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Ludovico Ariosto: breve biografia del più grande poeta del rinascimento italiano

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“Ritratto detto di Ludovico Ariosto”, di Tiziano, 1510 circa, The National Gallery, Londra.

Grassoccio, con barba e folti capelli neri, naso aguzzo e bocca carnosa, Ludovico Ariosto non poteva certo dirsi un “fusto” ma, se fosse davvero lui l’uomo ritratto di tre quarti da Tiziano attorno al 1510 col braccio destro appoggiato su una sorta di balaustra, aveva comunque le caratteristiche per piacere, in particolare alle signore, non foss’altro che per quel suo modo di fare sicuro e determinato.

Immortalato nell’atto di girarsi quasi di scatto verso l’osservatore, come se si fosse accorto proprio in quel preciso istante che qualcuno lo sta guardando, sembra volerne capire le intenzioni ed intavolare discorso con lui.

Nato nel 1474 da Niccolò a Reggio Emilia, città di cui il padre era governatore per conto degli Estensi, secondo i desideri paterni avrebbe dovuto diventare un avvocato, ma non ne aveva nessuna voglia. I codici infatti non facevano per lui, la cui unica passione consisteva nella poesia, in particolare quella epica, tanto che fin da ragazzo aveva iniziato a scrivere versi che si dilettava a leggere agli amici.

Come circa quattro secoli più tardi avrebbe fatto Emilio Salgari, narrando le mirabolanti avventure di un gruppo di pirati della Malesia senza quasi aver mai messo piedi fuori da Torino, sua città adottiva, l’Ariosto, che non sapeva nuotare, odiava la caccia, era impaurito dai cavalli e non sapeva tirare di spada, sarebbe diventato il cantore degli eroismi di impavidi e galanti cavalieri, coi quali idealmente e fisicamente non aveva nulla a che spartire, detestando i tornei e financo le compagnie troppo chiassose.

Ludovico Ariosto: la morte del padre

Quando nel 1500 gli morì il babbo, lasciando una nidiata di dieci figli da sfamare, a Ludovico come primogenito toccò di trovarsi un lavoro “vero” per sovvenire ai bisogni familiari. Accettò pertanto, senza alcun entusiasmo, la capitaneria della Castello di Canossa offertagli dal Duca Ercole I d’Este, con la segreta speranza però di essere richiamato appena possibile a Ferrara, città dove nel frattempo si era trasferito e che a lui, sedentario e refrattario ai grattacapi com’era, confaceva alla perfezione.

Iniziò così ad esercitare l’arte della “captatio benevolentiae” nei confronti dei potenti di turno, gli Estensi, tempestandoli con rime ed epigrammi traboccanti di elogi e cortigianeria, per cullare il sogno d’assicurarsi una dignitosa e non troppo impegnativa sistemazione a corte, adatta ad un letterato come lui.

Tale lavorio adulatorio dovette avere fortuna, se colui che l’Ariosto iperbolicamente nel suo “Orlando Furioso” definì “il liberal, magnanimo, sublime / gran Cardinal della Chiesa di Roma / Ippolito, ch’a prose, a versi, a rime / darà materia eterna in ogni idioma”, lo prese finalmente al suo servizio nel 1503.

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Le trasferte dell’Ariosto per conto del Cardinal Ippolito d’Rste

Terzogenito maschio del Duca Ercole I e uomo grossolano, ignorante, crapulone, donnaiolo e persino violento, che non esitò ad attentare alla vita del fratello naturale Giulio, il Cardinal Ippolito d’Este in cambio di uno stipendio da fame lo obbligò a frequenti trasferte, che all’Ariosto garbavano poco perché non amava allontanarsi dal “nido natio”, dove nel frattempo, dopo qualche “sbandata” di poco conto, aveva trovato l’amore vero in Alessandra Bernucci, una vedova dalla quale avrebbe avuto due figli e che avrebbe sposato dopo una relazione tenuta segreta a lungo, per conservarle l’usufrutto dei beni delle figlie nate dal primo matrimonio.

Così, se già il viaggio fatto a Roma nel 1509 allo scopo di rabbonirvi Papa Giulio II, in collera con gli Estensi, gli risultò indigesto perché il Santo Padre poco mancò che lo prendesse a bastonate, quando nel 1517 il Cardinal Ippolito gli ordinò di accompagnarlo in Ungheria in missione diplomatica, il nostro rifiutò adducendo motivo di salute, solo però per rimediare un licenziamento in tronco.

Gli anni difficili dell’Ariosto in Carfagnana

Per sua fortuna gli venne in soccorso il nuovo Duca di Ferrara, Alfonso I, che lo prese “a servitù” conoscendone già la fama di poeta: nel 1522 lo avrebbe nominato governatore della Garfagnana, a quei tempi la regione più impervia, remota ed inospitale del Ducato, infestata dai briganti e tribolata dalle discordie dei signorotti locali.

Per l’Ariosto furono tre anni d’inferno, trascorsi fra bronchiti, rischi di attentati e nostalgia della famiglia lontana, nel vano tentativo di riportare un po’ d’ordine in quella provincia ribelle, che però di farsi imbrigliare da lui non ne aveva la minima idea.

Il ritorno a Ferrara: la stampa della terza edizione dell’Orlando Furioso

Quando nel 1525 poté finalmente tornare a Ferrara, col gruzzolo che si era guadagnato riuscì ad acquistare una casetta in via Mirasole, sulla cui facciata fece incidere i versi di Orazio: “Piccola, ma adatta a me: ospitale, dignitosa e costruita col mio denaro”.

Non l’avrebbe più abbandonata e proprio nella tranquillità di quel rifugio tanto amato avrebbe dato alle stampe nel 1532 la terza e definitiva edizione del suo capolavoro, “l’Orlando Furioso”, al quale aveva iniziato a lavorare già nel 1506.

Voleva essere la continuazione dell’“Orlando Innamorato” del Boiardo, che tanto successo aveva riscosso sul finire del Quattrocento narrando l’amore di Orlando per Angelica in sessantamila versi infarciti di duelli, battaglie e donne bellissime e contrastate.

Il Tomo primo dell’Orlando Furioso – edizione del 1775

L’Ariosto si mantenne fedele all’ambientazione ed ai personaggi, arricchendo però il racconto con nuovi protagonisti tratti dall’albero genealogico degli Estensi, per contribuire alla gloria della Casata e meritarsene lo stipendio.

Sullo sfondo della guerra fra cristiani e saraceni, ai combattenti per la fede si alternano quelli per il cuore di una bella dama, la maliarda Angelica, per la quale spasimano tutti, ma in particolare l’eroe per eccellenza, Orlando. Quest’ultimo perderà il senno dopo aver saputo che l’amata gli aveva preferito Medoro, non solo un soldato qualunque, ma soprattutto un mediocre sempliciotto.

Per sua fortuna però a ritrovargli il cervello, nel frattempo volato sulla luna, ci avrebbe pensato l’amico Astolfo a cavallo di un ippogrifo, dopo un primo passaggio in Paradiso dove San Giovanni in persona gli avrebbe rivelato dove trovare quel che cercava.

Su questo filo conduttore si innestano innumerevoli altre vicende, tutte magiche e fantastiche, che fanno dell’ “Orlando Furioso” ciò che il suo autore così descriveva nel 1515 in una lettera al Doge di Venezia: “un’opera in la quale si tratta di cose piacevoli e delettabili de arme e de amore”, composta “per spasso e ricreazione de Signori e madonne” e divulgata “per sollazzo e piacere di chiunque vorrà e che se diletterà di leggerla”.

Il profluvio di endecasillabi raccolti in quarantasei canti, che tennero impiegato l’Ariosto per un quarto di secolo circa, avrebbe riscosso un enorme successo anche in campo internazionale, risultando uno dei “best sellers” del Cinquecento e venendo tradotto in numerose lingue.

Quando si spense il 6 luglio del 1533, vinto dalla tubercolosi, con Ludovico Ariosto se ne andò il più grande poeta del nostro Rinascimento, un uomo che, costretto per campare a suonare la grancassa ai suoi padroni, era riuscito a farlo comunque con dignità, grazie all’inesauribile fonte costituita dalla sua fantasia.