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Lucrezia d’Este: breve biografia di una principessa infelice

: Lucrezia d’Este: breve biografia di una principessa infelice

Pasquino, nel XVI secolo, non doveva certo essere un’esclusiva romana, se un’anonima “manina”, nel giorno dei suoi funerali tenutisi nel febbraio del 1598 nella Cattedrale di Ferrara, sul drappo di velluto nero che copriva il feretro della principessa Lucrezia d’Este appiccicò un biglietto dove si leggeva: “Inimica alla patria e al proprio sangue / sotto falsa virtù di falsa aita / precipitando altrui perse la vita / l’iniqua donna che qui giace esangue”.

La Convenzione Faentina sottoscritta da Lucrezia d’Este

A quella donna sola ed infelice, morta a 62 anni d’età, i devoti della Casa d’Este avevano infatti addebitato tutte le sfortune che avevano recentemente colpito la dinastia, bollandola come traditrice della patria e della propria famiglia.

Ma cos’era successo di così grave da far nascere tanto astio nei suoi confronti? Esattamente un mese prima di morire Lucrezia aveva con la propria firma, che obbligava il cugino Cesare d’Este che ella stava rappresentando dietro sua stessa richiesta, sottoscritto la “Convenzione Faentina”, un trattato stipulato fra lo Santa Sede e gli Estensi che poneva fine al secolare dominio esercitato da questi ultimi su Ferrara, Comacchio ed i possedimenti romagnoli della famiglia (fra gli altri: Lugo, Conselice e Massalombarda), tutti territori che venivano “devoluti” agli Stati Pontifici rappresentati in loco dal giovane Card. Pietro Albobrandini, nipote di Clemente VIII, il Papa regnante in quegli anni.

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Lucrezia d’Este: una vita difficile fina dall’infanzia

Terzogenita del duca Ercole II e sorella di Alfonso II, deceduto senza figli il 22 novembre del 1597 a dispetto di tre matrimoni con principesse sempre molto più giovani di lui, Lucrezia aveva avuto una vita difficile, rovinata in modo irreparabile dalle decisioni impostele dai maschi di famiglia in base alla più cruda ragion di Stato.

Nel 1570 infatti il fratello l’aveva obbligata a sposare l’erede del Ducato di Urbino, Francesco Maria della Rovere, un uomo rozzo e volgare di ben 13 anni più giovane di lei.

Il marito la chiama “madre”

Trasferitasi a Pesaro (allora “capitale” del suo ducato d’adozione) Lucrezia si era trovata a vivere in una città molto più piccola, provinciale e culturalmente spenta rispetto alla sua Ferrara, circondata da una corte pettegola ed obbligata a relazionarsi con un marito che la trascurava ed umiliava chiamandola “madre” davanti a tutti (per sottolineare la differenza d’età) e tradendola in pubblico con donne di qualsiasi ceto sociale.

Comprensibile dunque che in pochi anni una principessa che era stata di bellissimo aspetto e grande raffinatezza, come ci testimonia il bel ritratto eseguito da Federico Zuccari, si sia trasformata, come scrisse l’ambasciatore veneziano, in una “signora di bellezza manco mediocre”, anche perché segnata sulla pelle dal “mal francese” trasmessole dal coniuge infedele.

L’amante di Lucrezia d’Este: Ercole Coronari

Non appena poteva, dunque, Lucrezia tornava a rifugiarsi a Ferrara, anche perché finalmente vi aveva trovato un po’ d’amore e consolazione nella persona del conte Ercole Contrari, col quale aveva instaurato una relazione pericolosa, rimasta segreta finché si poté.

L’uccisione dell’amante

Purtroppo per la coppia però, una volta venuto a conoscenza della tresca, per soffocare lo scandalo il duca Alfonso II ordinò lo strangolamento del povero conte, con ciò causando un dolore indescrivibile alla sorella che si ritrovò nuovamente sola, priva di prestigio e bellezza.

Per reazione quest’ultima rifiutò categoricamente di rivedere il marito Francesco Maria, decidendo così di ritirarsi per sempre a Ferrara per dedicarsi ad opere caritatevoli, fra cui la fondazione nel 1580 di un istituto avanzatissimo per i tempi perché destinato a dare asilo alle donne perseguitate dai mariti, memore di quanto aveva patito lei.

La reazione all’uccisione dell’amante: la trattativa con il Papa

Ciò non le impedì di covare sempre un sordo rancore nei confronti non solo del fratello Alfonso II, da lei ritenuto responsabile della sua infelicità, ma anche del cugino Alfonso di Montecchio, appartenente ad un ramo secondario della famiglia, e questo non soltanto perché era di natali illegittimi, ma anche perché era stato il negoziatore del suo sciagurato contratto matrimoniale col Della Rovere.

Ecco dunque che quando il fratello, sentendosi vicino alla fine, in mancanza di figli commise il grave errore di nominare come proprio erede Cesare d’Este, figlio del cugino di Montecchio, Lucrezia trasferì nei confronti di quest’ultimo il suo astio ed un profondo disprezzo personale, tanto da iniziare a prendere apertamente le parti, insieme a molti altri aristocratici locali, per il nuovo “potente” di turno, il Papa, al quale spettava di diritto lo Stato in base ad una bolla emanata da Pio V nel 1567 che proibiva l’infeudazione di città della Chiesa a persone che fossero di nascita illegittima, come appunto lo era Cesare d’Este.

Costui, uomo mite, debole e bigotto, non riusciva a considerare il Papa come un nemico e pertanto, dopo essere stato colpito con una scomunica “tanto grande che a sentirla faceva arricciare li capelli”, si affrettò a venire a patti, inviando a parlamentare col legato pontificio proprio la cugina Lucrezia, l’unica Estense in ottimi rapporti con Roma.

Quest’ultima riuscì almeno di limitare i danni per la sua Casata, conducendo le trattative in modo tutto sommato onesto: in cambio della revoca della scomunica e dell’investitura da parte imperiale di Modena e Reggio, ai gloriosi Estensi però non restò che abbandonare mestamente, e per sempre, la loro Ferrara il 28 gennaio del 1598.