel ricongiungimento postumo, non si sa quanto gradito, nella cripta del Duomo di Massa coi suoi “cari estinti” che l’avevano preceduta nella tomba.